Cate Blanchett parla del futuro di Hollywood a Cannes: “Il problema dell’AI è il consenso”

A Cannes l’attrice ripercorre la propria carriera tra Scorsese, Todd Field e Carol, riflettendo sul futuro dell’industria e sul ruolo politico delle storie

Cate Blanchett parla del futuro di Hollywood a Cannes: "Il problema dell'AI e il consenso"
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Cate Blanchett arriva al Festival di Cannes per incontrare stampa e pubblico. Ha accettato di essere protagonista di uno dei tradizionali rendez-vous del Festival soprattutto per dare visibilità a un progetto a cui tiene profondamente: il Displacement Film Fund, iniziativa nata insieme all’UNHCR e dedicata al sostegno di filmmaker rifugiati o di autori che raccontano il tema delle migrazioni forzate. Un progetto che ha contribuito a costruire negli ultimi anni parallelamente al suo lavoro di attrice e produttrice, presentandosi qui quasi più come ambasciatrice e attivista che come star hollywoodiana.

Ma la lunga conversazione organizzata dal festival finisce presto per trasformarsi in qualcosa di molto più ampio: una riflessione sullo stato del cinema, dell’industria culturale e persino del dibattito pubblico contemporaneo. Vestita interamente di scuro, con un look da business woman e grandi occhiali da sole dalla montatura salmone dal gusto anni Settanta, Blanchett alterna ironia, autoironia e momenti molto più seri, senza mai sottrarsi alle domande più delicate. Dai ricordi della marcia guidata insieme ad Agnès Varda durante il Cannes del #MeToo alle difficoltà ancora presenti per le donne nell’industria cinematografica, fino all’ormai inevitabile tema dell’intelligenza artificiale applicata al cinema e alla creatività. “La questione centrale è il consenso”, dice parlando dell’AI e della necessità di regolamentarne l’utilizzo. Poco dopo aggiunge anche una riflessione che sembra riassumere l’intero incontro: “L’arte deve fare domande, non dire alle persone cosa pensare”.

Cate Blanchett si racconta al Festival di Cannes

Nel 2018 è stata presidente della giuria di Cannes. Che ricordo conserva di quell’esperienza?

È stata un’esperienza straordinaria e anche una responsabilità enorme. La cosa più interessante era immergersi completamente nelle visioni del mondo degli altri filmmaker. Spesso si parla del cinema come immaginazione illuminata dalla luce del proiettore, ma oggi credo che il vero nodo sia confrontarsi con la realtà, che sta diventando sempre più assurda.

Abbiamo bisogno di storie che ci aiutino a capire come sentirci rispetto a quello che accade nel mondo. Non credo che il cinema debba dare risposte, penso piuttosto che debba porre domande. Far parte di quella giuria significava proprio questo: confrontarsi continuamente con domande, provocazioni, punti di vista differenti.

Ero anche molto nervosa all’idea di presiedere la giuria. Ricordo che chiamai Guillermo del Toro per chiedergli consiglio e lui mi disse una cosa molto semplice: “Assicurati di arrivare sempre per prima e siediti ogni volta in un posto diverso”. Sembra una banalità, ma cambia completamente le dinamiche di gruppo. Chi parla per primo spesso influenza tutti gli altri.

Ha raccontato che alcuni film in concorso le erano inizialmente sfuggiti e che ha dovuto rivederli. Quanto è difficile “giudicare” davvero un film?

È difficilissimo. E infatti penso che il compito di una giuria non sia giudicare secondo il proprio gusto personale, ma cercare di capire cosa il filmmaker stia tentando di fare. A volte un film non lo ricevi subito. Ti capita di pensare: “Non sono entrata davvero in sintonia con quest’opera”. Poi magari un altro membro della giuria ti dice: “No, questo film è un capolavoro”. E allora torni a vederlo il mattino dopo. Quello che ho imparato è che bisogna essere disposti ad ascoltare profondamente. Non puoi entrare in una discussione con un’agenda già definita. Devi essere pronto a mettere in discussione anche la tua prima impressione.

Era il 2018. Quell’edizione di Cannes fu segnata anche dalla marcia guidata insieme ad Agnès Varda durante il movimento #MeToo. Quasi dieci anni dopo, quanto è cambiata davvero l’industria?

