Un altro centro per Capcom: la recensione di Pragmata
Tra i corridoi di una base lunare, una minacciosa IA è in agguato

Il 2026 di Capcom potrebbe passare alla storia come uno degli anni migliori nella lunga storia della software house giapponese. Solo negli ultimi mesi, infatti, l’azienda ha inanellato una lunga lista di successi, come non se ne vedevano da tempo. A partire da Resident Evil: Requiem, nono capitolo della saga horror che ha riportato il franchise a vette di popolarità che non si registravano dall’epoca PlayStation. Sullo sfondo però la compagnia nipponica ha accompagnato il ritorno di uno dei suoi brand più celebri con altre due hit, passate un poco più in sordina: Monster Hunter Stories 3, che pur essendo solo uno spin-off ha saputo raccogliere consensi simili ai capitoli principali, e Mega Man Star Force Legacy Collection, raccolta che aggiorna e rende disponibili su sistemi moderni i capitoli usciti originariamente su 3DS. E verrebbe naturale a questo punto dire che siamo solo ad aprile… se non ci fosse dietro l’angolo un altro potenziale successo: Pragmata.
- La trama di Pragmata
- L’hacking e le armi di Pragmata
- Il design di Pragmata
- Le considerazioni finali su Pragmata
La trama di Pragmata
Il nuovo gioco Capcom ci porta dunque nel futuro prossimo, in cui l’umanità ha realizzato una base sul suo satellite, la Luna, dove l’abbondanza di uno nuovo materiale, chiamato Lunite, sta consentendo enormi sviluppi tecnologici. Come nel più classico degli incipit di un film sci-fi, qualcosa però non sta andando per il verso giusto e una squadra di quattro tecnici viene inviata dalla Terra per indagare. Le cose precipitano piuttosto in fretta a causa dei lunamoti (così viene chiamato il fenomeno nel - peraltro - ottimo doppiaggio italiano) e ben presto il nostro alter-ego Hugh si ritrova ad essere il solo sopravvissuto della squadra.

Sulla base lunare, tuttavia, non è da solo. Al suo fianco c’è Diana, un androide dall’aspetto di una bambina di 8 anni (non so di preciso, ho sparato a caso, non sono molto bravo coi bambini, comunque piccola insomma…) controllata da una IA che pare avvicinarsi molto al comportamento umano, emozioni incluse: una Pragmata. Cosa sia di preciso una Pragmata e quali funzioni assolva al momento non è chiarissimo, ma Hugh ha problemi ben più urgenti a cui pensare, incarnati da abbondanti dotazioni di robot che vanno dalla dimensione umanoide a quella di un grattacielo (per tacere di quelli che volano), tutti suggiti alla programmazione umana e controllati da IDUS, l’intelligenza artificiale che è al comando dell’intera stazione e che al momento è completamente fuori controllo. Per fortuna di Hugh, e dunque anche di noi giocatori, Diana pare essere in grado di interfacciarsi con le minacce robotiche allertate da IDUS e hackerare le loro difese, consentendo alle armi di Hugh di danneggiarli. Il che ci porta dritti dritti alla meccanica principale, nonché la più innovativa, di Pragmata.
L’hacking e le armi di Pragmata
Una volta fatta conoscenza con Diana e aver deciso di portarla in giro con noi per la stazione lunare, ogni volta che punteremo la nostra arma verso un nemico premendo il grilletto sinistro sulla porzione destra dello schermo si aprirà il menu di hacking. SI tratta di una griglia di dimensioni variabili al cui interno dovremo muoverci come in una partita di Snake sul Nokia 3310 usando i tasti del pad (Triangolo, Quadrato, Cerchio e X su Ps5) come input direzionali per arrivare quanto più velocemente possibile al riquadro verde avvia l’hacking. La griglia, minuta per i primi basici nemici, si ingrandisce all’aumentare delle ostilità, mentre tra le sue caselle possono comparire bonus e ostacoli.
Il sistema di upgrade e ricompense di Pragmata consente infatti di incrementare le azioni di cui è capace Diana, aggiungendo particolari nodi gialli nella griglia che se “calpestati” potenziano l'efficacia del hacking, aggiungendo effetti collaterali che spaziano dal surriscaldamento a uno stato confusionale che spinge il robot afflitto a bersagliare per breve tempo i suoi alleati. Di fatto dunque gli scontri coi nemici si svolgono sempre contemporaneamente su due piani: da un lato l'operazione primaria è sempre l’hacking che espone i punti deboli dei nemici, ma il sabotaggio elettronico deve andare di pari passo con un buon ritmo di fuoco, soprattutto quando la situazione è affollata. Anzi, spesso il segreto per una vittoria rapida è il giusto connubio tra hacking e bocca di fuoco.

