Guillermo del Toro: “Volevo che Frankenstein fosse un animale vivo e capace di ricostruirsi”

Io, Cuarón, Iñarritu? “Abbiamo cercare di fare qualcosa di nuovo”.

Guillermo del Toro: "Volevo che Frankenstein fosse un animale vivo e capace di ricostruirsi"

Guillermo del Toro e il suo Frankenstein sono diventati uno dei binomi della stagione. Un progetto inseguito per tutta la vita per il regista messicano, concepito, racconta, come un'opera lirica, pieno di musicalità, una sorta di vera religione, di sogno-ossessione, a cui è riuscito oggi a dare forma grazie all’ennesima esperienza e scommessa visiva, partendo dal romanzo di Mary Shelley. Lo abbiamo incontrato all’ultimo International Marrakech Film Festival, dove nel ripresentare il film, in lizza a cinque nomination ai Golden Globe, tra cui miglior film e regia, con Jacob Elordi già vincitore come miglior attore non protagonista ai recenti Critics' Choice Awards, ha raccontato di sé, ispirazioni e due suoi due “amigos” di lunga data, Alfonso Cuarón e Alejandro G. Iñarritu.

Intervista a Guillermo del Toro

I mostri che crea, qui o altrove, sono sempre molto empatici.

Sono nato nel '64, allora i film sui mostri giapponesi erano tutti adorabili.

Godzilla nasceva come forza della natura o potenza della bomba atomica, ma si presentava già molto addomesticato, poi è diventato il buono. Quando ho letto invece Frankenstein negli anni '70, tutti i mostri universali sono stati riadattati dalle nuove generazioni quasi come eroi, erano molto più desiderabili e belli. È la cultura in cui sono cresciuto. E nel libro, Mary Shelly, a volte si oppone al fatto che il mostro sia completamente demoniaco, c'è molta supplica, implorazione da parte della creatura nei confronti del creatore, ed è questo che mi ha commosso molto.

Volevo che Frankenstein fosse come un'opera lirica e davvero emozionante. I romantici hanno fatto un enorme passo avanti verso la possibilità del ridicolo, il modo in cui abbracciano la spiritualità, la cultura della sensazione.

Perché ha pensato che Jacob Elordi fosse giusto per questo ruolo?

Nella prima telefonata mi disse: «Questa creatura è più me di me stesso. Ed è così che mi sento nei confronti della creatura». Ho risposto: «So perfettamente cosa intendi». È una persona che vive in un mondo che lo giudica per il suo aspetto, non fa differenza se sei molto bello o molto brutto, finché vieni giudicato per il tuo aspetto comprende solitudine di esistere in quel corpo. Se lo senti, lo senti, e io capivo cosa intendeva.

Nel lavoro speso valorizza tutte le crepe e imperfezioni, come se stesse applicando l’arte giapponese Kintsugi.

Ho letto del wabi-sabi all'inizio degli anni 2000, lo stavo già applicando prima di Pacific Rim, da qualche parte anche tra Il labirinto del fauno. Ne parlai brevemente anche con George Lucas, mi era sembrato molto interessante.

Sapevo che un giorno mi sarebbe stato chiesto: "Perché inserisci le autopsie nei tuoi film?". E io ho risposto:

"Perché se qualcosa è morto, prima era vivo". E il pubblico, vedendo gli organi interni, pensa: "Oh, è una creatura reale". Qualcuno ha detto: "Beh, è molto Wabi-sabi". La verità è che da bambini siamo fragili, poi ci ricostruiamo con le storie, e lì troviamo tanta bellezza. Il mostro è disegnato in modo molto simile al Kintsugi.

Qual è l'origine della sua ricchezza in termini di estetica?

Dalla pittura all’illustrazione: Del Bue, Rousseau, Monet, oppure Will Hélder, Harvey Kurtzman della rivista Mad, K. Nielsen, Arthur Rackham. Mi sono reso conto che ci sono due registi che mi hanno influenzato: uno è Buñuel, l’altro è Hitchcock. Quest’ultimo disse: "Ho attraversato tutte le fasi del cinema britannico che siano mai esistite, iniziando con il cinema muto e quando è arrivato il sonoro, non l'ho preso alla leggera. Ho detto: 'Il sonoro è importante, il colore è importante". Io l'ho applicato con giudizio. Ma per essere espressivi ci deve essere sempre un senso di composizione.

Cosa la spinge al prossimo progetto?

Ero con David Cronenberg quando ha compiuto 74 anni, stavamo cenando e lui mi disse: "Devi spaventarti per rimanere giovane". Questo è più o meno quando stava provando a realizzare A History of Violence o La promessa dell’assassino, che all'epoca erano considerati un cambiamento. Ora sappiamo che fanno parte del suo vocabolario, ma lui li ha mostrati in modo molto diverso. Disse: "Un tempo pianificavo i miei film meticolosamente, ora mi piace girare di getto", è diventato un regista più giovane. Avere paura è più affascinante per qualsiasi artista.

Lei, Cuarón, Iñarritu. Siete diventati registi di grande successo: che rapporto ha con loro, vi aiutate a vicenda?

Ci sentiamo ogni settimana, a volte anche tutti i giorni, questo deriva dal fatto che apparteniamo alla stessa generazione. Siamo sempre stati molto selvaggi, ribelli come giovani registi, volevamo fare qualcosa di nuovo, cercavamo di spingere tecnicamente per una cinematografia e una migliore costruzione delle immagini, ma sono molto felice di vedere registi più giovani come Michel Franco affermarsi. Noi proveniamo da una generazione che ha aperto i sindacati, attraversando grandi difficoltà. Ho visto Alfonso lottare con veemenza ad esempio per Gravity, diceva:

"Lo diresti allo studio? Perché loro non credono nel film". Ebbe invece un enorme successo.

Riguardo le politiche migratorie adottate dagli Stati Uniti e sul loro impatto sul Messico. Qual è la sua opinione?

Stiamo vivendo un momento atroce, non solo dal punto di vista politico, ma anche della percezione dell'immigrazione. Per molti anni, l'idea di dividere le persone incolpando gli altri ha avuto successo, lo fanno le persone al potere perché dicono: "Il problema non viene da noi che siamo milionari o miliardari, proviene da quella persona o da quel gruppo o da ciò che esiste al tuo livello”. E le persone sembrano, per qualche motivo istintivo e demoniaco, preferire incolpare chi sta loro accanto piuttosto che chi sta sopra di loro. Ci troviamo in un periodo particolarmente difficile in cui questo può essere contrastato, ma nelle arti, bisogna offrire la possibilità di comprendere che esiste una seconda narrazione.

E penso che questa sia, tra l'altro, una delle cose che Mary Shelly fa nel libro. Il film cerca di dire: "Avete ascoltato la storia del mio creatore, ora vi racconterò la mia". Questo da solo offre la possibilità di comprendere che c'è l'altra faccia della medaglia. Ma a livello politico, sociale, la possibilità di riconoscerci nell'altro diventa sempre più difficile man mano che la polarizzazione aumenta, il che è assolutamente disumano.

Qui trovi la recensione del film.

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