La cosa interessante è che quella conversazione è stata chiusa molto rapidamente. Tantissime persone hanno iniziato a dire “è successo anche a me” e quello che emergeva era chiaramente un sistema strutturale di abusi, non solo nel cinema ma ovunque. Eppure, molto presto, quella discussione è stata quasi spenta.

Se non identifichi un problema, non puoi risolverlo. E io continuo ancora oggi a entrare sui set e a fare il conto delle persone presenti: spesso ci sono dieci donne e settantacinque uomini. E adoro gli uomini, ma il punto è che un ambiente troppo omogeneo diventa noioso per tutti. Le stesse battute, gli stessi punti di vista. Questo inevitabilmente si riflette anche sulle storie che raccontiamo.

Penso però che qualcosa stia lentamente cambiando. Forse troppo lentamente, ma un cambiamento c’è stato.

Cate Blanchett parla del futuro di Hollywood a Cannes: “Il problema dell’AI è il consenso”
© Amélie Canon / FDC

Oggi però il tema della diversità sembra essere diventato molto più divisivo, soprattutto negli Stati Uniti.

Perché l’uguaglianza dovrebbe essere una moda? Quando ho iniziato la mia carriera si diceva continuamente che un’attrice avesse una “data di scadenza” di dieci anni e che un film con una protagonista femminile fosse automaticamente “un film per donne”, come se solo le donne potessero interessarsi a personaggi femminili.

Quello che è cambiato davvero è che oggi ci sono più produttrici, più donne in posizioni decisionali e soprattutto una maggiore volontà di creare reti di sostegno reciproco. Le opportunità bisogna anche costruirle per chi arriva dopo di te. E penso che questo stia lentamente modificando l’industria.

Come è cambiato il suo approccio alla recitazione nel corso degli anni?

Quando esci dalla scuola di recitazione pensi di dover usare tutti gli strumenti tecnici che hai imparato. Poi capisci che non puoi controllare tutto. Ogni progetto ti costringe a trovare un equilibrio diverso. Credo di lavorare meglio nel caos, nelle sabbie mobili. Devi capire ogni volta come stare in piedi. La cosa più importante che ho imparato è non bloccare il flusso con la tecnica. Se qualcosa sta accadendo, non devi arrestarlo cercando di controllarlo. Devi fidarti dell’esperienza, della presenza degli altri attori, del momento.

E continuo sempre a partire dal non sapere. Se sento di aver già capito perfettamente cosa sarà un personaggio o un progetto, allora probabilmente non è abbastanza interessante per me.

Ha la reputazione di prepararsi in maniera quasi ossessiva ai ruoli. Quanto conta la preparazione?

Conta, ma fino a un certo punto. Nessuno vuole vedere i tuoi “compiti a casa” sullo schermo. Puoi studiare tutto quello che vuoi, ma a un certo punto devi lasciarti andare. Ricordo che mentre stavo girando Elizabeth: The Golden Age guardavo continuamente il documentario di Pennebaker su Bob Dylan perché sapevo che subito dopo sarei andata sul set di I’m Not There. Pensavo di non avere abbastanza tempo per prepararmi. In realtà stavo già assorbendo tutto quasi inconsciamente.

Poi però arrivi sul set, indossi il costume, entri nello spazio creato dal regista e tutto cambia. Todd Haynes, per esempio, costruisce playlist musicali per ogni attore, condivide continuamente riferimenti visivi e atmosfere. È lì che il personaggio comincia davvero a vivere.

Ha lavorato con alcuni dei più grandi registi della storia del cinema. Cos’è un grande regista?

Ce ne sono di molti tipi diversi. Alcuni sono straordinari con gli attori, altri con la macchina da presa, altri ancora con il montaggio o la scrittura. Ma sempre di più penso che un grande regista sia qualcuno che sa esattamente dove mettere la camera. A volte sei sul set e senti che qualcosa non funziona. Non perché la scena sia recitata male, ma perché il punto di vista è sbagliato. La camera non è nel posto giusto. Scorsese parla spesso di questo: sapere dove mettere la macchina da presa.

