“I telefoni oggi non squillano più”: i consigli di Hugh Jackman e Kate Hudson su come sfondare dal red carpet di Song Sung Blue
Per i due protagonisti di Song Sung Blue, questo ruolo è lo spunto per riflettere sui loro inizi e su cosa vuol dire continuare a creare anche quando non arriva il successo.
Ambientato tra ristoranti thailandesi, fiere di paese e piccoli palchi del Midwest, Song Sung Blue racconta la storia vera di una coppia di musicisti che negli anni Ottanta e Novanta diventa una presenza fissa nella scena locale come tribute band di Neil Diamond, senza mai raggiungere il successo o un riconoscimento mainstream. Diretto da Craig Brewer, il film guarda alla musica come a una vocazione più che a una carriera, raccontando cosa significa continuare a suonare quando non ci sono riflettori, contratti o promesse di futuro.
Ho incontrato i protagonisti della pellicola Hugh Jackman e Kate Hudson alla première londinese del film, occasione che li ha portati a parlare non solo dei loro ruoli, ma anche a **ricordare i propri inizi, quando l’orizzonte era fatto di teatri di quartiere, audizioni andate a vuoto e palchi improvvisati. “**Se non ce l’avessi fatta, sarei come loro”, dicono guardando ai personaggi di Mike e Claire: artisti che continuano a esibirsi perché non vogliono smettere di farlo.

Nel racconto si inserisce anche Michael Imperioli, che nel film interpreta Dave, uno di quei personaggi fondamentali ma spesso invisibili: chi sostiene la creatività altrui senza un tornaconto diretto, offrendo tempo, fiducia o semplicemente una presenza costante. È una figura che l’attore riconosce bene anche fuori dallo schermo, parlando di chi sceglie di restare vicino all’arte pur non essendo sul palco.
Per Brewer, infine, Song Sung Blue prosegue un percorso autoriale che da anni osserva l’America creativa ai margini dell’industria, dagli esordi nell’hip hop fino a questo ritratto intimo della musica dal vivo come collante emotivo e comunitario. Un film che usa le canzoni di Neil Diamond per raccontare l’amore, la resilienza e la necessità di continuare a creare anche quando “i telefoni non squillano più”.
Craig Brewer
Apri il film definendolo “una vera storia d’amore”. Perché questa scelta così esplicita?
È deliberata. Vediamo tanti film sull’amore giovane, sulla scintilla iniziale. Ma il vero amore è quello che arriva dopo, quando hai attraversato momenti duri e la vita ti ha già messo alla prova. È lì che l’amore si manifesta davvero.
Hai spesso lavorato con interpreti che poi sono diventati molto più noti. Era importante anche qui cercare volti ed energie nuove?
Fin dai tempi di Hustle & Flow sono orgoglioso di aver contribuito a lanciare delle persone. Con questo film ho avuto la stessa sensazione: volevo un’energia nuova, perché la storia parla proprio di questo, di persone che trovano finalmente la propria voce.
Nel film c’è un momento in cui i personaggi suonano insieme per la prima volta e tutto sembra scattare all’improvviso. Come hai costruito quella sequenza?
C’è una canzone molto tesa, Plane, e ricordo di aver guardato Hugh suonare dopo mesi di lezioni di chitarra. Ha iniziato a cantare e in quel momento c’era già tutto. Ero davanti al monitor e ho pensato che quella fosse la magia che insegui sempre come regista. È come in studio, quando colpisci la nota giusta e sai che funziona.
Hai detto che potrebbe funzionare anche come film di Natale. In che senso?
Nella mia famiglia andare al cinema a Natale è una tradizione. Serve qualcosa che piaccia a tutti, e credo che questo film abbia musica, umorismo ed emozione, ma soprattutto una famiglia al centro che resta unita.

Hugh Jackman e Kate Hudson
Il film racconta musicisti che suonano in piccoli locali, spesso senza stabilità. Perché era importante mostrarlo?
Kate Hudson - Ci sono migliaia di musicisti incredibili che vivono di mance e piccoli locali, ma hanno successo perché fanno ciò che amano. Devono farlo perché lo amano. Se non ami davvero questo mestiere, finisce per deluderti.
Hugh Jackman - Riconosco quelle persone. Il successo non è il punto. Il punto è continuare a fare ciò che sei.
Molti momenti musicali del film sono volutamente vulnerabili e poco spettacolari. Era un obiettivo condiviso?
Hugh Jackman - La musica ti spoglia. Non puoi nasconderti, soprattutto quando suoni dal vivo in spazi piccoli. Quella vulnerabilità è esattamente ciò che vivono i personaggi.
Kate Hudson - È lì che tutto diventa vero. Non stai cercando di impressionare qualcuno, stai semplicemente facendo quello che ami.
Quanto ha contato lasciare che fosse la musica a guidare la recitazione?
Hugh Jackman - Prendevo lezioni di chitarra da mesi e quando c’è la prima scena in cui suoniamo insieme non abbiamo pianificato troppo. Abbiamo semplicemente suonato. Quando succede, smetti di recitare e inizi ad ascoltare.
Kate Hudson - Quando sei su un palco, anche se è un bar di quartiere, non puoi fingere. O ci sei o non ci sei.

Michael Imperioli
Nel film interpreti Dave, una figura chiave che non è sul palco ma rende possibile il percorso degli altri. Cosa ti ha colpito di questo personaggio?
Mi ha ricordato perché ho iniziato. Suonare in una band in una piccola città, fare film, stare per strada a Memphis, avere una première in un bar locale: onestamente, niente mi è mai sembrato più grande di quello. Ho avuto première nei cinema più prestigiosi, ma nulla ha mai superato la prima cosa che ho fatto, quella a cui tenevo davvero.
Dave è qualcuno che rinuncia al proprio sogno per sostenere quello di un altro. Quanto ti interessava raccontare questo tipo di rapporto con la creatività?
È una dinamica molto reale. Dave aveva un sogno artistico, ma la vita non l’ha portato fino a lì. Non tutti nascono o crescono in luoghi come New York o Los Angeles, dove certe opportunità sono più accessibili. Ma ha incontrato qualcuno in cui ha creduto e lo ha aiutato come poteva. Un sostegno del genere può cambiarti la vita.
Hai detto che questo aspetto ti è familiare anche fuori dal set. In che senso?
Quando cerco di raccogliere fondi per i film incontro spesso persone così: persone che vogliono stare vicino alla creatività anche se non sono loro a stare sul palco. Non cercano un tornaconto immediato, vogliono semplicemente far parte di qualcosa in cui credono. Senza figure come queste, molti percorsi artistici non esisterebbero nemmeno.
Quanto conta l’ambientazione del Midwest per rendere credibile questa storia?
Michael Imperioli – Milwaukee è una città operaia, concreta, senza fronzoli. Le persone lavorano duro e tengono molto alle proprie radici. È un luogo che non ha bisogno di apparire diverso da quello che è, e questo senso di realtà era fondamentale per raccontare personaggi come Dave.


