The Alighieri Circle: Dante's Bloodline, la recensione: un viaggio nell'Abisso che finisce troppo presto
ONE-O-ONE Games rilegge la Divina Commedia attraverso una maledizione familiare interessante, ma tre ore, enigmi elementari e una storia poco sviluppata lasciano il viaggio a metà.

Di walking simulator ne sono passati parecchi sotto le nostre mani, abbastanza da capire che il problema non è mai quanto poco si faccia, ma quanto riesca a pesare quello che resta. Quando spariscono combattimenti, progressione e buona parte dell'interazione, tutto finisce sulle spalle della storia, degli ambienti e del modo in cui il gioco riesce a farci venir voglia di continuare a esplorare. The Alighieri Circle: Dante's Bloodline parte da una posizione favorevole: basta il cognome che porta nel titolo per evocare un immaginario preciso e accendere subito una certa curiosità.
ONE-O-ONE Games prende la Divina Commedia e prova a raccontarci che quanto scritto da Dante non fosse esattamente l'Inferno, ma il modo con cui il poeta avrebbe razionalizzato ciò che aveva visto. L'Abisso esiste davvero, la famiglia Alighieri ne custodisce il segreto e ogni trentatré anni un discendente deve tornare alla villa di famiglia per completare un rituale necessario a tenere chiuso il passaggio. Nel 1993 tocca a Gabriele, che conosce da tempo il peso del proprio cognome e spera di trovare una soluzione diversa da quella affrontata dai suoi antenati.
L'idea iniziale ci è piaciuta parecchio. Non perché basti mettere Dante dentro un videogioco per renderlo interessante, ci mancherebbe, ma perché il titolo prova almeno a non ricostruire la solita gita nei gironi dell'Inferno. Il problema è che, dopo averlo completato in circa tre ore esplorando quasi tutto e leggendo gran parte dei documenti, ci siamo trovati davanti a una produzione che sembra preparare per tutto il tempo qualcosa di più grande. E quando finalmente ci aspettiamo che cominci a farlo, arrivano i titoli di coda.
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Una famiglia, trentatré anni e un conto da pagare
Gabriele (il protagonista) sa che il rituale esiste e che la propria famiglia lo ripete da generazioni, ma non conosce la vera natura dell'Abisso né l'identità della figura che lo accompagna quando comincia la discesa. La guida assume, con un richiamo abbastanza evidente, il ruolo che Virgilio aveva per Dante. Solo che qui si tratta di un antenato che ha già affrontato lo stesso viaggio.
La scelta funziona soprattutto quando i documenti mostrano come ogni generazione abbia provato a convivere in modo differente con la stessa condanna. Uno degli episodi più interessanti riguarda proprio il passato di questa figura e il suo tentativo di sottrarsi alle regole del rituale per non perdere la persona amata. In poche righe il gioco tira fuori un conflitto che, paradossalmente, finisce per risultare più definito di quello dello stesso Gabriele.
Il protagonista resta infatti un alter ego funzionale. Seguiamo la storia attraverso i suoi occhi e lo vediamo nelle sequenze dedicate alla vita con Delilah, ma non abbiamo mai avuto la sensazione di conoscerlo davvero. Il rapporto con la moglie è la parte umana che regge meglio la vicenda: le telefonate tra i due e le cutscene realizzate con un tratto illustrato quasi da affresco riescono a dare credibilità alla coppia.
Ed è proprio per questo che il finale lascia un retrogusto strano. Per buona parte dell'avventura The Alighieri Circle ci ricorda che il rituale richiederà un sacrificio e costruisce l'idea che Gabriele debba arrivare a compiere una scelta. Quando quel momento arriva, però, la sceneggiatura ha già deciso tutto. Non servivano tre finali o una ruota morale, ma se il racconto passa ore a farci sentire il peso di una decisione sarebbe stato quantomeno piacevole poterla vivere davvero. Anche il Pozzo della Creazione, indicato come un luogo legato all'origine della maledizione, resta più una promessa che una vera destinazione.

L'abisso non è l'inferno di Dante. Ma allora che cos'è?
Aspettarsi di trovare Minosse, Cerbero, Paolo e Francesca a ogni angolo sarebbe probabilmente il modo peggiore di giudicare il lavoro di ONE-O-ONE Games. Il gioco ci dice apertamente che l'Inferno della Commedia è un'interpretazione di Dante e che l'Abisso può assumere forme diverse a seconda di chi lo attraversa. L'idea ci piace perché permette agli sviluppatori di allontanarsi dall'iconografia più abusata del libro del maestro fiorentino cercando di inventare qualcosa di nuovo.
Visivamente ci riescono. L'Abisso lavora soprattutto su bianco, nero e grigio, con il rosso utilizzato per il sangue e per alcuni elementi che devono staccarsi con forza dal resto dello scenario. Ci sono distese, acqua e strutture che sembrano appartenere a epoche differenti. Caronte compare addirittura in una forma distante dall'immaginario classico. Ma più continuiamo ad avventurarci nell'abisso, più il problema comincia a farsi evidente. L'Abisso ha poche presenze, pochissimi incontri realmente significativi e quasi nessuna situazione capace di lasciare un segno oltre alla composizione visiva scenografica che ne compone la struttura. Non chiedevamo una sfilata di personaggi della Commedia, però se questo luogo dovrebbe riflettere le paure e i ricordi di Gabriele viene spontaneo chiedersi perché abbia così poco da raccontare su di lui.
Gabriele è volutamente così povero interiormente da generare un Abisso altrettanto spoglio, oppure sono semplicemente gli scenari a essere rimasti senza abbastanza contenuti? Il gioco non dà elementi sufficienti per trasformare la prima ipotesi in una lettura convincente, e così la seconda prende presto il sopravvento.
Anche sul fronte horror c'è poco da salvare. Durante la nostra partita non abbiamo trovato praticamente nulla che producesse paura e pochissimo che potesse essere definito inquietante. Non è una questione di jumpscare: l'Abisso non sembra mai reagire davvero alla nostra presenza né mettere in dubbio ciò che stiamo osservando. È bello da guardare, qualche volta straniante, ma raramente mette a disagio. Per un luogo costruito sulle paure di chi lo attraversa è un'occasione persa difficile da ignorare.

