The Shore: Enhanced Edition, recensione di un horror psicologico che spreca le sue valide premesse

Un pescatore vaga alla ricerca della figlia perduta, in questo horror lovecraftiano che tenta di rilanciarsi su console

The Shore: Enhanced Edition, recensione di un horror psicologico che spreca le sue valide premesse

L'approdo alle grigie, desolate e tempestose spiagge di The Shore rappresenta un nuovo, violento viaggio nell'orrore cosmico più tradizionale e disperato. Sviluppato originariamente nel 2021 come progetto passionale dal creatore solitario Ares Dragonis, il titolo sbarca ora sulle attuali console in una riedizione che avrebbe dovuto limare le imperfezioni del debutto per offrire l'esperienza lovecraftiana definitiva. Purtroppo, una volta indossati i panni del pescatore Andrew, disperatamente alla ricerca della figlia scomparsa su un'isola maledetta, l'impressione generale che ne scaturisce è tutt'altro che positiva.

Se nei primissimi frangenti l'ambientazione costiera riesce effettivamente a restituire un senso di oppressione tangibile, inserendosi alla perfezione nel contesto letterario di riferimento, l'incantesimo si infrange non appena ci si spinge oltre la battigia. L'opera si trasforma rapidamente in un calderone disordinato, un contenitore in cui lo sviluppatore ha cercato di incastrare a forza la maggior quantità possibile di materiale, creature e citazioni tratte dai Miti di Cthulhu. Questa bulimia citazionista finisce però per sacrificare qualsiasi reale coerenza o progressione logica.

The Shore: Enhanced Edition, recensione di un horror psicologico che spreca le sue valide premesse

Più si avanza, più si ha la sensazione di assistere a una caotica sfilata di fan service lovecraftiano priva di un vero baricentro, un accumulo che finisce per soffocare quel genuino e strisciante senso di mistero che le premesse avevano sapientemente apparecchiato. Un naufragio concettuale che, unito a una struttura ludica vacillante e a fastidiose incertezze tecniche, trascina inesorabilmente l'esperienza verso un'amara conclusione.

Una storia inghiottita dall'Abisso

L'innesco narrativo di The Shore poggia su un presupposto classico, intimo e potenzialmente devastante: la disperata ricerca di una figlia scomparsa in circostanze mai del tutto chiarite, presumibilmente durante una battuta di pesca con il padre. Il nostro protagonista, Andrew, si risveglia su quest'isola ignota e sferzata dal vento, spinto unicamente dall'istinto paterno e dal bisogno di ricomporre un quadro frammentato. Sulla carta, ci sono tutti gli elementi per costruire un thriller in cui la discesa nella follia procede di pari passo con la scoperta di orrori indicibili.

Nelle primissime battute, il gioco tenta effettivamente di costruire una solida narrazione ambientale. Il ritrovamento di disperati messaggi in bottiglia, lasciati da chi ha calcato quelle stesse spiagge prima di andare incontro a una morte atroce, aiuta a instillare un genuino senso di terrore. Purtroppo, questo azzeccato espediente si esaurisce in fretta, confinato esclusivamente alla fase iniziale; la tensione faticosamente costruita rimane sospesa nell'aria, per poi sfumare nel nulla senza mai trovare un vero sfogo. Da questo punto in poi la sceneggiatura finisce letteralmente per inciampare su se stessa. Lo sviluppatore sembra aver ceduto alla tentazione di trasformare il viaggio in un gigantesco e caotico diorama dell'universo di H.P. Lovecraft. Entità titaniche e creature abissali vengono gettate in scena senza un vero e proprio filo conduttore, banalizzando il mito e privando queste visioni del loro intrinseco fascino alieno. L'orrore cosmico funziona quando l'ignoto si svela gradualmente, quando la mente umana fatica a comprenderne la portata; qui, invece, l'abbondanza di materiale finisce per appiattirlo, nonostante alcune ambientazioni ispirate, trasformando divinità antiche in semplici "comparse" di lusso all'interno di un teatro dell'assurdo.

The Shore: Enhanced Edition, recensione di un horror psicologico che spreca le sue valide premesse

All'interno di questa sfilata di mostri, l'atteggiamento di Andrew risulta limitato e passivo, un tratto che trova però una sua sadica e macabra coerenza. A guidare i suoi passi è infatti un'entità che non tollera contraddittori, pronta a mettere spietatamente a tacere ogni tentativo dell'uomo di comprendere la situazione. Sfruttando il viscerale bisogno del pescatore di ritrovare la figlia come arma di ricatto morale, questa voce lo costringe a un'obbedienza cieca. Un'intuizione psicologica interessante, che viene tuttavia vanificata da un incedere sempre più confusionario che si riflette inevitabilmente sull'epilogo: in un'avventura fortemente story-driven, la conclusione si rivela drammaticamente anticlimatica, del tutto incapace di tirare le fila del discorso o di fornire una chiusa soddisfacente, lasciando chi gioca con l'amara sensazione di aver vagato a vuoto.

