Più che un film biografico, Michael è una fiaba musicale emozionante e davvero apologetica
Michael Jackson è così pronto a difendere il suo protagonista, senza nemmeno esporre le accuse a lui rivolte, che più che un film biografico sembra una fiaba apologetica.

Un film biografico deve essere necessariamente aderente alla realtà e puntuale nella sua ricostruzione della vita del personaggio che racconta per essere una buona pellicola? No, come ci hanno insegnato operazioni come The Social Network e Tonya. Due film biografici che piegano la storia iniziale a tal punto al messaggio che vogliono dare da risultare controversi dal punto di vista storico, perché presentano come vera una distorsione tale che rasenta l’inganno, la bugia. Un inganno però cinematograficamente sublime.
Michael non ha nulla da dire che non sia una scusante per i personaggi della sua storia
Il problema di Michael dunque non sta nemmeno nelle mezze verità che sussurra o nei fatti e nelle persone che omette (per scelte artistiche, per problemi giudiziari, per una travagliatissima lavorazione del film stesso) ma nel messaggio che dà che, in buona sostanza, non esiste. Michael si presenta fin dalla prima scena come una figura messianica, una profeta musicale che viene creduto da subito, dalla famiglia e dagli addetti ai lavori. Nemmeno Paul Atreides in Dune raggiunge un livello tale di predestinazione: il piccolo Michael, frontman dei Jackson 5, ci viene già presentato come un talento purissimo, epocale più che generazionale. Ne intuiamo noi i contorni, perché non ci vengono mai spiegati o esplicitati: tiene bene il palco, ha una maturità impressionante in un bambino, balla e canta benissimo. Da qui ad essere apostrofato da uno come Quincy Jones come “un talento che non ha una pietra di paragone prima e dopo” però ce ne passa parecchio, ma dobbiamo prendere per buono quanto ci dice la storia della musica coi suoi record. Questo perché il film fallisce immediatamente nel dirci qualcosa in più di quanto già sappiamo: MJ è stato l’imbattuto Re del Pop, d’accordo, ma perché e come?
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Il come, in parte, viene ridotto a un conflitto archetipico con un genitore che dà al sempre eccellente Colman Domingo il ruolo ingrato di essere il padre padrone, violento a livello fisico e psicologico, che serve come contraltare al film per assolvere tutti gli altri, a partire dal protagonista. Mi è venuto da pensare a un altro titolo biografico, all’apologia di un padre afroamericano con le stesse ambizioni: King Richard, valso un (immeritato) Oscar a Will Smith nella famosa serata di premiazione in cui Will Smith si è giocato con uno schiaffo la propria decennale carriera. Quel film era a sua volta un’operazione manipolatoria della stessa famiglia Williams per riscrivere il proprio mito, contestualizzando e mitigando il dispotismo del suo patriarca. Quantomeno nello scusare i comportamenti del protagonista, raccontava le radici della sua ossessione per il successo sociale e finanziario. Il padre di Michael Jackson invece è da subito dispotico e tirannico, ma non si spiega mai da dove nasca questo suo bisogno di rendere i figli famosi nel mondo della musica.
Michael manca di conflitti, di attrito
Il film sceglie invece di ritrarre il piccolo Michael (Juliano Krue Valdi) come la sua vittima senza via di scampo, senza capacità di ribellarsi, malleato dalle mire del padre. Quando però diventa grande, questo vittimismo rimane, ma viene inspiegabilmente ritratto in chiave positiva. Dopo anni di botte e minacce, Jackson mette tra sé e il padre un manager e un fidato autista come scudi per evitare di affrontarlo direttamente, ma il film incornicia questa scelta come qualcosa di meditato e saggio e non come una fuga. Così la sensibilità e l’occasionale stramberia di Michael adulto servono da scappatoia per accennare a molte questioni critiche riguardanti la sua figura pubblica e privata. Certo, ci sono gli interventi chirurgici, i tentativi di schiarirsi l’incarnato, persino un titubante accenno alla sua fanciullezza protratta che lo mette a disagio di fronte ad argomenti espliciti e alle aspettative della vita adulta, ma tutto questo non è problematizzato e quindi, di fondo, non è mai un problema.
Questo Michael non è una star afroamericana che è riuscita a portare la musica nera nelle classifiche dei bianchi,che sogna di avere il nasino all’insù e la pelle bianca perché cresciuta nel mito di Elvis. Non è un ragazzo così ripiegato nel microcosmo familiare e nel mondo dello show business (in prevalenza bianco) da aver solo quel metro di paragone. O qualsiasi altra spiegazione si possa dare al comportamento di Jackson, qui ridotto a: amava le fattezze del Peter Pan (bianco) del suo libro illustrato preferito. La questione razziale - che intuiamo enorme nella sua storia professionale - viene liquidata con una battuta del suo produttore che litiga con MTV per trasmettere il video di Thriller.

