Ink, recensione: va tutto così male che persino Rupert Murdoch non sembra più così cattivo
Prima super cattivo nei media e nella realtà, poi ispiratore di sulfurei film e serie, Murdoch non fa più così paura, come dimostra Ink di Danny Boyle.

Nell'immaginario collettivo che lui stesso ha contribuito a plasmare, Rupert Murdoch è stato uno dei più grandi antagonisti del Novecento. Nemico del pudore, dei moralisti ma anche della morale, è il fondatore di un impero mediatico che è stato l'inizio di quella che oggi sembra la fine stessa del giornalismo in senso classico, o forse proprio in toto. La sua audacia, la sua spietatezza nel campo degli affari e le sue alleanze politiche l'hanno reso poi il cattivo ispiratore di una serie di opere estremamente influenti sulla cultura contemporanea. Tanto che a oggi è impossibile dire dove finisca il ricordo dell'epoca d'oro di The Sun e Fox News e dove inizi l'inception che del suo mito hanno fatto prodotti come Succession.
Non stupisce dunque che Murdoch e la sua smania di plasmare l'opinione pubblica siano arrivati anche a teatro con una piccola produzione londinese intercettata da Danny Boyle che ha ispirato il film di apertura dell'ottantatreesima edizione della Mostra del cinema di Venezia: Ink, l'ennesima pellicola che si premura di celebrare ciò che il giornalismo non è più e di suggerire che potrebbe scomparire a breve, celebrandone ancora una volta il funerale cinematografico.
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A differenza di pellicole come Spotlight o September 5 - altri illustri rappresentanti dei film sui giornalisti passati per Venezia negli anni - Ink non celebra l'etica professionale né racconta l'asprezza del mestiere nella sua componente umana, bensì racconta come dopo decenni di resistenza, un direttore ha ceduto "alla tentazione che c'è sempre stata di fare informazione scadente, scandalistica, torbida". Per trasformare la stampa inglese da ingessata voce della morale a una spietata rincorsa a tirature record serviva una coppia di indesiderabili: da una parte l'imprenditore australiano che "non è serio" ed è continuamente ridicolizzato per i suoi natali dai grandi editori anglosassoni, dall'altra Larry Lamb, ostaggio come altri colleghi dell'impossibilità di vedere realizzate le sue ambizioni dentro The Mirror, il quotidiano più letto in Inghilterra e nel mondo nel 1969. Ognuno ha qualcosa che l'altro vuole e per averla deve sopportare qualcosa che non apprezza: Murdoch si sente editore più che proprietario e vorrebbe trasformare il The Sun in una grande testata senza tutta la parte scandalistica necessaria alla crescita rapida che desidera, Lamb deve accettare prima di ingoiare l'umiliazione di fare giornalismo di bassa leva per coronare il suo sogno di dirigere un giornale, salvo poi azzeccare una formula che sposta l'asse dall'informazione al business, alla ricerca smodata della tiratura record, della rivalsa dettata dai numeri e non dall'autorevolezza.
Ink è una storia che incrocia giornalismo e business in quella che poi sarebbe diventata la logica stringente e prioritaria delle copie vendute, raccontando il momento e i responsabili della trasformazione dell'informazione in puro business prima, e in seconda battuta in vendetta verso un establishment che più che fare la guardia ai poteri forti ne cementifica lo status d'intoccabili, frustrando le ambizioni di chi avrebbe le qualità per emergere ma come Larry è di natali troppo umili, troppo provinciali ed è troppo smanioso per poter veramente raggiungere il suo traguardo.

Da Steve Jobs a Rupert Murdoch
In un momento particolarmente felice in termini qualitativi per la sua carriera, Boyle torna a cimentarsi con un genere che in passato non gli ha portato particolare fortuna. Undici anni fa girò con Michael Fassbender Steve Jobs, uno dei ritratti più belli e spietati finora realizzati un magnate della Silicon Valley: un biopic che sapeva affondare la lama nelle carni del personaggio, ritratto in tutta la sua ambiguità morale, senza però perdere l'umanità dello stesso. Nonostante il risultato fosse eccellente, quella pellicola passò praticamente inosservata.
L'approccio in Ink è molto simile: Murdoch e Lamb non sono mai ritratti solo come affaristi e professionisti senza scrupoli, ma come personalità maschili frustrate dal disprezzo dell'establishment inglese e da un approccio sicuro di sé che nasconde un profondissimo bisogno di sentirsi accettati e all'altezza delle proprie origini, dei propri modelli di riferimento. Murdoch assume Lamb anticipandogli che diventerà la barzelletta di Fleet Street, la storica sede delle tipografie londinesi che stampano in giornali per la nazione, ma che avrà l'occasione di poter provare a inseguire il primato del Mirror in un giornale che sostituisca il dovere all'informazione compassata al piacere dei titoli cubitali, dei punti esclamativi, delle fotografie scollacciate del page six e del titillamento degli istinti più bassi e immediati dei lettori.
Il film racconta proprio il ribaltamento del canone giornalistico che Lamb mette in piedi, una volta che anche lui riesce a uscire dall'ottica di inseguire il primo della classe, il Mirror. Non più le nozioni ma che il lettore deve sapere per informarsi, ma quelle esagerate, di pancia e che soddisfano nel pubblico il piacere primordiale di leggere di ciò a cui segretamente aspira: il meteo, gli sport brutali, il sesso, la cronaca raccontata come un giallo, i gossip sui personaggi della televisione.

