Mortal Kombat II dimostra di aver imparato dagli errori del suo predecessore

Senza strafare, ma impegnandosi il giusto per un film il cui intento è intrattenimento leggero per i fan della saga videoludica, Mortal Kombat II mantiene le sue modeste promesse e premesse.

Mortal Kombat II dimostra di aver imparato dagli errori del suo predecessore

Non picchia poi così duro il secondo Mortal Kombat, ma sicuramente ci mette più impegno e brio del film che l’ha preceduto, confermandosi un franchise videoludico che punta a far passare ai patiti della saga due ore in sala divertenti e ricche di amarcord dalle vecchie console che abitavano i nostri salotti. Obiettivo centrato in pieno e senza troppa difficoltà, a patto di aderire pienamente allo spirito del videogioco e degli anni in cui è stato realizzato. Nonostante infatti il lungometraggio ironizzi sul passato cinematografico del Johnny Cage di Karl Urban realizzato una sorta di finto trailer di un film(accio) action da lui interpretato nell’universo del film, è lo stesso Mortal Kombat II a ricordare da vicino quei film di tardi anni Novanta o inizio millennio concentratissimi sulla loro parte action e dimentichi di un po’ tutto il resto, compresa la necessità di costruire una tenue parvenza di trama e una caratterizzazione che si spinga oltre il semplice menù di selezione dei personaggi da far combattere, ognuno con la sua frase formulare ad effetto.

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È una delle lezioni che sembra aver imparato dal primo film: la necessità di costruire una trama vera e propria che approfondisca e complichi lo sparuto torneo di arti marziali con cui Shao Kahn sta tentando di impadronirsi della Terra dopo aver colonizzato il pianeta d’origine di Kitana, uccidendone il padre in un feroce duello. Non che il film si spinga molto più in là del torneo stesso, le cui regole sono anche abbastanza vaghe, o per meglio dire mal spiegate. Nella seconda parte del lungometraggio, entrambe le parti cominciano a infrangere le poche regole ben postulate, barando più o meno platealmente e combattendo anche tra un duello ufficiale e l’altro.

Giunto a questo punto della storia però, il regista Simon McQuoid (che aveva diretto anche il titolo precedente) ha già fatto abbastanza da farci accettare di buon grado certe inconsistenze di trama in cui il film tende a cadere abbastanza di frequente. D’altronde a Mortal Kombat non si chiedeva poi così tanto: di riportare in vita personaggi videoludici caratterizzati proprio da alcune frasi ricorrenti, da un dato stile di vestiario e di combattimento e da sparute informazioni biografiche sul loro conto, ponendo l’attenzione sugli scontri tra personaggi.

Mortal Kombat II è migliore del predecessore (e non era scontato)

Il primo film compiva l’errore di focalizzarsi su personaggi marginali e di non dare ai fan quello che volevano, cioè la possibilità di ritrovarsi in quel menù di gioco e via via scorrere le caselle di tutti i protagonisti. Stavolta invece si punta più nettamente su un’aderenza più puntuale alla saga videoludica, concentrandosi sul personaggio di Johnny Cage, interpretato da un Karl Urban che non sembra ancora aver svestito del tutto i panni del suo personaggio in The Boys. È con la stessa ironia un po’ cinica e volgare che incarna quello che è il protagonista carismatico e il gradasso del film, un attore in declino che si mantiene firmando autografi alle convention di appassionati. Un ex campione di arti marziali il cui unico dono è di “essere straordinariamente bello” che viene scelto dagli dei come campione della Terra per combattere nel decimo torneo contro i guerrieri di Shao Kahn: quello il cui esito deciderà il destino del pianeta.

