Song Sung Blue: Hugh Jackman e Kate Hudson sono gli "anema e core" del Midwest di Neil Diamond
Il film di Craig Brewer trasforma la storia vera di una tribute band di Neil Diamond in un biopic intimo e sentimentale, dove musica e comunità contano più del successo e della fama.
Guardata con occhi cinici, quella di Song Sung Blue sembra una premessa capace di spostare la barra della disperazione hollywoodiana su un nuovo livello record: dopo aver coperto più o meno tutte le popstar e rockstar di cui abbiamo memoria con un film biografico dedicato (a breve vedremo Michael Jackson, a George Michael prima o poi arriveremo sicuramente), il film di Craig Brewer si dedica agli “impersonator”, ovvero le cover band, in altre parole coloro che si esibiscono nei panni e con il repertorio di qualcun altro. Bastano invece pochi minuti di Song Sung Blue, film che si apre con la scritta “basato su una vera storia d’amore”, per fugare questo dubbio.
Dopo le rockstar “originali”, Song Sung Blue racconta una tribute band
Quella di Brewer, regista che ha una predilezione per storie di musicisti fortemente immersi nelle loro realtà urbane ma distanti dalle alte sfere dell’industria discografica, non è una mossa disperata ma un’operazione forse talvolta un po’ ingenua, ma a cui non difetta mai il sentimento. Song Sung Blue è fatto davvero con un cuore grande così, il che non guasta per un’uscita così a ridosso delle festività. Il sincero trasporto con cui è condotta l’operazione parte da lontano; dall’omonimo documentario del 2008 diretto da Greg Kohs, regista che seguì per anni i veri Mike e Claire Sardina, raccontandone l’incredibile storia musicale e umana. Se nel vedere Song Sung Blue vi venisse il dubbio che ci sia qualche esagerazione rispetto agli avvenimenti (talvolta molto tragici) che investono, letteralmente, la coppia, sappiate che la verità è ancor più drammatica e incredibile di quella romanzata e ingentilita dal film.

Tratto da una vera storia d’amore
Pellicola che, pur avendo a che fare con molte cadute dei propri protagonisti, riesce quasi sempre a non scadere nel melodrammatico e nella tristezza. Song Sung Blue racconta due persone accomunate dal bisogno fisiologico di fare musica che s’incontrano dopo una vita di sfortune e tragedie da cui si sono già risollevati varie volte. Hugh Jackman è un veterano del Vietnam uscito da un divorzio complicato e dall’alcolismo, che sbarca il lunario facendo il cantante - impersonatore alle feste di paese e nei locali. La Claire di Kate Hudson si è già risollevata da lutti e depressione a testa alta, sapendo di voler fare musica, anche solo nel tempo libero, come lavoretto.
La pellicola racconta anche e soprattutto un amore di metà percorso, quando si è già adulti, feriti, provati da quanto avvenuto prima e ci si sceglie con consapevolezza, con i propri limiti fisici e i propri vissuti imperfetti. Hudson e Jackman portano con credibilità questo sentimento su grande schermo, qua e là mostrando qualche strategica ruga o rotolino di pancia per la causa (dell’Oscar? In caso di defezioni delle grandi favorite, Hudson con il suo accento midwestern perfetto ci può veramente fare un pensierino), mettendoci l’entusiasmo e la spensieratezza di un’America lontana dalle grandi città che siamo soliti sentirci raccontare.
Un inno allo spirito del Midwest americano
Nelle sue pagine più belle, Song Sung Blue è una lunga storia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta di una classe lavoratrice onesta, entusiasta, talvolta anticonformista che incarna appieno lo spirito del Midwest statunitense. Tanto che il film sta andando molto bene nelle zone in cui è ambientato (ma non girato), a testimonianza di quel senso di comunità lontana dai grandi circuiti della musica e dell’intrattenimento, che trasforma una cover band di Neil Diamond in una vera e propria leggenda locale.
Craig Brewer porta avanti l’operazione sull’onda del sentimento, ma senza mai indugiare nella nostalgia o nel moralismo, il che rende Song Sung Blue perfino un po’ contagioso nel suo entusiasmo. È proprio l’equivalente di una canzone di Neil Diamond - il cui repertorio qui viene raccontato in filigrana, attraverso ciò che rappresenta per le persone che vanno a sentire la sua cover band - considerata un po’ sorpassata e stucchevole nel suo sentimento esplicitamente romantico, ma che dandogli un paio di ascolti, ti si pianta in testa e ti conquista.
Seppur non del tutto indenne da qualche accorta sequenza pensata per dare modo ai suoi protagonisti di porsi come candidati credibili per la stagione del premi, Song Sung Blue ha un entusiasmo sincero nel raccontare i suoi protagonisti in tutta la loro spesso molto sofferta umanità. Per lo stretto rapporto che la narrazione intreccia tra la storia d’amore dei due protagonisti e la loro ambizione musicale, non ho potuto che pensare al film belga del 2012 Alabama Monroe - Una storia d’amore, traslato però non solo alle latitudini, ma anche allo spirito nazionale statunitense. Il dolore dell’esistenza e del lutto è lì, ma l’esito dei due film a partire da premesse abbastanza simili è distante proprio perché filtrato attraverso i caratteri nazionali che hanno generato le due pellicole.

Nel suo essere così americano vecchia maniera, Song Sung Blue magari non ha l’ambizione di essere profondo e complesso quanto altri biopic di “artisti originali” visti di recente, ma non ne ha nemmeno la spocchia o la pretenziosità. Appartiene a un modo di raccontare gli Stati Uniti oggi percepito come sorpassato: quello che approccia il oggetto d’indagine con il suo stesso approccio ottimista e un po’ ingenuo del suo soggetto, ma nei momenti giusti Song Sung Blue non glissa sulle lacrime, il dolore, le storture dei suoi protagonisti. Non sarà sferzante cinema verità, ma è un film onesto e non è davvero poco, specie di questi tempi.
Voto
Redazione

Song Sung Blue: Hugh Jackman e Kate Hudson sono gli "anema e core" del Midwest di Neil Diamond
Trascinato da una Kate Hudson dall’accento e dal dolore perfetti e da un Hugh Jackman come sempre istrionico quando c’è da cantare, ballare ed essere emotivi, Song Sung Blue riesce qua e là a dare dignità e grande emozione a un film che si potrebbe sintetizzare in maniera sbrigativa come “un biopic su una cover band di Neil Diamond”. Invece è anche e nei suoi momenti migliori soprattutto un racconto di un’America ingenua e ottimista, che non si fa piegare dalla vita invero abbastanza inclemente che conduce e che ha la saggezza di trovare dentro le sue stesse piccole comunità leggende vicine, che piangono, amano e soffrono come tutti gli altri.


