L'estranea, l'horror italiano di Paolo Strippoli continua a convincere
Ha fatto bene Alberto Barbera a piazzare un horror italiano in competizione: Venezia e il cinema italiano hanno bisogno di venire associati più spesso a film come L'estranea.

In attesa di scoprire cosa penserà la stampa internazionale di L'estranea, è un piacere vedere un film italiano di genere che prova che anche da noi qualcuno ha intercettato l'importanza dell'horror commerciale nella narrazione cinematografica contemporanea, come genere in cui elaborare temi eterni ma anche la più stretta contemporaneità. L'estranea appartiene sicuramente al primo gruppo e questo è forse il suo limite: nel parlare di genitorialità e rapporti familiari tra padri e figli maschi, madri e figlie femmine, manca proprio di dire qualcosa che lo renda autenticamente "la versione di Strippoli" su un tema con cui tantissimi cineasti horror si sono misurati. Manca un po' l'originalità, quella cifra personale che invece aveva conquistato in La valle dei sorrisi. È più solido che audace, ma traslare certe dinamiche sotterranee delle famiglie borghesi bene dal mondo anglosassone alla Bari facoltosa degli anni Novanta prima e del 2006 poi è comunque un traguardo non da poco.
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Cuore (nero) di mamma
L'estranea ruota tutta attorno a Jasmine Trinca, impegnata in un ruolo diametralmente opposto a quello che l'ha vista poche ore fa come protagonista di Succederà questa notte di Nanni Moretti. Anche se poi, a ben vedere, le madri che interpreta sono entrambe impegnate a trovare il modo di salvare la loro figlia, di comunicare autenticamente con lei. Il pericolo in L'estranea sembra più minaccioso, ma, come spesso accade nell'horror, la sua natura è determinata dalla percezione di chi teme di perdere ciò che ha.
È una percezione dominata dalla paura quella della protagonista di L'estranea, che spiega alla figlia ormai adulta come quando diventi madre, vivi nella paura costante che l'essere fragile che hai appena partorito si rompa. I bambini crescono, diventano grandi, ma la paura rimane. Sia per la loro incolumità, sia per il giudizio della gente di fronte alle loro mancanze, che si attaccherà ai genitori, come una colpa. Quando Alice, la figlia della protagonista Anna, è ancora una graziosa e spensierata bambina, accade un fattaccio che la porta in ospedale in condizioni molto gravi. Alice rischia di perdere un arto e, con esso, di vedere sfumare le aspirazioni che la madre ha per lei e per il suo futuro.
Nella cappella del nosocomio la madre disperata viene avvicinata da una donna, l'estranea del titolo, che le predice che la bambina perderà la gamba, a meno che lei non accetti di fare uno scambio. Il peso corporeo di Tobia, il figlio maggiore della coppia e futura promessa del calcio, in cambio della scampata amputazione per la piccola. Anna mette sul piatto della bilancia il benessere dei due figli e sceglie quello di Alice a discapito di quello di Tobia.
Da questa prima scelta si innesca una spirale di ritorni in ospedale e di conseguenze successive che, prevedibilmente, richiedono scambi sempre più atroci, esiti sempre più diabolici. L'estranea si rifiuta di prendere la vita o la salute di Anna e la chiama sempre a fare una scelta per altri. Come in molte profezie, il punto di arrivo è quello previsto, ma a rivelarsi una trappola è il modo in cui ci si arriva. Talvolta gli esiti sono diabolici, con conseguenze e ricadute impreviste e difficili da accettare, che portano alla lenta rovina della facoltosa famiglia Colonna.
La storia oscura di famiglia è la stessa Anna a raccontarla ad Alice nel suo appartamento romano, in una giornata di pioggia eccezionale, rivelando un rapporto teso e ricchissimo di non detti anche da parte della figlia. Sin dall'inizio attorno alle due si manifestano strane forme a spirale che ricordano un po' uno dei manga più celebri di Junji Ito e sembrano preannunciare il continuo ritorno e l'inasprirsi di questa specie di maledizione.