All’inizio della sua avventura lunare Hugh è dotato solo di una semplice pistola, dalla cadenza di fuoco piuttosto rarefatta, ma dotata di proiettili energetici autoricaricabili. Per qualche ragione, tuttavia, nella base lunari sono presenti altre armi e né noi né Hugh ci faremo grossi problemi a metterci le mani sopra (la fallibilità delle IA più sofisticate è indispensabile per la riuscita della trama, non facciamo gli snob). Questi strumenti aggiuntivi si dividono nel menù di equipaggiamento in tre categorie, due offensive e una di difesa, ma ciascuna di queste armi aggiuntive dispone di colpi contati e il loro utilizzo in battaglia è limitato inizialmente a un’arma per categoria, oltre alla pistola d'ordinanza (che per fortuna diventerà da una certo punto in poi una ben più rapida baionetta).
La necessità di tenere sempre in considerazione il piano tattico e strategico dello scontro è amplificata poi dalla presenza di tutta una vasta gamma di potenziamenti, sbloccabili raccogliendo diverse tipi di valute in gioco, che modificano e aumentano l’efficacia delle armi, la portata dell'hacking, ma anche delle singole abilità di Hugh. Se si sceglie, ad esempio, di garantire un bonus agli attacchi portati alle spalle, tutto l’equipaggiamento di Hugh & Diana deve essere costruito sulla capacità di immobilizzare o disorientare gli avversari, così da potersi avvicinare alle loro terga senza grosse minacce. Le armi più specifiche però, come detto, dispongono di colpi limitati, quindi viene piuttosto naturale usarle col contagocce, affidandosi all’arma primaria dai colpi infiniti (ma con un tempo di cooldown) e centellinare l’uso lancia-missili e altri strumenti più efficaci solo quando si è sicuri di non sprecare un colpo. Ad ogni modo, non è il caso di farsi troppi problemi nella definizione della propria build ogni volta che ci si lancia in azione: se per uno scontro è consigliabile un’arma specifica, il gioco ve la farà trovare al suolo giusto prima dell'inizio delle ostilità. Il che ci porta al punto successivo.
Il design di Pragmata
Pragmata fa un lavoro eccezionale nel celare la sua struttura da action lineare vecchia scuola sotto un look modernissimo. Di fatto, smontandolo pezzo per pezzo, Pragmata è un’avventura su 6 livelli, ciascuno sconnesso dall’altro e collegati da un hub centrale attraverso cui si accede alle differenti aree. La singola area poi è a sua volta suddivisa in blocchi e ogni volta che si entra in un nuovo blocco si attiva il terminale del tram (giuro, la navetta che si muoea per la struttura è chiamata tram! Da milanese, adoro tantissimo) che funge da checkpoint: da lì si può tornare alla Culla, il nostro hub, e spendere subito tutto ciò che si è raccolto per potenziare Hugh e Diana. Potenzialmente dunque ad ogni “checkpoint” è possibile tornare alla base, curarsi, potenziarsi, e ripartire con l'esplorazione dall’ultima fermata raggiunta.
È il gioco stesso a spingere in questa direzione aumentando il livello di sfida di blocco in blocco: poiché nella prima run si può scegliere solo facile o normale come livello di difficoltà, solo di rado ho sentito la necessità di fare rientro alla base, anzi, avanzare con poca salute e zero medikit ha aggiunto quel brividino che la difficoltà bassa spesso non consentiva di raggiungere. Di fatto però Pragmata non propone mai qualcosa di nuovo dopo aver formato nella prima ora la coppia di Hugh & Diana: certo ci sono nuovi armi e nuove abilità di hacking, ma le meccaniche di base restano quelle per tutto il gioco, da eseguire magari più rapidamente o in situazioni più complicate. L’incremento è quantitativo, non qualitativo: nemici più grossi, con barre della salute più capienti o con attacchi più letali; e griglie di hacking più complesse o ostacolate da blocchi momentanei. L’apice di questa filosofia è incarnato dalle boss fight, spettacolari sequenze in cui dovremo vedercela con bestioni metallici grossi non come un palazzo, ma proprio come un intero condominio. Anche in questo caso però il copione non cambia molto, bisogna trovare la giusta distanza nel contesto di arene decisamente vaste e schivare gli attacchi via via sempre più devastanti, alternando hacking e i calibri più pesanti.

Non è un difetto (ci arrivo tra poco), ma un tratto distintivo quello della linearità che Pragmata porta avanti con coerenza per l’intera esperienza di gioco, lasciando che la varietà emerga altrove, in particolare nelle molteplici categorie di potenziamenti che consentono di personalizzare le proprie versioni di Hugh & Diana e attraverso di loro l’approccio al combattimento nel gioco. Anche la stazione lunare, all’apparenza un dedalo di cunicoli e collegamenti, in realtà si esplora senza particolari crucci: grazie all’indicatore dell’obiettivo visualizzabile attraverso Diana è impossibile perdersi e in ogni caso c’è quasi sempre una sola chiave da trovare e una sola porta da aprire.
La base lunare, di per sé, riflette un canone estetico molto minimalista e votato al bianco, come da tradizione fantascientifica impone (penso ai più o meno recenti film Moon e Gravity, ma gli esempi sarebbero infiniti incluso Adrift e altri giochi sul tema) che il RE Engine riesce a rendere con una fedeltà visiva superba: peccato che a guardar bene quasi nulla sia davvero interagibile (ad esempio ci sono parti di corridoio dove un muro invisibile ci blocca), ma - ancora una volta - questo non è necessariamente un difetto, bensì una scelta di design (nonché di ottimizzazione tempo/costi/benefici). Come detto all’inizio, il gioco si impegna moltissimo a mascherare alcuni meccanismi perché ha un’idea in testa e vuole portare lì il giocatore, magari senza fargli notare eccessivamente la limitatezza delle sue opzioni. E in questo Pragmata funziona benissimo.
Il dubbio è, piuttosto quanto bene possa funzionare ANCHE alla lunga, perché nel caso di Pragmata questo è un punto importante. Mi spiego meglio. Ho finito l’avventura principale di Pragmata in una decina d’ore e ovviamente c’è ancora un bel po’ da fare per completarlo al 100%: non ho giocato le missioni di simulazione aggiuntive né ho rastrellato ogni angolo della base per scovare gli oggetti lasciati per strada, ma avrò voglia di lanciare una nuova partita a livello difficile per farlo? La base e tutti gli scenari visitati sono davvero un piacere per gli occhi, però a parte qualche sezione più ispirata e fantasiosa, per la maggior parte si tratta di corridoi e stanze bianche: belle, bellissime e luccicanti, ma tutte bianche e tutte uguali.