Mortal Kombat II dimostra di aver imparato dagli errori del suo predecessore

È una constatazione un po’ brutale ma inevitabile, dato che è il primo pensiero che si ha dalla prima scena in cui appare Urban fino al finale della pellicola: avere un attore vero, capace e soprattutto dotato di carisma fa tutta la differenza del mondo in un progetto portato avanti, diciamo così, non da professionisti di prima fascia (né davanti né dietro la cinepresa). Senza nemmeno strafare, Urban si prende il centro della scena e si guadagna ogni singolo dollaro che è costato alla produzione averlo nel cast. Certo, si potrebbe obiettare che film come questo sono l’occasione ideale per testare interpreti sconosciuti e che “vengono via a poco”, ma magari nascondono talenti ancora tutti da scoprire. Concederemo a Mortal Kombat II il beneficio del dubbio, la necessità di portare avanti in qualche modo la trama del lungometraggio precedente (che palesemente sia loro sia noi fingeremmo volentieri non sia mai esistito) e la difficoltà, questa sì oggettiva, di amalgamare un cast che possa far fronte non solo alla sfida recitativa, ma anche a quella posta dai combattimenti corpo a corpo e relativi stunt.

In Mortal Kombat funzionano più gli scontri che la trama e va bene così

Sono proprio gli scontri la parte più riuscita di un film che cerca in tutti i modi di farne succedere il più possibile, anche fuori dai rigidi confini del torneo, virando da un registro comico e giocoso a uno piuttosto drammatico e non privo di risvolti sanguinari, con dita mozzate, petti squarciati e combattenti decapitati. Per un film con a disposizione artefatti magici, un necromante e la sopracitata scarsa aderenza a qualsivoglia regola, la morte dei propri protagonisti non è un problema, ma anzi si trasforma nel modo di alternarli tra la panchina e uno dei set che ricreano le ambientazioni dove si svolgevano i duelli dei primi giochi (compreso il sotterraneo con gli spuntoni che emergono dal pavimento), quando non di lasciare la porta aperta a un possibile terzo capitolo.

Certo nel caso si arrivi a un nuovo film forse sarà il caso di inventarsi qualcosa di più dell’accoppiata Karl Urban e strafottenza australiana di John Lawson nei panni di Kano, perché alcuni personaggi rimangono profondi quanto le loro effigi 2D nei primi videogiochi. Anche accettando di essere un film il cui obiettivo è parlare solo a quanti conoscono già la storia e ne provano nostalgia (perché si offre davvero troppo poco in termini d’intrattenimento per attirare in sala qualcun altro), il secondo Mortal Kombat manca la capacità di rendere i suoi protagonisti (sia buoni, sia cattivi, sia indecisi in una via di mezzo) più di riproposizioni in carne e ossa di vecchi aggregati di pixel, poco più di versioni glorificate dei cosplayer, a cui sono richieste somiglianza, ****fattura sartoriale nei propri outfit e modeste doti recitative per interpretare al meglio il proprio personaggio. Purtroppo molti membri di questo cast non riescono a fare più di così. L’aspetto positivo è che stavolta la sceneggiatura di Jeremy Slater non impone loro di sparare il loro anatema a casaccio nel corso dell’azione, ma integra l’aspetto più ludico dei personaggi (quello che rischia di trasformarsi molto velocemente in qualcosa di ridicolo) in maniera più cinematografica nel fluire della storia.

Mortal Kombat II dimostra di aver imparato dagli errori del suo predecessore

Mortal Kombat 2

Nazione: Stati Uniti

6

Voto

Redazione

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Mortal Kombat 2

Mortal Kombat II non ha né i mezzi tecnici né i talenti artistici per stupirci davvero e fare qualcosa d’inaspettato. Riesce però quantomeno a confermare le aspettative minime del suo pubblico di creare qualcosa di divertente sfruttando appieno l’attitudine sopra le righe e l’atmosfera anni Novanta dei primi capitoli della saga, inseguita anche sul versante musicale. L’effettistica visiva è discreta, i duelli divertenti da seguire, anche se a fronte di una trama davvero banalotta. Gli si chiedeva di fare meglio del predecessore e c’è riuscito: non era un obiettivo così ambizioso, ma nemmeno un risultato scontato.

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