Con Wolfram lo specialista del western australiano Warwick Thornton ha fatto finalmente centro

Continuando a esplorare l’australiana d’inizio Novecento con i toni del western, Warwick Thornton azzecca finalmente un ottimo film: la recensione di Wolfram.

Con Wolfram lo specialista del western australiano Warwick Thornton ha fatto finalmente centro
di

Il wolframio è l’altro nome del tungsteno, metallo prezioso che va estratto in miniera con l’ausilio di picconi, dinamite e piccole mani capaci di tirarlo fuori dai filoni di roccia. Max e Kid sono due bambini aborigeni al servizio di Billy, un uomo bianco che gli fa un po’ da papà e un po’ da padrone spedendoli sotto terra ad estrarre il metallo. Che giovani aborigeni siano al servizio di adulti bianchi, un po’ padre e un po’ proprietari, è una circostanza comune in Wolfram, dato che ritroviamo poco dopo un giovane uomo aborigeno di nome Philomac a preparare il pranzo a un paranoico uomo caucasico. Il ragazzo era già stato protagonista di un precedente film del regista, Sweet Country (passato a Venezia nel 2017) e ora fa da cuoco e tuttofare a un altro uomo bianco.

Vedendo Wolfram un po’ spiace per Alberto Barbera, direttore artistico della mostra di Venezia e gran appassionato di western, che ha volentieri dato spazio a Warwick Thornton al Lido con film molto noiosi e deludenti. Spiace perché non ha potuto far da campione a questo che è, se non il sequel di Sweet Country, quantomeno l’erede spirituale.

Con Wolfram lo specialista del western australiano Warwick Thornton ha fatto finalmente centro

Finalmente Warwick Thornton ha girato un western molto riuscito

Warwick Thornton infatti non si allontana mai molto da generi e temi che gli stanno a cuore: il suo cinema è un’infinita variazione sul tema del western nelle inclementi terre australi, sempre visto attraverso il filtro dell’esperienza aborigena: una cultura e civiltà autoctona costretta ad assimilarsi all’uomo bianco venuto da lontano e deciso a sfruttare sia la terra sia la popolazione australe. Spiace per Barbera che ha offerto spazio e visibilità al regista con pellicole mai riuscite, che si perde proprio il lavoro di gran lunga migliore girato da Warwick Thornton almeno negli ultimi vent’anni. Essendo i presupposti e lo svolgimento così simili, risulta anche difficile capire perché Wolfram sia tanto riuscito rispetto ai suoi predecessori: Sweet Country appunto, ma anche il successivo The New Boy (con Cate Blanchett suora alle prese con un bambino aborigeno da convertire, passato invece a Cannes).

Forse è una questione di serendipità, perché fin dall’avvio, è evidente che tutto gira per il verso giusto nel film. Concentrato in gran parte (ma non esclusivamente) sulla storia dei due piccoli protagonisti, Wolfram parte dalle miniere dove lavorano per mostrarci come ci siano finiti: strappati alla madre e al padre, i due piccoli finiscono poi separati da un violento alterco tra bianchi. Uno dei due, lasciandosi guidare dal mulo “signor Asino”, si metterà sulle tracce dell’altro, mentre la madre e il padre setacceranno le città vicine e una serie di loschi figuri bianchi con e loro rese dei conti torneranno a far convergere i destini dei due ragazzini. Il punto di vista così giovane trasforma Wolfram in un’avventura dove il senso di pericolo lascia spesso spazio alla meraviglia dei due protagonisti, che rimangono bambini nonostante le storture a cui assistono.

I temi rimangono quelli di sempre del cinema di Warwick Thornton, regista aborigeno con profondi legami al popolo Kaytetye che racconta la resistenza del suo popolo all’omologazione della cultura caucasica. I protagonisti aborigeni di Wolfram parlano poco, ma sanno comunicare in maniera efficacissima attraverso gesti, sguardi allusivi, piccoli oggetti accuratamente disseminati nel paesaggio naturale, come i talismani che la madre crea con i proprio capelli per segnalare ai figli che li sta cercando e mappare il territorio già esplorato. A fine film scopriremo quanto e cosa questi personaggi stanno davvero proteggendo, nascondendolo dalle mire dei bianchi. Seppur intelligenti e provati dalle asprezze già vissute, i due protagonisti rimangono pur sempre dei bambini, fornendo un bel contraltare morale e tonale al duo dei cattivi, che invece sembra uscito dal più classico dei film western.