La villa nasconde molti segreti ma alla fine...
Tra una discesa e l'altra torniamo nella villa di famiglia. Gli spazi sono contenuti: un piano principale composto da poche stanze e un livello interrato dove si trovano il magazzino e il passaggio verso l'Abisso. All'inizio la dimensione ridotta non disturba l'occhio, se non altro perchè ci si aspetta di vedere qualcosa aldilà di qualche scaffale e due teche impolverate.
La villa continua però a suggerire segreti senza possederne davvero abbastanza. I diari sono probabilmente la parte più interessante dell'esplorazione, perché raccontano alcuni degli Alighieri che hanno affrontato il rituale prima di noi e aggiungono ricordi di Gabriele. Solo che leggendo quelle pagine ci siamo chiesti più volte perché non stessimo vedendo quelle storie: trasformarne almeno alcune in ricordi o brevi sequenze avrebbe dato molto più peso al passato della famiglia.
Alla fine la villa diventa soprattutto uno spazio di servizio. Si torna, si cerca il nuovo documento, si risolve ciò che serve per proseguire e si scende di nuovo. Dopo il primo capitolo la struttura diventa facile da prevedere e, nonostante la durata ridotta, il ritmo si fa sorprendentemente lento.
Anche gli enigmi seguono questa linea. Chi ha giocato la demo conosce già quello delle tre fiere, semplice e diretto. I successivi richiedono talvolta di capire dove siano state distribuite le informazioni o di collegare due elementi presenti nella stanza, ma non arrivano quasi mai a costringerci a ragionare davvero. La difficoltà, da sola, non sarebbe nemmeno il punto: un puzzle elementare può funzionare se racconta qualcosa del luogo o del personaggio. Qui molti passaggi sembrano esistere perché tra una cutscene e l'altra bisogna pur fare qualcosa.
Giusto alla fine di questo viaggio c'è stata una cosa che ci ha strappato quantomeno un sorriso. Davanti a una sorta di labirinto composto da porte abbiamo recuperato carta e penna per segnarci il percorso (roba da giocatori anni Novanta, quando fotografare lo schermo con il telefono non era un'opzione). Non è improvvisamente diventato Myst, ma per qualche minuto abbiamo avuto la sensazione di partecipare alla soluzione. Peccato che succeda quando siamo ormai vicini alla conclusione.

Bello da vedere, ma la cornice rimane la parte più bella del quadro
La parte tecnica è quella che ci ha dato meno problemi. Abbiamo giocato su PC con GeForce RTX 4060 Ti e monitor ultrawide, trovando un'esperienza stabile, senza bug rilevanti o cali di prestazioni degni di nota. Il gameplay sfrutta correttamente il formato panoramico, mentre le cutscene illustrate mantengono un rapporto d'aspetto più stretto e vengono mostrate con bande nere laterali.
L'Unreal Engine 5 fa il suo lavoro, e in alcuni scorci lo fa anche molto bene. Materiali e illuminazione restituiscono una villa credibile e un Abisso capace di costruire immagini interessanti. Le sequenze illustrate dedicate a Gabriele e Delilah sono forse l'elemento che abbiamo apprezzato di più sul piano artistico.
Il limite è ciò che succede dentro questi spazi. Dopo tre ore ricordiamo più facilmente la bicromia dell'Abisso che una scena avvenuta al suo interno, e questo dice parecchio. Anche il comparto sonoro resta corretto senza diventare caratterizzante. Nella build che abbiamo provato abbiamo utilizzato le voci inglesi, convincenti e adatte ai personaggi, mentre musica e rumori ambientali fanno il loro dovere senza costruire quella tensione che avrebbe potuto aiutare parecchio l'esperienza. La pagina Steam indica oggi anche l'audio completo in italiano, aspetto che andrà verificato sulla versione pubblica.
Tre ore non sono poche per definizione. Qui lo diventano perché tutto sembra chiedere altro tempo: Gabriele avrebbe bisogno di maggiore caratterizzazione, la villa di segreti veri, l'Abisso di incontri capaci di appartenergli davvero e il finale di spazio sufficiente per far pesare ciò che ha preparato.
The Alighieri Circle: Dante's Bloodline resta un progetto curioso e per alcuni aspetti affascinante. Ma quando abbiamo terminato il rituale non ci siamo sentiti arrivati alla fine di un viaggio, quanto piuttosto al punto in cui quel viaggio avrebbe finalmente potuto cominciare a dire qualcosa di più.
Versione Testata: PC
Voto
Redazione

The Alighieri Circle: Dante's Bloodline, la recensione: un viaggio nell'Abisso che finisce troppo presto
The Alighieri Circle: Dante's Bloodline parte da una rilettura della Divina Commedia che incuriosisce e trova nel rapporto tra Gabriele e Delilah il suo elemento più credibile. Il problema è che tre ore non bastano a sviluppare ciò che il gioco continua a promettere: l'Abisso resta povero di incontri, la villa nasconde meno di quanto suggerisca e gli enigmi raramente lasciano il segno. Quando arriva il finale, la sensazione è quella di aver concluso un lungo prologo.