Allo stesso modo gli scontri lungo il percorso seguono una progressione piuttosto decifrabile, con l’asticella della difficoltà che sale per la presenza di più robot e più letali, non per qualche routine d’attacco differente o altri elementi “emergenti”. E anche la trama, perfettamente in linea con lo sci-fi citato poco fa, chiarisce tutto nel primo giro, senza necessitare un bis per essere compresa. Resta dunque come stimolo l’opportunità di mettere alla prova build diverse, provare differenti combinazioni di armi & hacking, potenziare tutto e muoversi come un dannatissimo sterminatore figlio di buona donna… che non è poco, lo riconosco, ma non è il mio.
Le considerazioni finali su Pragmata
A questo punto però entra senza dubbio in gioco l’approccio personale. Non sono il tipo che di solito rigioca titoli già completati (life is short e il backlog non perdona), perciò probabilmente non sono la persona più sensibile al richiamo del NewGame+ di Pragmata. Credo però sia anche abbastanza indiscutibile che Pragmata faccia parecchio affidamento su quello, mettendo insieme la durata dell’avventura e la quantità di elementi da scoprire al suo interno per apprezzare fino in fondo il nuovo action Capcom è necessario fare almeno un paio di giri. Non sarò probabilmente io la persona più entusiasta di questo aspetto del gioco, ma nel mio caso il primo giro è stato bello e significativo, ricco di momenti emozionanti (occhio che calcano abbastanza sul rapporto padre-figlia, se siete sensibili) e di battaglie a cui sono sopravvissuto saltando sul divano per la soddisfazione.
Mi sono divertito un sacco, perchè (o anche se) il gioco è stato abile a mascherarmi i suoi limiti fino quasi alla fine, ma una volta realizzato che tutto ciò che mi è servito per sopravvivere l’ho imparato nella prima ora di gioco, l’idea di fare qualche altra partita è diventata meno allettante (parlo sempre e solo per me, eh; anzi, l’idea a questo punto sarebbe di affrontare l’intero gioco senza potenziamenti opzionali, solo di abilità, ma riconosco di essere eccessivamente scarso). Al di là di ciò, però, di buone idee Pragmata ne ha parecchie anche se se le gioca presto e in fondo se la cava anche con la trama (il cui genere prevede che le IA siano furbissime, ma fregabili!). Forse manca un po’ di quel carisma alla Resident Evil (ho detto niente, lo so), quella dose aggiuntiva di mitologia che invoglia a ripercorrere gli stessi luoghi in cerca di nuovi indizi (o forse semplicemente delle ambientazioni un po’ più varie, vai a sapere). Tirando le somme però Pragmata è un ottimo action che ha le carte in regola per risultare fresco e stimolante grazie soprattutto alle meccaniche legate all’hacking. La probabilità di tornarci sopra in seguito dipenderà dalla vostra smania di completismo o dal fascino che eserciteranno su di voi le diverse combinazioni di armi e potenziamenti. Le probabilità invece che Pragmata sia solo il primo capitolo di una nuova saga pronta ad aggiungersi al giù nutrito catalogo di Capcom, beh, queste sono parecchie alte già ora.
Versione Testata: PS5
Voto
Redazione

Pragmata
Il 2026 è un anno di grazia per Capcom è Pragmata è l'ennesimo successo. Sotto un'apparenza modernissima e minimalista trova spazio un action vecchio stampo, fatto di aree e livelli lineari. L'innovazione risiede nel sistema di hacking, da svolgere in contemporanea alla classica meccanica di sparo che rende ogni combattimento una sorta di puzzle in tempo reale. La prima run vola via in una decina di ore di divertimento, esaltazione ed emozioni. Il gioco spinge molto sulla rigiocabità, ma se non siete fissati del completismo o innamorati delle diverse build realizzabili, probabilmente non durerà molto dopo i titoli di coda. Quel che il gioco ha da dire, però, Pragmata riesce a dirlo già molto bene nella prima run.


