Gomorra - Le origini: Marco D’Amore spiega come e dove ha trovato l'idea giusta per raccontare gli inizi di Pietro, Immag e gli altri
Il nuovo prequel Sky ambientato nella Napoli del 1977 racconta la nascita di Pietro Savastano e di un mondo criminale ancora in formazione: Marco D’Amore e il team creativo spiegano la scelta di “sterzare” rispetto alla serie originale.

“All’inizio ho detto di no”: Marco D’Amore non nasconde che l’idea di tornare a Gomorra lo abbia messo di fronte a un dubbio profondo. Dopo dieci anni vissuti all’interno di uno dei progetti più importanti della serialità italiana per numeri e rilevanza internazionale, accettare di raccontarne le origini significava confrontarsi con un’eredità pesantissima. Gomorra - Le origini nasce proprio da questo conflitto: dal timore di ripercorrere una strada già battuta e dalla necessità, invece, di cambiare direzione.
Ambientata nella Napoli del 1977, la nuova serie Sky racconta l’educazione criminale del giovane Pietro Savastano in un’epoca in cui tutto è ancora possibile per lui e per i destini della città. Le origini esplora un mondo lontanissimo da quello della serie madre, dove il potere non è ancora sistema ma desiderio ma soprattutto il sogno di una vita migliore muove scelte destinate a lasciare segni irreversibili.
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In questo nuovo capitolo dell’universo di Gomorra, D’Amore (showrunner, regista e co-sceneggiatore dell’originale) firma una storia che rifiuta di ripetere una formula collaudata e si assume il rischio di una narrazione innovativa: più intima, emotiva, esposta. Una scommessa che passa anche attraverso un cast di giovani volti, perché per il suo creatore Gomorra è da sempre «la dimostrazione che Napoli è una sorgente di talenti inesauribile», un vivaio naturale a cui continuare ad attingere per raccontare nuove generazioni.
Tra le sfide più complesse affrontate dal team c’è stata anche quella della lingua e della restituzione di una Napoli anni Settanta credibile e riconoscibile. Un lavoro di ricostruzione filologica che non riguarda solo il dialetto, ma il modo stesso di abitare il mondo. «Abbiamo fatto un lavoro molto preciso sul napoletano del ’77, che è completamente diverso da quello di oggi», ha spiegato D’Amore, sottolineando come il linguaggio sia parte integrante della realtà raccontata. Un’attenzione confermata anche dagli autori, che raccontano di aver parlato con chi quella Napoli l’ha vissuta davvero: «Abbiamo raccolto memorie, racconti, modi di dire, e quando le persone che c’erano allora ci dicono “quel tono è giusto”, per noi è la conferma più importante».
Gomorra - Le origini racconta dal team di Marco D’Amore
- Marco D’Amore – Showrunner, regista e co-sceneggiatore della serie
- Leonardo Fasoli – Creatore e co-sceneggiatore della serie
- Maddalena Ravagli – Creatrice e co-sceneggiatrice della serie
- Francesco Ghiaccio – Regista di due episodi e co-sceneggiatore
- Nils Hartmann – Executive Vice President Sky Studios Italia
- Riccardo Tozzi – Fondatore e produttore di Cattleya
- Flavio Furno – interprete di O’ Paesano
- Francesco Pellegrino – interprete di Angelo detto “La Sirena”
- Fabiola Balestriere – interprete di Annalisa Magliocca (futura Chanel)
- Tullia Venezia – interprete di Imma (futura Donna Imma)
Tu e gli altri creatori della serie avete un rapporto quasi viscerale con Gomorra, a cui lavorate da anni. Cosa ti ha fatto dire sì a questo progetto dedicato alle origini della storia già raccontata?
Marco D’Amore – All’inizio ho detto di no, perché io nutro un sentimento di profondissima riconoscenza e di devoto amore verso questo progetto e verso le donne e gli uomini che lo hanno animato, sostenuto, pensato, realizzato. Facendo un bilancio degli ultimi dieci anni di vita, tra regia, recitazione e la possibilità che mi è stata data di esordire alla regia con un progetto che è stato L’Immortale, sentivo di non avere forse la capacità di dare ancora qualcosa, nutrendo forse anche un pregiudizio rispetto al timore che sentivo di battere una strada che forse avevamo già percorso.
Sono stato smentito innanzitutto dalla capacità e dalla volontà di Sky e di Cattleya di non avere timore di sterzare. Dal talento di Maddalena e di Leonardo, per cui già fin dagli albori della scrittura si intuiva un respiro, un profumo, un’intenzione completamente diversa. Visto che io sono un melomane mi è venuto in mente De Gregori, quando scrive “tra il bufalo e la locomotiva la differenza sarà tra gli occhi”: la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scattare di lato e cadere.
Ho sentito che tutti insieme volevamo accollarci la responsabilità di sterzare e di cadere, perché era necessario andare da un’altra parte, assumerci le responsabilità e rischiare di cadere.