Manca l’attrito, manca la fatica, manca una qualsivoglia spiegazione di come sia percepito dalla sua stessa comunità e dal pubblico globale. Siccome Antoine Fuqua non è Baz Luhrmann, non c’è nemmeno la capacità di raccontare quel “rapimento” delle fan, i deliri che scatenavano Elvis e i Beatles. Non è chiaro a che tipo di pubblico parli Jackson, ancora una volta perché è decontestualizzato dal suo stesso contesto, dalla sua demografica, dalla sua stessa famiglia. Parliamo di un film che cancella interi capitoli della sua vita, in cui nemmeno compare la sorella Janet Jackson, tanto che viene da chiedersi come nel sequel già annunciato si affronterà il sodalizio artistico epocale tra i due. Janet Jackson che non ha commentato il film, ma che ha preteso di essere tenuta fuori dall’operazione: indizio quantomeno forte di ciò che pensa in merito.
La musica e Jaafar Jackson sono gli unici due elementi a funzionare in Michael
Nello spettro che va dal cinismo al realismo è difficile dire dove si posizioni l’assunto che il vero motivo di esistere di questa pellicola è di poter sfruttare il valore commerciale delle hit senza tempo di MJ, che dimostrano la loro potenza anche nel film. Non solo le loro sonorità e il loro immaginario visivo non sono invecchiati di un giorno, ma è proprio la freschezza della musica del Re del Pop a portare avanti il film, che in poco più di due ore include ben tredici tracce (un ritmo da musical). Sul finale, quando ci si avvicina agli anni più controversi di Michael, la narrazione scompare in favore dell’esibizione sul palco. La parte musicale è forte di un Jaafar Jackson che per genetica (è il nipote di Michael), per predisposizione, per duro lavoro e per una certa ingenuità che ti dà essere al tuo primo ruolo davanti alla cinepresa, è emozionante e molto credibile, senza scadere nell’ossessione per la mimesi assoluta. Il film però vive della forza delle hit di Jackson (soprattutto della sua carriera da solista) mancando completamente di spiegarne la genesi, l’efficacia. Con una sola eccezione, non si spiega mai il processo creativo dell’artista, come queste canzoni siano nate, che vissuto abbiano dentro, se MJ fosse bravo a comporre, a scrivere i testi, o che. Se non in maniera fattuale, basterebbe farlo in maniera cinematograficamente appagante. C’è invece un solo montaggio in cui il processo creativo si fa cinema, con l’uso del montaggio e di certe giustapposizioni per sintetizzare il racconto dell’ispirazione e dell’idea.

Focalizzarsi sulla musica potrebbe essere la via d’uscita ideale per un film che, per tantissimi motivi, non può far altro che assolvere il suo protagonista da colpe che talvolta non vengono nemmeno nominate. C’è per esempio questa insistenza quasi sinistra nel raccontare il suo essere in sintonia con i bambini, specie quelli malati, che avrebbe senso se il film facesse anche un minimo riferimento alle accuse di pedofilia che hanno contraddistinto la seconda parte della sua carriera e vita da celebrità. Invece ci sono queste continue allusioni alla sua mancata maturazione sessuale, alla sua sensibilità androgina e delicata, al suo amore per il gioco e per gli animali che cadono come nel vuoto, rafforzando l’impressione di sentire il racconto di una vittima, non si sa bene di cosa però, a parte la cattiveria paterna.
In Michael c’è quasi solo l’ascesa, il trionfo
È un film che tende verso la perfezione artistica e umana del suo soggetto, così sbilanciato sull’ascesa che la “caduta” della proverbiale parabola dei grandi artisti, oltre a essere ovviamente non legata alla responsabilità del protagonista, ha una drammaticità che è tale solo a parole, per quanto velocemente viene superata e archiviata. Mi riferisco al drammatico incidente sul set dello spot Pepsi, che dovrebbe essere appunto, drammatico: lascia Michael menomato per sempre, dolorante e ferito. È il momento in cui il film dovrebbe affrontare responsabilità collettive e famigliari, invece ci racconta ancora un altro aspetto caratteriale del suo protagonista senza contestualizzarlo (non prendeva mai farmaci, curioso: sì, ma perché?) e si affretta ad assolvere chiunque a parte il padre. La madre, fino ad allora succube del coniuge, gli fa un discorsetto e dovrebbe uscirne redenta, subito perdonata dal figlio e dal film (esattamente la stessa scena vista in King Richard).
In questo frangente Fuqua ci parla di un giovane uomo che soffre orribilmente in ospedale, sottolineando come comunque non ci sono responsabilità né conseguenze durature. Sembra la storia di un santo predestinato a soffrire per i peccati altrui, tramutandoli in grande musica. Persino Luhrmann, che aveva in qualche modo fallito nel raccontare il lato più controverso del suo mito in Elvis, era infinitamente più ficcante nel raccontarne le debolezze umane e caratteriali, senza glissare sulle responsabilità familiari.

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Nazione: Stati Uniti
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Redazione

Michael (2026)
Sul poster c’è scritto “dai produttori di Bohemian Rhapsody” e non è difficile notare le rassomiglianze tra due film biografico-musicali che piallano così tanto le contraddizioni dei loro protagonisti da raschiarne via il carisma, l’unicità, consegnandoci pallide figurine che nulla hanno a che vedere con la potenza dell’originale. Di cinematograficamente rilevante in “Michael” c’è poco oltre la ricerca di una somiglianza visiva nel protagonista e nelle sue performance sul palco. A uscirne potente è la musica che brilla incastonata in un’operazione artistica che non è assolutamente all’altezza della qualità della parabola artistica che racconta. I brani di Jackson sono gemme sparpagliate su un tessuto che non sa valorizzarle, esaltarle, riordinarle affinché brillino di più o il pubblico possa ammirarne sfaccettature nascoste. È un’apologia buona a far venir voglia di riascoltare quegli album (o scoprirli per chi quell’epoca non l’ha vissuta) che non ci dice nulla di chi li ha creati oltre al mettere le mani avanti e difenderlo, non si capisce nemmeno bene da cosa.


























