No Good Men: esistono davvero uomini buoni? La recensione dell’inaspettata apertura della Berlinale
No Good Men è un film semplice, diretto, che da tenere insieme il racconto di un Afghanistan che vive il ritorno dei talebani e un’inaspettata commedia romantica.

Era da qualche anno che la Berlinale non centrava un’apertura convincente ed emozioanante come quella di No Good Men: il terzo lungometraggio di Shahrbanoo Sadat, pur facendo ricorso a una narrazione molto semplice e a un linguaggio cinematografico scarno quando non quasi elementare, conquista e sorprendente proprio grazie a una levità speranzosa e un romanticismo consapevole, ironico, che sembra quasi fuori posto data l’ambientazione del film.
La regista afghana anche questa volta si lascia ispirare dai racconti dell’amico Anwar Hashimi, ex produttore televisivo a Kabul. Anni addietro Hashimi convinse Sadat che, appunto, esistono uomini buoni anche in Afghanistan, nonostante la cultura e contesto sociale spingano i maschi a essere la versione peggiore di sé stessi, specie con le donne della loro vita.
Quella del lungometraggio è una Kabul ricreata in Germania per l’impossibilità di girare nei luoghi dove il film è ambientato, che poi è proprio il punto della pellicola. No Good Men si apre in una situazione complicata per la protagonista Naru (interpretata dalla stessa regista), cameraman televisiva da quattro anni presso una nota emittente della capitale afghana. La donna, finita a lavorare per Kabul TV per mantenere il figlio e lo sfaccendato marito da cui è separata di fatto, è costretta infatti a curare la regia di tremende trasmissioni pomeridiane pensate per il pubblico femminile. A una povera ascoltatrice che telefona per chiedere aiuto dopo che il marito l’ha picchiata e messa da parte per un’amante viene infatti consigliato di truccarsi meglio, perché si sa, “a ogni gravidanza una donna perde qualche petalo”.
Il film si apre con una sgargiante sequenza di fiori di cactus che fioriscono a velocità accelerata: scopriremo poi essere una metafora per le donne di un paese in cui nessuno dice mai loro “ti amo”. Le loro voci finisce per raccoglierle in un mercato rionale proprio Naru dopo che il collega repoter Qodrat (Anwar Hashimi) la molla in mezzo al mercato a raccogliere piccole interviste vox pop sulla ricorrenza di San Valentino. La sua è la vendetta contro di lei, che gli ha fatto salvare per errore un’intervista politica importante. La punizione però finisce per rivelare il talento di Naru, capace a differenza dei colleghi di far parlare le donne davanti all’obiettivo: tutte le intervistate si dicono convinte, da titolo, che non ci siano uomini buoni in Afghanistan.
Uomini che non amano le donne
Il film, seppur in maniera non troppo raffinata, scava in questo assunto. No Good Men non si ferma alla critica riguardante il comportamento negativo della popolazione maschile afghana, ma anzi s’interroga su uno spaccato nazionale privo di figure maschili positive di riferimento. No Good Men non è insomma tanto impegnato a puntare il dito, quanto a chiedersi perché a Kabul e dintorni “ti amo” sia una frase puramente ipotetica, di quelle che si sentono solo nei film. Attraverso il figlio piccolo di Naru, Liam, il film mostra come gli uomini di domani vivono circondati da padri, zii, nonni violenti e sgarbati con le loro mogli, la cui intelligenza e capacità lavorativa vengono sottovalutate di continuo. Certi circoli viziosi, certi stereotipi poi sono riforziati, non senza un certo entusiasmo, anche dalle donne che li subiscono.
Il giornalista Qodrat però sembra dimostrarsi differente, rispettando la professionalità di cameraman di Naru e lasciando a intendere di apprezzarla come persona: si può davvero crescere che esista un uomo tanto rispettoso, cresciuto in un paese dove le donne devono lottare ogni giorno per ogni minima forma dello stesso? Quella che pare già una realtà molto dura, navigata con intelligenza e ironia dalla protagonista, si rivela una sorta di Eden destinato a crollare una volta inquadrato il periodo storico in cui si svolge la storia.
No Good Men ricorda da vicino Il mio giardino persiano, senza però avere la stessa arguzia
L’Afghanistan pieno di sfide ma comunque in lento cambiamento di No Good Men infatti oggi è, purtroppo, solo un ricordo, cancellato dal ritorno al potere dei talebani. È in queste prospettiva che si apprezza davvero lo spazio di libertà che Naru e le sue amiche si sono ricavate e cercano di espandere, anche al fianco di uomini che non le meritano. Nonostante i temi evidentemente pesanti e la chiave politica della storia, No Good Men sorprende anche e soprattutto per come riesca a mantenere un barlume di speranza, un tocco di levità, anche grazie alla cornice da commedia romantica che via via implementa nella storia. La piccola tragedia rivelata dal suo emozionante finale è che, per confermare o smentire la presenza di un uomo buono a Kabul, serve una cornice storica eccezionalmente pericolosa e drammatica.
No Good Men s’inserisce nel solco di Il mio giardino persiano, altro film presentato in Berlinale qualche anno fa che raccontava un’epoca perduta in un paese difficile per le donne come l’Iran, dove la generazione più anziana ancora ricorda (e in certa misura gode) di quelli che oggi sembrano veri e proprio privilegi per le sue abitanti. In No Good Men il racconto generazionale funziona al contrario: è Qodrat a sentirsi vecchio e inadeguato rispetto a quanto Naru si dimostra diretta e combattiva nel rivendicare i propri diritti e quelli delle donne. Il problema di Sabat è una marcata immaturità da sceneggiatrice: il suo intreccio manca totalmente della raffinatezza di scrittura del duo Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha. Sabat prende spunto dalle sue esperienze e da quelle dei suoi conoscenti, ma fatica a trasformarle in qualcosa d’altro e a donare alla sua riflessione sulle relazioni tra sessi nel suo paese d’origine una complessità che renderebbe il film più incisivo e meno prevedibile.
Voto
Redazione

No Good Men: esistono davvero uomini buoni? La recensione dell’inaspettata apertura della Berlinale
Seppur qualche svolta della storia è sin troppo semplicistica e alcuni dialoghi suonano più come didattici che realistici, No Good Men rimane un film molto convincente e un’apertura più frizzante del solito per la Berlinale. Fatto con pochi mezzi e con molti interpreti nel ruolo del personaggio che hanno inspirato con le loro storie, è la prova che alle volte a funzionare è l’accostamento di un genere “leggero” a una storia “pesante”, che si dimostra sorprendentemente in grado di tirare fuori il meglio da entrambi.


