The Last of Us: Che effetto fa la serie a chi non conosce il videogioco?

The Last of Us promette di attrarre un pubblico molto più ampio di quello, già considerevole, che già conosce la storia via videogioco. Cosa pensa di Joe ed Ellie chi li conosce per la prima volta nella serie HBO?

The Last of Us Che effetto fa la serie a chi non conosce il videogioco
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The Last of Us è stato salutato da alcuni come il primo adattamento che prova seriamente a portare su schermo un videogioco con lo scopo di farne un’opera d’arte transmediale. In parole povere: era un gran videogioco, ci voglio tirar fuori una grande serie, cambiando e trasformando il prodotto di partenza nel modo giusto perché funzioni al meglio possibile, anche in un medium - la televisione - che ha regole ovviamente differenti da quello videoludico. 

Viene spontaneo chiedersi come ci si senta nell’altra metà del cielo, ovvero: che ne pensa chi The Last of Us lo conoscerà proprio a partire dalla serie televisiva? Non è un domanda né scontata né prima di ripercussioni. È vero infatti che passiamo gran parte del nostro tempo davanti a uno schermo a consumare storie originarie di altri media (la letteratura, i fumetti, il teatro, la radio), ma è un fatto così consuetudinario che diamo praticamente per scontato.

Sappiamo già - più o meno - cosa aspettarci quando un libro viene trasformato in un film, perché abbiamo assistito a infiniti adattamenti di questo tipo. Per esempio, quando un libro viene trasformato in un film è probabile che la trama venga sintetizzata e semplificata e si cerchi un modo per rendere visivamente l’eventuale narrato in prima o terza persona che fa riferimento ai pensieri e all’interiorità dei protagonisti. Cosa succede però quando si ha a che fare con un videogioco che prevede per esempio il coinvolgimento diretto del videogiocatore nell’azione e nelle scelte, con importanti ripercussioni su regia, trama, sceneggiatura della storia stessa? Come si trasforma efficacemente un videogioco in un’esperienza passiva come nella visione di una serie, con anche l’esigenza di “tirare dentro” persone che non hanno familiarità con il mondo del gaming? The Last of Us fornisce un’indicazione importante.

  • The Last of Us è il primo adattamento del suo genere
  • The Last of Us visto da un non gamer

The Last of Us è il primo adattamento del suo genere

In fatto di adattamenti, quella degli adattamenti videoludici è una terra non proprio vergine, ma largamente inesplorata. Per ora abbiamo assistito ad adattamenti di giochi così popolari nel loro gameplay che anche chi non conosca per nulla il mondo gamer ha una vaga idea del loro funzionamento e della loro storia, oltre che ovviamente dei personaggi. Per lo più sono stati adattati videogiochi i cui personaggi e storie erano già entrati nella cultura pop mondiale. Super Mario - che presto rivedremo al cinema con un adattamento animato di Illumination Entertainment - e Sonic - di cui abbiamo visto di recente ben due film - sono un esempio tra tanti. Non sono mancate anche le serie, come per esempio quella di Halo, il cui impatto sembra essere rimasto confinato agli spettatori ex gamer.

The Last of Us però è forse il primo titolo che non punta a richiamare il pubblico che questi titoli li ha giocati sulla base della sua affezione e il resto degli spettatori con la promessa del divertimento. HBO, Neil Druckmann e Craig Mazin fanno davvero tutto il possibile per tirar fuori un prodotto di assoluta qualità artistica, che pone tante domande importanti e trasforma ogni lato tecnico della realizzazione della serie in un’occasione per primeggiare. È interessante per esempio notare come Druckmann, l’uomo dietro al successo di The Last of Us videogioco, sia affiancato da Mazin, maestro della scrittura cinematografica e seriale. O forse è meglio dire che Mazin è affiancato da Druckmann, presente in qualità di protettore dello spirito originale della storia? Visto con gli occhi di chi conosce solo di fama il videogioco, The Last of Us pare proprio una creatura di Mazin.