Nils, immagino che sia stata una grande responsabilità creare qualcosa di nuovo partendo da Gomorra.
Nils Hartmann – La domanda che abbiamo sentito più spesso noi a Sky, ma anche nell’ambiente internazionale, è “quando rifarete Gomorra?”. Quando una serie ha il successo che hanno avuto le cinque stagioni di Gomorra, è inevitabile. Dal punto di vista marketing e industriale sarebbe molto facile allungare il brodo e fare qualcosa con gli stessi sapori e gli stessi suoni.
Qui invece abbiamo sterzato davvero. Abbiamo preso una strada completamente diversa e questa strada l’abbiamo scelta quando Maddalena, Leonardo, Riccardo e io ci siamo visti e abbiamo trovato un’idea che ha convinto tutti. Sentivamo tutti questa responsabilità. Gomorra continua a essere la serie più vista di Sky a parità di stagioni: non c’è Il Trono di Spade, non c’è una serie HBO che tenga, in termini di risultato.
Un dato di cui si parla poco è l’accomplishment rate: quante persone iniziano una serie e la finiscono. In Gomorra la curva sale dal primo all’ultimo episodio, ed è rarissimo. Oggi siamo tornati al nostro DNA: lanciare giovani talenti. E questo mi rende particolarmente orgoglioso.
Riccardo, dopo il no iniziale di Marco che cosa avete fatto?
Riccardo Tozzi – Effettivamente ce l’abbiamo portato per la collottola. Ma doveva essere qualcuno che fosse organico allo spirito di Gomorra, che conoscesse tutta la storia. Anche se questa stagione è un prequel, quindi completamente sganciata, ci sono una serie di connessioni emotive fortissime.
Dalla prima idea abbiamo capito che c’era qualcosa di giusto. E quando un’idea è giusta, il resto viene da sé: la storia, il cast, gli ambienti, la scenografia. È un racconto completamente diverso, con un colore e un calore differenti. Appartiene all’universo Gomorra ma ha una sua identità precisa.
È un progetto di grande coraggio. Riprendere Gomorra e riscriverla, ripensarla, era rischioso. Ma questo atto di coraggio può premiare sia chi ha amato la serie originale sia un pubblico nuovo.
Abbiamo deciso di cambiare anche il linguaggio promozionale, di parlare a un pubblico più largo, di raccontare Gomorra - Le origini come un ingresso possibile anche per chi non conosce la serie madre.
Maddalena e Leonardo, quanto è stato stimolante e quanto difficile lavorare su personaggi che conosciamo da anni, ma in un momento in cui tutto era ancora possibile?
Maddalena Ravagli – Sono persone vere, casi reali, personaggi che nel tempo sono diventati altro nell’immaginario del pubblico. Immaginarli in un momento in cui tutto era ancora aperto è stato complesso ma anche liberatorio.
Leonardo Fasoli – Abbiamo fatto un grande lavoro di ricerca, soprattutto attraverso interviste a persone che avevano vissuto in quegli anni. I modi di parlare, di vivere, i comportamenti quotidiani. È stato un lavoro di memoria collettiva.
Francesco, tu conosci Marco da molto tempo e qui dirigi due episodi: com’è stato entrare in questo progetto?
Francesco Ghiaccio – Conosco Marco dai tempi dell’accademia, quando eravamo poco più che ventenni. Questa è la prima volta che dirigo qualcosa che non ho scritto e all’inizio è stato complicato. Ma Marco mi ha accolto in casa sua. Quando è arrivato il mio momento, quella casa era già costruita. Io ho dovuto solo custodirla.

Marco, vuoi presentarci i tuoi giovani attori?
Marco D’Amore – Sono la dimostrazione che Napoli è una sorgente di talenti inesauribile. Flavio Furno ha l’umiltà dei grandi attori. Francesco Pellegrino è fragile, delicato, non ha paura di mostrare le sue spezzature. Fabiola Balestriere ha negli occhi la Napoli di cent’anni fa. Tullia Venezia è alla sua prima esperienza e ha una grazia rarissima.
Tullia, Imma appare subito diversa: che percorso fa il tuo personaggio?
Tullia Venezia – Imma viene da un contesto diverso, più agiato, ma si trova davanti a scelte che determineranno il suo futuro. Episodio dopo episodio cambia, cresce, si lascia toccare dalle sfide.
Con le polemiche attuali sull’apologia e la proposta di modifica del Codice Penale, avreste fatto lo stesso progetto?
Marco D’Amore – I politici hanno scarsa dimestichezza col simbolico. La narrazione non serve a edificare ma a portare alla luce ciò che sta sotto. Se non permetti al negativo di emergere, diventa pericoloso davvero.
L’Italia è conosciuta nel mondo per il neorealismo, non per chi lo osteggiava. Raccontare il male è un atto culturale che aiuta a metterlo a fuoco: tacerlo è di gran lunga peggio.
C’è stato anche un grande lavoro sulla lingua: come avete ricostruito il napoletano degli anni Settanta?
Marco D’Amore – È un napoletano completamente diverso da quello contemporaneo. Abbiamo lavorato su detti, suoni, inflessioni ereditate dai nostri padri e nonni. Il linguaggio è realtà e noi ne stavamo raccontando una diversa dalla serie che avete già visto, perciò anche il linguaggio doveva riflette questo cambiamento.
Leonardo Fasoli – Il racconto della realtà passa necessariamente dal linguaggio. Senza quello non puoi raccontare un mondo.
Avete già fatto capire che, a fronte di un successo, non vi fermerete qui. A che punto siete con le stagioni 2 e 3?
Nils Hartmann – Stanno scrivendo. Abbiamo il concept. È una sfida crescere mantenendo lo stesso livello.

























