Alexander Skarsgård e Harry Melling sono pronti ad affrontare sesso e kink, ma solo con il copione giusto: l'intervista ai protagonisti di Pillion

Tra pelle, rituali e dinamiche di potere, Pillion usa il kink per interrogare modelli relazionali ereditati e vulnerabilità maschile. I due protagonisti spiegano perché le scene più esplicite non sono mai provocazione fine a se stessa.

Nel corso dei suoi 107 minuti, Pillion mostra e svela molto, ma mai il significato del termine che ne fa da titolo. È il termine inglese per definire il sellino posteriore della moto, che nel gergo dei biker indica chi sta dietro a chi guida come passeggero. Per estensione, nel sottotesto della cultura gay motociclistica sta a significare una posizione nella coppia di sottomissione. 

Da questo termine così codificato, ma solo per chi conosce bene il mondo dei biker e della dominazione, parte il debutto nel lungometraggio di Harry Lighton, regista e autore inglese già candidato ai BAFTA per il corto Wren Boys, che adatta il romanzo di Adam Mars-Jones in una love story ironica, spiazzante e acuta. Al centro, l’incontro tra Colin (Harry Melling), giovane adulto impacciato della periferia londinese, e Ray (Alexander Skarsgård), leader magnetico e iper-dominante di un club motociclistico queer.

Una relazione che può apparire estrema o persino disturbante agli occhi esterni, ma che dall’interno rivela contraddizioni, tenerezza e una costante negoziazione di potere. Abbiamo chiesto loro a Alexander Skarsgård e Harry Melling perché se la sono sentita di far parte di un progetto che per alcuni poteva essere persino un rischio per la carriera e di come si affronta l'intimità sul set in un momento in cui anche storie così esplicite trovano finalmente spazio sul grande schermo.

Pillion, l'intervista a Alexander Skarsgård e Harry Melling

Cosa vi ha convinto ad accettare un progetto che poteva sembrare rischioso?

Harry Melling – La prima cosa è stata la sceneggiatura. Avevo già visto il precedente corto di Harry Lighton, Wren Boys, quasi per caso, un anno prima, durante una delle mie esplorazioni tra nuovi autori per mantenermi "aggiornato". Quando ho ricevuto il copione e ho riconosciuto il suo nome, ho avuto subito una sensazione positiva. Leggendolo, ho capito immediatamente che volevo interpretare questo personaggio. Per alcuni può sembrare un progetto rischioso, ma per me è stato chiaro fin da subito che volevo farne parte.

 Alexander Skarsgård – Io non conoscevo Wren Boys e non avevo familiarità con il lavoro di Harry Lighton, ma quando mi è arrivata la sceneggiatura quest'altro Harry era già coinvolto (ride). Il testo era straordinario. Inoltre, diversi amici che avevano lavorato con Harry ne parlavano molto bene. Prima dell’incontro ho visto i suoi corti e mi è stato chiaro che si trattava di un regista di grande talento. Tutti gli elementi erano al posto giusto: una sceneggiatura forte e persone valide coinvolte: i presupposti ideali per dire sì senza dubbi.

Alexander, sembri sempre molto a tuo agio in ruoli che esplorano dinamiche di potere molto diverse, dal dominante al vulnerabile. Qual è il tuo segreto?

Alexander Skarsgård – Non direi di essere sempre a mio agio. In Pillion e in Infinity Pool, dove interpreto ora un dominatore, ora un sottomesso, però, ero entusiasta dei progetti. Erano due copioni eccellenti, con grandi attori e, soprattutto, con registi straordinari come Harry Lighton e Brandon Cronenberg.

Quando ti fidi della visione di chi guida il film, tutto diventa più chiaro. In Pillion ci sono scene esplicite, ma sono lì per una ragione precisa: non sono mai gratuite o pensate solo per provocare. Se una scena è necessaria alla storia e ne sostiene l’evoluzione, allora non risulta scomoda da interpretare.

Pillion parla anche della difficoltà, per molti uomini, di esprimere vulnerabilità in una società che impone modelli di forza. Spesso queste storie emergono in contesti queer: perché secondo voi accade?

dHarry Melling – Non so se sia davvero più frequente. Non mi sento abbastanza esperto per dirlo. Quello che trovo stimolante è che oggi si raccontino storie che forse qualche anno fa non avrebbero trovato spazio. Che siano queer o meno, molte narrazioni stanno dando voce a comunità marginalizzate o a esperienze poco rappresentate. Il fatto che ora abbiano una piattaforma più ampia permette al pubblico di conoscere, comprendere ed empatizzare con realtà diverse. È un aspetto molto positivo. Pillion è un film non convenzionale sotto molti punti di vista, e poter raggiungere un pubblico ampio è qualcosa di davvero importante.

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