Beyond the Dark: Nightwatch, recensione di un horror co-op che inciampa nella sua stessa ambizione

Un'intrigante escape room cooperativa su Nintendo Switch 2 che trasforma la comunicazione nell'unica arma di sopravvivenza, mostrandosi però claudicante in molti aspetti.

Beyond the Dark: Nightwatch, recensione di un horror co-op che inciampa nella sua stessa ambizione
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Il genere survival horror ha storicamente costruito le proprie fortune sull'isolamento: gettare il giocatore in pasto all'ignoto, privato di qualsivoglia supporto umano, resta da decenni la via più breve ed efficace per innescare il panico. Ribaltare questo dogma fondante, trasformando la solitudine in una simbiosi forzata tra due persone, è una scommessa concettuale tutt'altro che banale. È esattamente su questo terreno scivoloso che decide di muoversi Beyond the Dark: Nightwatch, nuova fatica dello studio indipendente francese Atlantis Studio pubblicata in collaborazione con Q-Games in esclusiva per Nintendo Switch 2. Il gioco si presenta fin dalle premesse come un'esperienza radicale, concepita tassativamente per due giocatori e strutturata attorno al principio della cooperazione asimmetrica.

Qui non si tratta semplicemente di condividere lo stesso corridoio imbracciando due armi, bensì di scindere in due tronconi complementari le facoltà stesse del giocatore: da un lato chi agisce fisicamente nel buio, dall'altro chi osserva, analizza e dirige le operazioni dietro una parete di monitor. Sfruttando le funzionalità di condivisione della console - grazie anche a un provvidenziale sistema di Friend's Pass e GameShare che consente di affrontare l'incubo su due console separate con l'acquisto di una singola copia - il titolo ambisce a ricreare la tensione claustrofobica di una gigantesca escape room mortale, in cui il silenzio equivale a una condanna e una singola informazione comunicata in ritardo può fare la differenza tra la salvezza e il baratro.

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A impreziosire un progetto indipendente dalle premesse così peculiari troviamo peraltro due firme d'eccezione che non passano inosservate: l'inconfondibile timbro vocale di Troy Baker a battezzare la narrazione introduttiva e le partiture evocative di Oscar Araujo, compositore già apprezzato per i suoi trascorsi gotici sulla saga di Castlevania: Lords of Shadow. Tuttavia, come spesso accade quando un'intuizione brillante si scontra con i limiti di una produzione contenuta, la distanza tra la bontà dell'idea su carta e la sua effettiva messa in scena può rivelarsi impietosa. Tra un'atmosfera indubbiamente magnetica e una serie di spigolosità tecniche e strutturali che mettono a dura prova la pazienza anche delle coppie più affiatate, è il momento di capire se il viaggio nell'oscurità di Atlantis Studio meriti davvero il vostro tempo.

Due schermi per un solo, incerto incubo

Sgomberiamo subito il campo da qualsiasi equivoco: se cercate in Beyond the Dark: Nightwatch un intreccio narrativo stratificato, resterete a bocca asciutta. Nonostante un incipit di indubbio fascino, impreziosito dal timbro magnetico di Baker che introduce l'atmosfera con mestiere, la componente diegetica è ridotta al minimo sindacale. Ci si risveglia nei panni di un prigioniero all'interno di una lugubre magione, privi di coordinate e con l'unico, disperato obiettivo di fuggire affidandosi alla voce di un misterioso complice collegato da remoto. I vari documenti disseminati per le stanze provano a tratteggiare un'oscura mitologia di fondo ma rimangono frammenti sfilacciati che conducono, peraltro, a un epilogo brusco e frettoloso, incapace di restituire un vero senso di catarsi dopo tanta fatica. La storia, insomma, non è che un mero pretesto funzionale a innescare il vero cuore pulsante della produzione: la sua rigorosa asimmetria ludica.

Per comprendere come si gioca all'opera di Atlantis Studio, bisogna immaginare di spaccare a metà le normali facoltà di un classico survival horror, distribuendole su due schermi rigorosamente separati. Da un lato troviamo l'Esploratore, che vive l'incubo in prima persona muovendosi fisicamente tra i corridoi bui della tenuta: è lui a raccogliere gli oggetti, a interagire con i meccanismi ambientali e a rischiare la pelle sul campo. Tuttavia, questo ruolo è afflitto da una totale cecità logistica: non dispone di una mappa, ignora quali siano gli obiettivi correnti e non può nemmeno esaminare a fondo o equipaggiare in autonomia gli strumenti che raccoglie. È qui che entra in gioco il secondo giocatore, il Sorvegliante (o Navigatore). Barricato dietro una parete virtuale di monitor, quest'ultimo gestisce il circuito delle telecamere di sicurezza della magione, legge e decifra i testi recuperati dal compagno, amministra le utility e, soprattutto, funge da bussola vocale per guidare l'Esploratore passo dopo passo.