Erroll Shand e Joe Bird interpretano infatti due spiantati criminali bianchi che non piacciono nemmeno agli altri bianchi, capaci di unire anche gli abituali frequentatori del salon locale. Due cowboy tra cui intercorre una strana tensione di tipo quasi filiale: Wolfram è il genere di pellicola in cui i veri genitori cercano i figli, mentre i giovani protagonisti prendono le misure di rapporti non facili con figure gregarie e sostitutive dei propri genitori. Tutto intorno è un fiorire di ruberie, sparatorie e dialoghi allusivi divisi tra miniera, saloon, lunghi tratti a a cavallo (o con un mulo ostinato) e dialoghi inframezzati da sputi e colpi di fucile, per la gioia di chi ama il western vecchia maniera.

Con Wolfram lo specialista del western australiano Warwick Thornton ha fatto finalmente centro

A fare al differenza rispetto a Sweet Country, che risultava parecchio tedioso, è la vivacità dei piccoli protagonisti, il loro punto di vista in grado di capire solo fino a un certo punto cosa sta succedendo. Il film precedente invece aveva per un lungo tratto lo sguardo e l’esperienza di un aborigeno anziano e oltremodo consapevole del suo nuovo posto nella società dei bianchi. C’è in questo film un personaggio che richiama il protagonista del precedente, che affronta lo stesso tipo di crudeltà, ma è poco più di un passaggio in un lungo racconto di solidarietà tra aborigeni per resistere più o meno silenziosamente agli abusi dei bianchi, in attesa dell’occasione giusta per fuggire, far sentire la propria voce o rivalersi, magari con gli interessi.

La storia è così coinvolgente per lo stesso regista che viene ridotto al minimo anche tutto quel corollario di racconto visivo del territorio, bellissimo ma inclemente, dell’Australia degli anni ‘30. La programmazione berlinale e la casualità hanno poi voluto che il film venisse proiettato a poche ore da The Weight, con cui condivide tantissimo a livello di atmosfere, generi e narrazione. Come nel film con Ethan Hawke ci troviamo di fronte a uomini e donne costretti ad affrontare circostanze straordinariamente pericolose per ricongiungersi con la propria famiglia negli anni difficili della Grande Depressione, immersi in una natura spesso traditrice. Al contrario del film statunitense (un impressionante esordio) Wolfram è la prova di un regista maturo, che ha provato e riprovato in storie differenti le immagini e le scene che ritroviamo qui e che sono immancabili nel suo cinema. Anche lui però sembra arrivano a un nuovo inizio, o comunque pare appena uscito da un qualche tipo di rivelazione.

Laddove nel passato le inquadrature dei grandi occhi dei bimbi protagonisti dei suoi film e il loro modo tenero e bambinesco di reagire ad eventi molto drammatici e molto “adulti” erano parse persino stucchevoli, qui sono il cardine emotivo su cui è costruito il finale, che forse si perde appena per strada verso la conclusione, ma non abbastanza da condannare Wolfram alla delusione dei film precedenti.

Wolfram

Durata: 102'

Nazione: Australia

7

Voto

Redazione

TISCALI_testata-4.png

Wolfram

Dopo tanti tentativi falliti, Warwick Thornton è finalmente riuscito a trovare la quadra di quella storia di resistenza all’assimilazione dei bianchi della popolazione aborigena che il suo cinema western da anni non fa che raccontare e riraccontare, rielaborandola di continuo. Non è semplice capire se sia un caso fortuito o il raggiungimento di una nuova maturità di questo autore, che in futuro dovrà anche confrontarsi con il fatto che un minimo di rinnovamento nelle dinamiche e nelle tematiche del suo cinema si renderà necessario per non renderlo del tutto ripetitivo e accessorio. Sta di fatto che Wolfram trova una quadra finora mancata, regalando alla competizione un film solido e confermando che per il cinema scritto e diretto alla vecchia maniera muovendosi in generi un po’ desueti come il western sembra in corso un momento davvero propizio.

Iscriviti alla Newsletter

Resta aggiornato sul mondo Gamesurf: anteprime, recensioni, prove e tanto altro.

ISCRIVITI