Ubisoft: i dipendenti vogliono le dimissioni di Guillemot
Il CEO della software house nell'occhio del ciclone

Yves Guillemot ha fondato la società Ubi Soft [poi divenuta Ubisoft] nell'Anno del Signore 1983 insieme ai suoi fratelli e da allora ha sempre ricoperto il ruolo di CEO. All'epoca Yves aveva 23 anni; oggi ne ha 65 e secondo molti sarebbe giunta l'ora che si facesse da parte.
Questo per lo meno è quanto asseriscono due rappresentanti sindacali della sede centrale parigina di Ubisoft, Marc Rutschlé e Chakib Mataoui della firma Solidaires Informatique, recentemente intervistati dal sito Game Developer: i due hanno infatti dichiarato che in seno all'azienda c'è un malcontento crescente e palpabile, unito tra l'altro da un'incertezza sul futuro dell'azienda tale da rasentare il panico, e accusano di tale situazione il management e soprattutto il CEO.
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Ubisoft tra chiusure, licenziamenti e nepotismo
Da quando un anno fa Ubisoft e Tencent hanno siglato un accordo di join-venture, la società è infatti andata incontro a continui ridimensionamenti e licenziamenti, fino ad un vero e proprio "reset" aziendale che ha eliminato dall'agenda ben sei titoli, tra cui l'attesissimo Remake di Prince of Persia: le Sabbie del Tempo. E se in Francia, grazie alla forte presenza dei sindacati, i danni per ora sono stati contenuti, in altre parti del mondo Ubisoft ha mietuto posizioni importanti quali per esempio Marc-Alexis Côté o David Michaud-Cromp.
"La compagnia è sua, naturalmente - spiegano i sindacalisti - ma le persone che lo circondano sono solo degli yes-men. Ci sono stati anche problemi relativi allo scandalo di molestie sessuali nel 2020." I due portavoce dell'assemblea dei dipendenti hanno anche indicato come inopportune numerose scelte di management, quali per esempio l'assegnazione della direzione del nuovo Studio a Charlie Guillemot, figlio di Yves: un personaggio a loro parere le cui precedenti esperienze nel settore sarebbero state deludenti e la cui promozione sarebbe un chiaro e lampante caso di nepotismo.
"Se tu continui a mettere i tuoi amici maschi bianchi in quei lavori non promuovi nessuna diversità né ottieni nessuna nuova opinione o idea - continuano i portavoce, lamentando dunque anche un problema di inclusività - Siamo in un lavoro creativo, abbiamo bisogno di nuove idee che ci aiutino a creare grandi nuovi giochi. ma non le abbiamo. Non abbiamo questa mentalità per la creatività. La dirigenza di Ubisoft non comprende la sua responsabilità sociale nei confronti dei dipendenti. Preferirei avere un manager a cui io voglio dare la mia forza lavoro piuttosto che uno di cui non mi posso fidare. La situazione attuale è che noi non ci fidiamo di queste persone."
Ubisoft e la questione del lavoro in presenza
I due sindacalisti hanno avuto di che lamentarsi anche dalla recente circolare interna di Ubisoft che, di fatto, ha annullato tutte le forme di lavoro da remoto obbligando i dipendenti a presentarsi presso le sedi dei loro studi 5 giorni su 7. "Molti dipendenti sono stati molto, molto spaventati dall'annuncio perché hanno iniziato a vivere molto lontano da Parigi e dal loro studio, ed ora gli viene chiesto di tornare ben sapendo che i loro stipendi non aiutano a vivere nell'area di Parigi."
"L'intera politica del ritorno in ufficio è molto dura da accettare. Abbiamo chiesto della documentazione o delle analisi che mostrassero un collegamento tra la produttività o la creatività col ritorno agli uffici. Non ne hanno nessuna." Secondo i dipendenti, l'imposizione sarebbe una qualche forma di provvedimento realizzato per "fare contenti gli azionisti" in qualche modo.
Rutschlé e Mataoui hanno concluso dando un consiglio a tutti i colleghi sparsi per il mondo, come ad esempio i numerosi della sede di Montreal: "Unitevi in sindacato, o per lo meno organizzatevi in seno al vostro luogo di lavoro, perché i nostri boss stanno parlando tra di loro e quindi dovremmo farlo anche noi."
Al momento Yves Guillemot e la dirigenza di Ubisoft non ha commentato simili dichiarazioni...