La parte interessante è che personalmente conosco molto meglio il mondo che ha curato l’adattamento di The Last of Us per HBO piuttosto che quello che l’ha generato. Non sono del tutto inconsapevole dell’esistenza del franchise: ho molti amici videogiocatori (senza ma gamerofobi) che mi avevano parlato a più riprese del titolo, che ho seguito anche in merito a tantissime analisi che si sono fatte online in seguito alle scelte forti di narrazione fatte nei capitoli successivi della saga**. Sono a metà strada tra chi l’ha giocato e chi non lo conosce.** Quel che è certo è che non ho mai mosso Joel via joystick, evitando clickers e muovendomi in stealth per sgusciare dai raiders che vogliono farmi la pelle e rubarmi armi e provviste. Questo è il massimo di gergo che riesco ad utilizzare, fate voi.

Questa lacuna è molto interessante perché mi permette di raccontarvi The Last of Us nella posizione di chi non ne ha mai usufruito come videogioco e darvi un’idea di che impressione faccia e - spoiler - se potrà avere un vasto successo o meno. La risposta, in breve, è: sì, perché è pensato principalmente per chi ancora non conosce Joel e Millie.


The Last of Us visto da un non gamer

L’impressione più forte che ho avuto vedendo The Last of Us è che sia il titolo perfetto per tentare questa missione di ricavare un prodotto di alto livello qualitativo che faccia prendere seriamente gli adattamenti videoludici anche al pubblico generalista. In questo senso, la serie HBO (trasmessa in esclusiva Sky e in streaming su NOW ogni settimana, in contemporanea assoluta con gli Stati Uniti) riesce nella sua missione molto, molto più efficacemente di venti e passa anni di prodotti Marvel e DC.

Il sospetto è che sia un prodotto che ha riferimenti crossmediali così vasti e radicati da rendere più facile questo salto. In parole povere: The Last of Us è già un videogioco sui generis, diverso dalla media, che va a pesca in un immaginario molto esplorato dalla letteratura e dal cinema, il che rende più semplice “prenderlo sul serio”.

Vedendo la prima stagione la prima impressione è stata proprio quella di vedere la nuova creatura di Mazin, più che scoprire il talento di Druckmann. Sarà per l’emittente e il suo approccio identico, sarà per l’atmosfera post-apocalittica, ma è difficile non pensare a Chernobyl. Questo è sicuramente uno degli assi nella manica di The Last of Us. In teoria si potrebbe definire un’apocalisse zombie, ma i mostri e il loro impatto non sono il focus della narrazione, a differenza di prodotti come The Walking Dead. Anzi, di persone infestate dal fungo che ha dato il via al crollo della civiltà se ne vedono davvero poche e sono quai sempre presentate come persone, appunto.

Il focus della serie è sui sopravvissuti alle prese con un mondo post-apocalittico in cui sopravvivere è difficile e in cui il pericolo più allarmante, come sottolinea Joel nel quarto episodio, non sono gli infetti, ma gli umani rimasti. The Last of Us impiega molto tempo nel raccontarci come gli attuali sopravvissuti vivano, in che modo siano organizzati dopo la fine della società così come la conosciamo. Questa parte della storia è stata oggetto di così tante speculazioni in campo letterario e filmico che ispira un forte senso di familiarità. Considerando poi che la storia racconta l’evolversi del rapporto tra un adulto e una ragazzina, rapporto che da freddo diventa quasi paterno, c’è un paragone inevitabile: quello con La strada di Cormac McCarthy, classico della letteratura statunitense diventato poi un film amatissimo da critica e pubblico con protagonista Viggo Mortensen. Questo viaggio attraverso gli Stati Uniti svuotati di umanità ma con tutti gli artefatti della civiltà in lento decadimento può anche ricordare Io sono leggenda, per cui vale lo stesso discorso di La strada (libro popolare classico del Novecento che diventa un film molto amato con un popolare attore protagonista).

Ho citato due storie molto datate nel raccontare il futuro post apocalittico dell’umanità decimata da un qualcosa di pandemico. Qua e là c’è un qualche elemento che fa pensare alla pandemia vera che tutti abbiamo affrontato,soprattutto quando la serie esplora le reazioni negazioniste, violente e sovversive che la diffusione del fungo ha generato. Il titolo che però accosterei di più a The Last of Us è l’adattamento in un romanzo molto più recente di Io sono Leggenda e La Strada: la serie televisiva Station Eleven, quasi sconosciuta in Italia.