L'horror di Strippoli tifa Italia
Jasmine Trinca sembra divertirsi parecchio nel ruolo di questa matrona possessiva e consumata da un'ambizione che nemmeno lei davvero capisce, che vede nella sua famiglia bellissima e perfetta il riscatto dalle ambizioni frustrate della sua gioventù. Valeria Bruni Tedeschi diverte ancor di più in un ruolo che sfrutta alla perfezione il suo modo di fare e parlare così caratteristico, senza nemmeno chiederle di smettere di essere Valeria Bruni Tedeschi, ma anzi, sfruttando il suo modo di buttar lì con nonchalance le peggiori bordate. Perennemente avvolta in un trench color sabbia, quasi immune all'invecchiamento (e forse questo è un indizio), l'estranea è un po' strega, un po' oracolo di Delfi, ammantata di un cinismo e di un genuino godimento di fronte allo strazio generato dagli scambi che propone alla protagonista. È volutamente ambigua, non definita, un po' strega di corsia, un po' proiezione del subconscio, ma così cattiva nel suo essere amorale che durante la finale dei Mondiali di calcio del 2006 esclama serafica: "Io tifavo per la Francia".
L'estranea ha infatti il merito di essere tra i primi a scegliere di ricostruire gli anni Duemila a livello d'immagine e mentalità, ambientando la storia in una Bari danarosa, pettegola ma sotto sotto un po' cafona. Come ne La valle dei sorrisi, c'è una componente italiana del gusto specifico della storia che la rende ancora più sfiziosa: una delle scene madri, per esempio, si svolge proprio durante la finale dei Mondiali di calcio del 2006 vinti dall'Italia, quando la frustrazione e il dolore di Anna alla guida si confondono con l'esaltazione e il tripudio del resto d'Italia. Le crudité di pesce, lo spot della Barilla, la sponsorizzazione della squadra giovanile di calcio locale, la grande festa di Ferragosto con dress code bianco sono tutti elementi d'italianità correttamente e gustosamente inseriti nello svolgersi horror della storia.
Il film qualche impasse nel finale non riesce ad evitarla, dopo il disvelamento (quello invece molto sfizioso) dell'ultimo scambio accettato dalla madre. Sembra quasi alla ricerca di un finale ad effetto, ma nel rapporto di Alice e Anna non c'è abbastanza sostanza per osare qualcosa al di fuori di un classico sviluppo morboso e possessivo da parte della madre nei confronti della figlia, anche se il film suggerisce timidamente qualche lettura più tagliente (la scelta finale di Anna è dettata anche dal fatto che, dopo tanti anni di silenzi, la figlia le rivela la sua omosessualità?). Nel complesso però Strippoli si conferma un regista che non ha paura di fare proprio il genere horror, comprensivo di tutti i suoi stilemi e della sua estetica. Scene come la bara bianca che trema, le corse sottosopra di Trinca nei corridoi bui dell'ospedale dimostrano come, pur imbastendo quello che nei fatti scorre come un thriller psicologico, rivendichi con orgoglio l'etichetta di genere. Ha anche il grande merito di non rinnegare il panorama italiano in cui immergere la storia, facendolo però in modo molto contemporaneo e talvolta abbastanza ricercato (vedi l'utilizzo di Nessuno dei Baustelle in una scena cardine del film).

Prevedibilmente, il duo formato da Valeria Bruni Tedeschi e Jasmine Trinca è uno dei punti di forza del film: la prima tormenta una Trinca talvolta persino più sadica e pessimista della fattucchiera che la mette alla prova, regalando interazioni assolutamente godibili per le bordate che entrambe sono capaci di assestarsi a vicenda. È anche qui, nell'incontro tra due interpreti così riconoscibili e un immaginario horror che mai prova a internazionalizzare la propria italianità, che L'estranea trova la sua identità più convincente.
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Redazione

L'estranea, l'horror italiano di Paolo Strippoli continua a convincere
L'estranea è un film solido e capace di divertire il pubblico, più vicino al thriller psicologico che all'horror vero e proprio. Tiene alta la tensione per tutta la sua durata e rende l'italianità dell'ambientazione e delle aspirazioni sociali dei protagonisti parte integrante di quell'approccio agile e contemporaneo che fa di Strippoli la risposta italiana a un vasto movimento di registi internazionali che hanno deciso di utilizzare il genere non come trampolino di lancio, ma come cornice privilegiata delle proprie storie.











