La fine di Oak Street – Recensione: David Robert Mitchell tra survival, mistero e dinosauri mancati

Anne Hathaway guida una famiglia catapultata in un mondo ostile popolato da creature preistoriche, in un film che convince a metà tra ottimo sound design e sceneggiatura altalenante

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Negli ultimi anni David Robert Mitchell ha dimostrato di essere uno di quei registi capaci di prendere idee apparentemente semplici e trasformarle in qualcosa di imprevedibile. Dopo aver conquistato pubblico e critica con opere che hanno sempre giocato con il mistero e l'inquietudine, il regista torna con La fine di Oak Street, un film difficile da incasellare in un solo genere. Sulla carta potrebbe sembrare il classico horror con creature preistoriche, ma in realtà sceglie una strada diversa, costruendo un racconto che mescola fantascienza, survival e thriller, dove il senso di scoperta e la lotta per la sopravvivenza diventano gli elementi dominanti. 

Una famiglia in un mondo sconosciuto 

L'idea di vedere un tranquillo quartiere catapultato in un ambiente ostile popolato da creature che sembrano uscite dalla preistoria è sicuramente affascinante e, almeno nelle intenzioni, offre qualcosa di diverso rispetto ai tanti film che hanno già raccontato storie simili. Il risultato finale, però, è un'opera che alterna intuizioni davvero interessanti ad altre meno convincenti, lasciando la sensazione di un'occasione sfruttata solo in parte. 

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La famiglia Platt conduce una vita apparentemente normale fino a quando un misterioso evento sconvolge completamente la realtà che conosce. Oak Street viene improvvisamente trasportata in un luogo sconosciuto, dove la sopravvivenza diventa l'unico obiettivo possibile. In un ambiente dominato da creature gigantesche e pericoli costanti, ogni membro della famiglia sarà costretto ad affrontare non solo le minacce esterne, ma anche le proprie fragilità e i rapporti personali che, inevitabilmente, emergono durante la crisi. 

Un horror che horror non è del tutto

La storia prova a mantenere un alone di mistero per buona parte della durata del film, evitando spiegazioni immediate e puntando sulla curiosità dello spettatore. Personalmente, però, ho trovato la sceneggiatura piuttosto altalenante. Alcuni sviluppi funzionano e riescono a coinvolgere, mentre altri risultano poco chiari, lasciando la sensazione che il film voglia essere volutamente enigmatico senza riuscire sempre a dare una direzione precisa al racconto. Anche il finale segue questa filosofia: invece di chiudere realmente il cerchio, preferisce lasciare numerosi interrogativi aperti, una scelta che probabilmente dividerà il pubblico.

L'aspetto che mi ha sorpreso maggiormente è che La fine di Oak Street non è il classico horror che il marketing potrebbe far immaginare. Certo, i momenti in cui si salta dalla poltrona non mancano, ma nella maggior parte dei casi non sono costruiti attraverso immagini particolarmente estreme o scene splatter. È il comparto sonoro a fare gran parte del lavoro. 

La fine di Oak Street – Recensione: David Robert Mitchell tra survival, mistero e dinosauri mancati

Il sound design è probabilmente uno degli elementi migliori dell'intera produzione. Ogni rumore, ogni verso delle creature e ogni improvviso silenzio vengono sfruttati per aumentare continuamente la tensione, rendendo molti jump scare davvero efficaci. È un tipo di paura che nasce soprattutto dall'audio più che dalle immagini.

Allo stesso tempo Mitchell non rinuncia a rallentare spesso il ritmo per concentrarsi sui personaggi. Il film passa continuamente da lunghe sequenze di tensione a momenti molto più riflessivi, dedicati ai dialoghi e ai rapporti familiari. Questa scelta rende il ritmo decisamente altalenante: ci sono scene capaci di tenere con il fiato sospeso e altre che abbassano notevolmente l'intensità. Non sempre la transizione è perfettamente equilibrata, ma è evidente la volontà del regista di raccontare prima di tutto una storia di sopravvivenza. 

Dal punto di vista registico David Robert Mitchell conferma ancora una volta una personalità ben riconoscibile. La sua messa in scena evita quasi sempre l'eccesso spettacolare e preferisce costruire l'inquietudine attraverso movimenti di macchina misurati, inquadrature ampie e un uso intelligente degli spazi. Anche quando le creature entrano finalmente in scena, il film non perde mai completamente quell'atmosfera sospesa che accompagna tutta la narrazione.

Ottimo anche il lavoro della fotografia, che alterna colori caldi tipicamente anni Ottanta a scenari sempre più cupi e ostili, contribuendo a rafforzare il contrasto tra la tranquillità iniziale del quartiere e il mondo sconosciuto in cui i protagonisti si ritrovano.

La fine di Oak Street – Recensione: David Robert Mitchell tra survival, mistero e dinosauri mancati

Anne Hathaway e un cast che tiene la scena

Il cast funziona nel complesso molto bene. Anne Hathaway conferma ancora una volta tutta la sua esperienza, risultando il vero punto di riferimento emotivo del film. Ogni scena in cui è protagonista acquista maggiore credibilità e intensità, riuscendo a dare spessore anche ai momenti più deboli della sceneggiatura. Bene anche Ewan McGregor e il resto del cast, che costruiscono una famiglia credibile e mai sopra le righe. 

È inevitabile che il pensiero vada immediatamente ai grandi classici dedicati ai dinosauri e alla sopravvivenza. Tuttavia Mitchell sceglie una strada leggermente diversa. Le creature presenti nel film richiamano chiaramente quell'immaginario, ma raramente vengono utilizzate le specie più iconiche e riconoscibili. Questa scelta dona all'opera un pizzico di originalità, evitando il semplice effetto nostalgia e contribuendo a creare una sensazione di costante imprevedibilità.

Anche gli effetti visivi convincono, senza cercare continuamente lo spettacolo fine a sé stesso. Le creature risultano credibili e si integrano bene con gli ambienti, mentre il già citato lavoro sul sonoro diventa il vero protagonista tecnico dell'intero film. È proprio grazie al mix audio che molte sequenze riescono ad aumentare notevolmente la tensione.

Nel mezzo della suspense trovano spazio anche alcuni momenti sorprendentemente divertenti, che alleggeriscono il tono senza risultare fuori luogo e rendono l'esperienza complessivamente più varia.

La fine di Oak Street – Recensione: David Robert Mitchell tra survival, mistero e dinosauri mancati

 

La fine di Oak Street

Rating: Tutti

Nazione: Stati Uniti

6

Voto

Redazione

La fine di Oak Street

La fine di Oak Street è uno di quei film che probabilmente divideranno il pubblico. Chi si aspetta un horror puro potrebbe rimanere sorpreso dalla forte componente survival e dai numerosi momenti dedicati ai personaggi. Al contrario, chi apprezza le storie di sopravvivenza costruite sulla tensione più che sullo spavento troverà diversi elementi interessanti.

La trama fatica però a spiccare davvero, il ritmo è spesso discontinuo e il finale lascia più domande che risposte. Rimane comunque un film che sa intrattenere grazie a una regia solida, a un eccellente sound design, a una fotografia di livello e a una Anne Hathaway che si conferma la migliore in scena. Non reinventa il genere e non sfrutta completamente le enormi potenzialità della sua idea di partenza, ma riesce comunque a regalare quasi due ore piacevoli tra tensione, qualche risata e diversi jump scare ben costruiti.