Pino: Takashi Murakami cerca l'umanità in un robot
L'autore de Il cane che guarda le stelle torna con un racconto di fantascienza

Rileggendo o riguardando vecchie opere di fantascienza, spesso si ha come l’impressione di trovarsi di fronte a racconti che assomigliano a premonizioni, descrizioni della nostra società odierna tratteggiate però con decine di anni di anticipo. Questi casi, più che fenomeni paranormali, sono piuttosto sintomo di una buona fantascienza, ovvero di una storia di fantasia le cui radici affondano tuttavia negli attuali e concreti progressi tecnologici e si estendono fino alle loro possibili ripercussioni sulla società.
Oggi scrivere un racconto di fantascienza con queste caratteristiche è molto complicato perché l'evoluzione tecnologica, sociale e politica delle società contemporanee è molto più rapida e imprevedibile rispetto al secolo scorso. Qualcuno ci è riuscito: Westworld, serie televisiva ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy nel 2016, immagina la presa di coscienza da parte degli androidi di un parco divertimenti sui generis, in un techno-thriller in cui il sorgere di un’intelligenza artificiale auto-cosciente si lega alla diffusione di una società del controllo e al predominio ricattatorio delle mega-corporation sugli stati nazione.
Pino e la ricerca del cuore: cosa ci rende davvero umani?
Negli ultimi anni, da quando le IA hanno iniziato a ritagliarsi un ruolo sempre più quotidiano nelle nostre vite, inserire le IA in un racconto di fantascienza espone ancora di più al rischio di andare grossolanamente fuori strada, magari finendo per essere smentiti nel giro di qualche mese. Eppure, scegliendo la giusta prospettiva, si può ancora fare fantascienza di qualità, raccontando di dopodomani. Lo dimostra Pino, opera del 2020 di Takashi Murakami presentata a Lucca 2025 da JPop, in cui l’autore de Il cane che guarda le stelle si avventura in un genere a lui poco familiare affrontando l’ipotesi dell’emersione di una IA capace di provare emozioni attraverso la lente a lui più familiare, ovvero quella dei sentimenti.
Pino, che dà il titolo al volume, è un modello di robot umanoide, sviluppato da un’industria farmaceutica ed entrato poi successivamente in commercio come assistente per le faccende domestiche o lavorative. Il protagonista del manga è un modello misteriosamente in dotazione a un’anziana signora che vive a Snake’s Nest, quartiere degradato a cui simili robot non dovrebbero avere accesso. Sulle sue tracce c’è infatti l’ex poliziotto Iwata, cacciato dal corpo di polizia i risultati della sua indagine su un celebre incidente accaduto anni prima, che aveva visto protagonista uno dei primi modelli di Pino impegnato in un centro di ricerca.

In realtà, a noi lettori il momento dell’incidente del Pino originale viene mostrato con dovizia di particolari, in un primo capitolo che Murakami usa per introdurci al suo mondo (e alle nozioni di scienza & marketing che ha studiato per scrivere questa storia) attraverso il dialogo tra Hana Takimoto, la ricercatrice in contatto remoto con Pino, e un giovane collega neolaureato appena entrato in azienda. È una formula che Murakami ripete più volte nel corso dei 5 capitoli (più un breve epilogo) che costituiscono l’opera. C’è il riparatore che spiega alla ragazzina del quartiere cosa ci faccia da quelle insoliti parti un modello di Pino, ci sono le indagini di Iwata che sono sempre una buona occasione per introdurre nuove informazioni.
Ma il mangaka giapponese usa un trucco semplice e sempre efficace: ci distrae dal worldbuilding a parole col worldbuilding per immagini. Quando i fitti dialoghi irrompono in scena, le tavole di Murakami iniziano lentamente ad addensarsi di vignette di dimensione più contenuta su cui gli occhi rimbalzano raccogliendo l’infinità di deliziosi dettagli, a volte disseminati in vignette mute che ritmano la narrazione.

A Murakami bastano pochi tratti di china per delineare volti, espressioni ed emozioni, ma ne dedica sempre abbondanti quantità agli sfondi e agli scenari, raffigurati con dovizia di particolari, raccontando il mondo di Pino prima ancora che le parole lo descrivano. E il mondo di Pino è decisamente vicino a una distopia in cui le mega-corporation godono di un potere dilagante e le città sono stratificate per classe sociale, coi bassifondi mai davvero ammessi alle comodità della modernità garantite ai benestanti. Eppure ogni singola pagina del volume emana energia, vitalità, allegria e voglia di vivere, anche nella tragedia.
Può un robot sviluppare un cuore? La domanda è retorica, perché come lettori siamo posti di fronte alla risposta nelle prime pagine. Ma come nei vecchi episodi di Colombo, ciò che è interessante è il contesto: cosa può portare un robot a sviluppare un cuore? In questo caso, la risposta è molto più complicata, perché qualunque tentativo deve partire dalla definizione di ciò che ci rende ciò che siamo. Murakami cerca la risposta attraverso i diversi esempi di umanità che popolano i bassifondi di Snake’s Nest, tra gli ultimi, e incredibilmente la trova in quella che è per tutti la paura più grande, senza spostare di una virgola il tono del racconto da una luminosa e sincera speranza che ogni avversità possa essere affrontata come specie facendo affidamento gli uni sugli altri.