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Sulla carta, questa dipendenza reciproca dovrebbe innescare una tensione psicologica formidabile, trasformando l'intera tenuta in una gigantesca escape room mortale in cui la comunicazione verbale diventa l'unica arma di sopravvivenza. La risoluzione degli enigmi ambientali richiede infatti un continuo incrocio di dati: chi cammina nel buio descrive simboli, serrature o conformazioni architettoniche, mentre chi siede ai monitor passa al setaccio gli appunti testuali e le inquadrature a circuito chiuso per estrapolare codici, combinazioni e vie d'uscita. Il problema è che, nel delicato passaggio dalla teoria alla pratica, l'impianto ludico inizia a scricchiolare vistosamente, tradendo una messa in scena acerba sotto molteplici punti di vista. Il primo, clamoroso ostacolo con cui ci si scontra è un onboarding iniziale pressoché inesistente. Confondendo il fascino del mistero con la totale assenza di indicazioni di base, gli sviluppatori gettano la coppia in pasto all'oscurità senza spiegare minimamente la grammatica delle interfacce o le regole d'ingaggio. Comprendere come interagiscono i menu condivisi, in che modo il Sorvegliante debba sbloccare o rendere utilizzabili gli oggetti raccolti dall'Esploratore, o persino come funzionino gli indicatori a schermo, richiede una fase iniziale di confuso e irritante procedere a tentoni che spezza sul nascere l'immersione.

Superato a fatica lo smarrimento delle prime battute, emergono poi evidenti falle strutturali nel bilanciamento dei due ruoli, che non restituiscono affatto il medesimo grado di coinvolgimento. Mentre chi veste i panni dell'Esploratore vive un'esperienza fisicamente attiva, immersa nel buio e costantemente sul filo del rasoio, il Sorvegliante resta confinato in una prigione concettuale fin troppo statica e passiva. Gran parte del tempo in cabina di regia lo si trascorre fissando inquadrature fisse e sgranate o scorrendo schermate di testo, in attesa che il partner sul campo raggiunga il punto di interesse successivo. A rendere ancora più ingrato il compito del Navigatore contribuisce una gestione delle telecamere tutt'altro che impeccabile: oltre a diversi angoli ciechi che rendono frustrante seguire gli spostamenti del compagno, il sistema di videosorveglianza incappa talvolta in fastidiosi glitch di attivazione, con flussi video che faticano ad aggiornarsi o rispondono in modo poco chiaro ai comandi, lasciando entrambi i giocatori nel caos informativo per le ragioni sbagliate.

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Questa disparità pesa come un macigno quando entrano in scena le minacce che pattugliano la struttura. Nei corridoi si aggirano infatti diverse sentinelle minori - che l'Esploratore può scegliere di aggirare furtivamente o di eliminare silenziosamente cogliendole alle spalle, seppur con un feedback dei comandi piuttosto legnoso - ma il vero spauracchio della magione è il Gloam, una letale entità sensibile al minimo rumore. Ed è proprio nella gestione del pericolo e della sconfitta che Nightwatch compie il suo passo falso più grave, adottando una struttura a loop inutilmente punitiva. Qualsiasi contatto fisico con il Gloam equivale infatti a un game over istantaneo: niente seconde possibilità o margini di manovra, solo un brusco ritorno al punto di partenza che costringe la coppia a ricominciare l'intera sequenza daccapo, conservando solo una frazione irrisoria dei progressi e degli oggetti sbloccati fino a quel momento.