Destreggiarsi nell'orrore cosmico

Dal punto di vista puramente ludico, The Shore imposta le sue fondamenta sull'esplorazione compassata e sulla raccolta di oggetti, riprendendo i canoni dei walking simulator dalle tinte orrorifiche. In questa fase esplorativa emerge fin da subito una delle scelte di game design più bizzarre e ingiustificate dell'intera produzione: le abilità motorie di base di Andrew, come il salto, la corsa o l'accovacciarsi, non sono disponibili dall'inizio. Vengono sbloccate in modo frammentario e del tutto arbitrario, rese accessibili unicamente nel momento in cui il gioco decide che sono necessarie per proseguire. Una rigidità che spezza l'immedesimazione e rende l'esplorazione inutilmente meccanica.

Lungo il percorso, l'avanzamento è scandito da una serie di enigmi: si tratta perlopiù di ruotare meccanismi, incastrare oggetti negli altari o utilizzare specifici strumenti per sbloccare i passaggi. La difficoltà non rappresenta mai un reale ostacolo - raramente un rompicapo blocca la progressione per più di cinque minuti - ma l'esecuzione inciampa a causa di una cripticità iniziale mal calibrata. Alcuni puzzle non offrono un appiglio logico immediato, riducendosi a un blando trial & error piuttosto che a un vero ragionamento deduttivo.

The Shore: Enhanced Edition, recensione di un horror psicologico che spreca le sue valide premesse

Il ritmo subisce un brusco cambio di marcia verso la seconda metà dell'avventura, nel momento in cui si entra in possesso di uno specifico Artefatto. Da questo istante, il titolo abbandona i ritmi lenti per introdurre sezioni di combattimento e fughe rocambolesche all'interno di folli labirinti alieni, in cui si viene costantemente spinti dalla voce che funge da narratore. Anche in questo caso, però, l'esecuzione ludica si rivela banale. Gli incontri non richiedono alcuna preparazione o strategia profonda: non tutte le mostruosità possono essere abbattute, e spesso usare l'Artefatto serve unicamente a stordire e rallentare i nemici per avere una breve finestra di fuga. La chiave per la sopravvivenza si limita al mantenere le giuste distanze e ad avere una buona consapevolezza spaziale per non ritrovarsi incastrati negli angoli ciechi dello scenario, una dinamica purtroppo appesantita dalla fastidiosa presenza di svariati bug e compenetrazioni problematiche.

Se c'è un elemento che riesce a salvarsi in questa claudicante impalcatura è la componente artistica. Il design delle creature è indubbiamente valido, disturbante e si sposa alla perfezione con l'immaginario orrorifico di riferimento. Allo stesso modo, il sound design se la cava dignitosamente, accompagnando le visioni con effetti efficaci. Eppure, proprio in virtù della vacillante struttura narrativa e di un gameplay superficiale, questa cura estetica viene sprecata, trasformando divinità e orrori cosmici in un mero carosello espositivo privo di vera incisività.

Versione Testata: PS5

55

Voto

Redazione

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The Shore: Enhanced Edition, recensione di un horror psicologico che spreca le sue valide premesse

Nonostante l'etichetta Enhanced Edition suggerisca un'opera di limatura e perfezionamento rispetto al burrascoso lancio originale su PC, l'approdo di The Shore su console non riesce a invertire la rotta di un progetto concettualmente fallace. L'opera di Ares Dragonis è indubbiamente mossa da una genuina passione per il materiale d'origine, evidente nell'ottimo design delle creature e in una primissima fase in grado di instillare un reale senso di oppressione. Tuttavia, queste buone intuizioni vengono presto inghiottite da un gameplay superficiale, da meccaniche sbloccate in modo bizzarro e, soprattutto, da una narrazione che trasforma il terrore dell'ignoto in un confusionario giro di giostra tra i mostri di Lovecraft. In un mercato videoludico ormai saturo di produzioni a tema, questa escursione sulla spiaggia manca purtroppo delle carte necessarie per emergere, arenandosi poco sotto la soglia della sufficienza.

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