Jack O’Connell e Guy Pierce non si piacciono alla perfezione
Il protagonista putativo del film è Larry Lamb, una sorta d'intelligente idiota utile che è particolarmente manovrabile proprio per la smania di provare il suo valore, prendersi la sua vendetta. A interpretarlo è un Jack O’Connell che nell'ultimo biennio ha inanellato una serie di ruoli di supporto straordinari (Sinners, 28 anni dopo) e che dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, di avere le spalle abbastanza larghe da tenere in piedi un film. Il discorso più interessante però è quello che fornisce un ritratto per una volta diretto ed esplicito di Rupert Murdoch, interpretato da un eccellente Guy Pierce che, dopo The Brutalist, ormai si sta specializzando nel ruolo dei magnati manipolatori che vogliono possedere non solo oggetti ma anche talenti. Alla fine Boyle sceglie la soluzione più prevedibile e più funzionale a livello narrativo: al centro del film c'è un rapporto tra due uomini che mascherano a malapena le loro frustrazioni professionali, umane, virili, che tirano fuori il peggio più funzionale uno dall'altro.
La lezione di Steve Jobs e del suo fallimento però sembra risuonare nel film, che nella sua seconda parte decide di orientarsi su un racconto più convenzionale, più trascinante, che cattura solo in parte la straordinarietà di quel primo esperimento mediatico. Emblematica, in questo senso, è l'aggiunta pretestuosa del personaggio fittizio della Jules di Claire Foy, la giornalista femminista che lavora a The Sun e per portare avanti le sue istanze crea il The Willy Wall, il muro dei pistolini, quando sul giornale cominciano ad apparire foto di persone discinte. Perché ingentilire un mondo che del suo rampante maschilismo faceva motivo di vanto? Non è un disservizio piazzare un personaggio femminile moralmente quasi irreprensibile in un mondo raccontato anche dalla mancanza di personaggi femminili se non nel paginone delle foto discinte?
Le mancanze rivelatorie di Ink
Il film poi sceglie deliberatamente di fare dei lievi accenni a due questioni cruciali ed emblematiche di quel periodo: l'inizio di un'incessante e spietata copertura mediatica sulla famiglia reale e la trasformazione della cronaca nera in racconto truce e gossipparo. Sono due tematiche di rilevanza enorme che sono a malapena accennate, così come un altro grande assente cambia gli equilibri di un film che nasce e muore a Fleet Street che non esce mai dal gruppetto di redazione, talvolta dai locali della stessa. La tiratura del The Sun rimane senza nome, senza volto: manca quel pubblico che ha abbracciato la mancanza di valori, la linea "up and pronto for the average Joe" di Lamb, quasi che la sua corruttibilità sia un dato di fatto e che non abbia rilevanza.
Sono tre scelte stilistiche che portano a un risultato paradossale: se non proprio positivo, Murdoch non ne esce come il mefistofelico personaggio che siamo abituati a sentirci raccontare. Con Ink infatti Boyle sembra quasi suggerire che quello che è venuto dopo sia così atroce in termini giornalistici e umani, che il nostro presente sia così oscuro e diabolico che ci sia forse qualcosa da rimpiangere in quell'epoca senza scrupoli ma comunque alimentata da un genuino, smodato amore per la professione del giornalismo. Larry ha la colpa di aver spalancato una porta ma per Boyle a passare davvero il segno sono stati quanti venuti dopo di lui.

Voto
Redazione

Ink, recensione: va tutto così male che persino Rupert Murdoch non sembra più così cattivo
Boyle conferma lo stato creativo molto positivo in cui si trova negli ultimi anni. Seppur meno complesso e stimolante nel suo racconto rispetto al sottovalutatissimo Steve Jobs, Ink è un film spesso convenzionale ma sempre avvincente da vedere, trascinato da un duo di protagonisti che fa funzionare alla perfezione la continua tensione tra due avversari costretti a collaborare insieme per un distruttivo scopo comune. A livello tecnico inoltre, Boyle fa tesoro di tante tecniche e soluzioni testate per la prima volta nella nuova trilogia di 28 anni dopo, dando al film un ritmo deciso, una verve quasi aggressiva che ben si adatta a quella dei suoi protagonisti. Un ottimo avvio di Mostra e di concorso, come non se ne vedevano da anni.