Un simile rigore punitivo esigerebbe una pulizia millimetrica nelle meccaniche stealth e nelle routine dei nemici; al contrario, l'intelligenza artificiale del Gloam si rivela a dir poco altalenante. La creatura alterna momenti di innaturale onniscienza, in cui sembra percepire la presenza dell'Esploratore a prescindere da ogni cautela acustica, a grotteschi cortocircuiti nel pathfinding. Non è affatto raro vedere il mostro incastrarsi negli elementi dello scenario o negli stipiti delle porte durante le sue ronde, rimanendo piantato come un manichino in mezzo a una stanza vitale per il prosieguo, salvo poi "sbloccarsi" di colpo nell'esatto istante in cui il giocatore tenta disperatamente di sgattaiolargli accanto. Quando una maratona sfiancante di enigmi già risolti e corridoi già esplorati viene mandata in fumo non da un errore di comunicazione della coppia, bensì da un'IA capricciosa che decreta una morte tanto inevitabile quanto ingiusta, la sana tensione del survival horror evapora all'istante, lasciando spazio solo a una cocente frustrazione da trial and error.

Un'estetica pulita a metà tra il buio e lo schermo

Dal punto di vista puramente visivo, l'opera di Atlantis Studio si muove su binari di decisa sobrietà stilistica. Sfruttando l'esclusività tecnica di Nintendo Switch 2, gli sviluppatori hanno confezionato un impianto visivo pulito e funzionale, che punta tutto sulla gestione di un'oscurità opprimente e sulla geometria claustrofobica degli interni della magione. Non si cerca la spettacolarizzazione fotorealistica, quanto piuttosto un'atmosfera denso-gotica che riesca a far percepire visivamente il senso di isolamento dell'Esploratore. Tuttavia, a frenare il colpo d'occhio interviene una resa poligonale degli ambienti a tratti spoglia e una gestione delle telecamere di sicurezza per il Sorvegliante fin troppo basilare, caratterizzata da flussi video sgranati e inquadrature fisse che, pur volendo simulare l'estetica da impianto di sorveglianza d'epoca, finiscono spesso per risultare semplicemente fastidiose da decifrare, ostacolando la lettura spaziale anziché stimolarla.

Beyond the Dark: Nightwatch, recensione di un horror co-op che inciampa nella sua stessa ambizione

Decisamente più ispirato è invece il versante acustico, forte di due nomi di primissimo piano che impreziosiscono l'intera produzione. Le partiture firmate da Oscar Araujo riescono a cucire addosso alla tenuta un tappeto musicale angosciante e cadenzato, perfetto per scandire l'ansia della fuga e mantenere alta la tensione nei momenti di stasi del Navigatore. A fare da cicerone a questo incubo interviene poi, come già anticipato, l'inconfondibile timbro di Troy Baker, la cui prova vocale nell'introduzione dona al titolo uno spessore autoriale che la sceneggiatura, purtroppo, fatica a sostenere sul lungo periodo. Meno memorabile il sound design degli effetti ambientali: se i passi felpati o le frequenze sorde del Gloam svolgono un lavoro fondamentale per avvisare l'Esploratore dell'imminente pericolo, la localizzazione spaziale dei suoni soffre di qualche imprecisione di troppo, costringendo i giocatori a dipendere quasi esclusivamente dalla comunicazione verbale piuttosto che dai segnali acustici ambientali.

Versione Testata: Switch 2

60

Voto

Redazione

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Beyond the Dark: Nightwatch, recensione di un horror co-op che inciampa nella sua stessa ambizione

Beyond the Dark: Nightwatch è il classico esempio di come una coraggiosa intuizione concettuale possa infrangersi contro i limiti di un'esecuzione acerba e poco rifinita. L'idea di spaccare a metà le normali facoltà di un survival horror per distribuire i ruoli tra un Esploratore "cieco" sul campo e un Navigatore barricato dietro i monitor ha indubbiamente il merito di rinfrescare le dinamiche della cooperazione asimmetrica, regalando momenti di genuina tensione quando la comunicazione si fa stringente. Purtroppo, l'opera di Atlantis Studio sabota la propria ambizione a causa di un onboarding inesistente, di un bilanciamento dei ruoli profondamente sbilanciato che relega il Sorvegliante a un ruolo fin troppo passivo, e di una struttura a loop punitiva che viene regolarmente frustrata da un'intelligenza artificiale nemica capricciosa e buggata. Al netto di un'atmosfera opprimente e di un accompagnamento sonoro di alto livello firmato da Oscar Araujo, l'avventura si arena ben prima dei titoli di coda, lasciando in bocca il sapore amaro di un'occasione sprecata. Un'esperienza consigliata solo alle coppie di giocatori più affiatate e pazienti, disposte a chiudere un occhio (o entrambi) di fronte a una realizzazione tecnica e ludica decisamente claudicante.