Quello che Station Eleven fotografa benissimo e che The Last of Us riprende in maniera eccellente è il divario generazionale tra umani alle prese con l’Apocalisse. Joel ed Ellie vivono in modo radicalmente differente quanto succede. Lei per tanti versi non ricorda il mondo di prima, è nata e cresciuta con le logiche dell’adesso. Dà per scontate cose raggelanti, si stupisce con ingenuità di altre che invece sono scontate per Joel e per lo spettatore. La Ellie dello show HBO, anche a livello caratteriale, è forse la prima trasposizione davvero impattante di un “tipo generazionale”identificato con la generazione Z. Lo smarrimento di Joel talvolta è originato dal modo lontanissimo che Ellie ha di concepire il mondo rispetto al suo, essendo un boomer e una gen z a confronto.

The Last of Us insomma s’inserisce per ispirazioni e riferimenti in un genere già molto familiare. Ci sono aspetti tecnici in cui potrebbe rifarsi più esplicitamente all’ambito videoludico, come per esempio la regia. A differenza di altri titoli come Assassin’s Creed, raramente fa riferimento all’esperienza diretta di gameplay. Quando Joel e Millie sparano, lo fanno in un modo che non ricorda quello in cui il videogiocatore è attivamente impegnato. Ho letto in alcune recensioni che la fotografia è attentamente ricostruita per somigliare il più possibile a quella del gioco, che però, per quanto possa giudicare dalla serie HBO, aveva una forte componente cinematografica insieme. Il risultato è una serie ottimamente fotografata sì, in modo piuttosto tradizionale.

Un’altra impressione che ho ricavato dalla visione è che HBO abbia espanso la trama originale del videogioco,fornendo molti più dettagli sul passato dei personaggi. Un esempio potrebbe essere il terzo episodio, forse il migliore della stagione. Di fatto si tratta quasi di una puntata standalone, che racconta come sia cambiata la vita di due personaggi nei vent’anni dallo scoppio della crisi globale causata dal fungo. Due personaggi che in termini di trama sono poco più che comparse, ma a cui viene dedicato un intero episodio. A voler essere maliziosi (e siamo qui anche per questo) si può dire che sia un ottimo modo per “allungare il brodo”. Ce n’era veramente bisogno con una prima stagione di 9 episodi in cui il primo è praticamente un film e i successivi sforano spesso i 50 minuti? Forse no, ma dal mio punto di vista sarà interessante capire cosa è stato aggiunto e ampliato e come questi “extra” verranno percepiti dai giocatori.


Tirando le file del discorso, The Last of Us è una serie con un altissimo valore produttivo, una storia non troppo originale (almeno nel suo avvio) ma impreziosita dalla grande capacità di raccontare l’universo emotivo dei protagonisti, con un coinvolgimento dello spettatore eccezionale. Da non videogiocatrice posso dire che non ha quasi alcun passaggio che faccia sospettare i suoi natali videoludici. La contaminazione tra cinema e videogiochi, considerando la grafica e la complessità di calcolo delle ultime console e la complessità produttiva dei titoli di punta, è tale da rendere molto agevole il salto tra un medium e l’altro per titoli di ultima generazione. Di recente mi è capitato di giocare per qualche ora, a casa di un amico, con Death Streanding. L’impressione era già di vedere un film, aumentata a dismisura dalle facce riconoscibilissime di attori e registi. Sto giocando a un videogioco o sto vedendo un film con Mads Mikkelsen e Lea Seydoux?

In attesa di vedere cosa succederà per i prossimi adattamenti, in primis con Kratos di God of Wars, l’impressione è che videogiochi, cinema e TV riescano a flirtare tra loro molto meglio dei comics con lo schermo. Il discrimine, come ci hanno insegnato tante operazioni fallimentari come Uncharted con Tom Holland, non è la difficoltà di saltare da un mezzo di narrazione all’altro, ma la volontà di farlo al meglio, con cura. HBO qui ci ha messo tutta la cura possibile: il livello di realismo qui è impressionante. La speranza è che i prossimi adattamenti videoludici prendano esempio proprio da questo approccio.

The Last of Us è disponibile per l'Italia in esclusiva Sky e in streaming solo su NOW, con gli episodi trasmessi in contemporanea con gli Stati Uniti. Per approfondire, puoi anche leggere la recensione della serie The Last of Us scritta da un videogiocatore.