Altri registi invece lavorano molto creando un immaginario condiviso. Todd Haynes, per esempio, realizza playlist per ogni attore, condivide riferimenti visivi, film, immagini, atmosfere. Ti fa entrare nel mondo mentale del film prima ancora di iniziare a girare. Con Scorsese in The Aviator succedeva qualcosa di simile: mi faceva vedere screwball comedies come Bringing Up Baby o His Girl Friday perché voleva che assorbissi quel ritmo, quell’energia.

E poi credo che un regista debba conoscere bene anche i propri limiti. Sapere in cosa è forte e costruire intorno a sé una squadra che completi ciò che gli manca. Il cinema è un’arte profondamente collettiva.

Woody Allen ha la fama di essere un regista che gira pochissime take. È davvero così?

Assolutamente sì. Con Woody Allen spesso avevi una o due take e basta. Se funzionava, si andava avanti. Penélope Cruz però mi aveva dato un consiglio molto utile prima di iniziare Blue Jasmine. Mi disse: “Se vuoi fare un’altra take, usa la scusa dell’accento”. Siccome Woody non parlava spagnolo, lei gli diceva continuamente di voler rifare la scena per sistemare l’accento. Così ho iniziato a fare la stessa cosa. In Blue Jasmine stavo lavorando su un accento americano molto preciso e ogni tanto dicevo: “Scusa, posso rifarla? Ho sbagliato l’accento”. E così riuscivo magari a ottenere uno terza ciak.

Ma quel senso di urgenza era anche molto elettrico. Se sai che hai pochissimo tempo, tutti sul set entrano in una concentrazione quasi teatrale. E quando funziona è una sensazione incredibile.

Ha citato Carol parlando di rappresentazione e diversità. Oggi sembra un film perfettamente integrato nel cinema mainstream, ma all’epoca veniva percepito come un progetto “rischioso”.

Assolutamente sì. Nessuno voleva finanziare quel film. Ed è assurdo pensarci oggi, perché è una storia d’amore profondamente romantica e universale. Ma all’epoca veniva considerato un progetto rischioso semplicemente perché al centro c’era una relazione non eterosessuale.

Quello che era straordinario nel romanzo di Patricia Highsmith, The Price of Salt, era proprio il fatto che offrisse un finale felice. Era qualcosa di molto raro per quel tipo di narrazione. E credo che il film abbia toccato così tante persone proprio perché non ti chiedeva di appartenere a una comunità specifica per emozionarti.

Non dovevi essere gay per riconoscerti in quella storia. Era una relazione umana, piena di desiderio, paura, vulnerabilità. E penso che negli anni sia cambiata anche la percezione industriale di questi racconti. Oggi molti festival mainstream ospitano storie queer senza trattarle come eccezioni. Vuol dire che il pubblico aveva fame di queste narrazioni molto più di quanto l’industria credesse.

C’è un personaggio che l’ha cambiata più degli altri?

In generale credo che i ruoli che ti cambiano davvero siano quelli che ti sorprendono. Quelli che ti costringono ad andare in territori che non avevi immaginato per te stessa. Anche interpretare Elisabetta I, quando ero ancora un’attrice australiana praticamente sconosciuta, è stato uno spartiacque. Oppure Blue Jasmine, che non credo avrei potuto interpretare senza l’esperienza accumulata negli anni a teatro. Tutto finisce per sedimentarsi nel lavoro che fai dopo.

Di recente, probabilmente Tár. La collaborazione con Todd Field è stata profondissima. Sembrava davvero di andare in battaglia insieme ogni giorno. Era un’esperienza molto viva, molto intensa.

In Tár interpretava un personaggio che molti spettatori hanno letto come una riflessione sulla cancel culture. Lei però sembra avere una lettura diversa del film.

Non l’ho mai vista come una storia sulla cancel culture. Per me era soprattutto una meditazione sul potere e sulla brutalità del processo creativo. Lydia Tár è una persona estremamente dura con se stessa prima ancora che con gli altri. E credo che quella durezza interiore finisca inevitabilmente per esternalizzarsi.

La creazione artistica spesso implica anche distruzione. Sono due energie che convivono continuamente. Non esiste una separazione netta tra le due cose. E penso che il film lavori proprio su quella tensione. Quello che mi interessava era osservare cosa succede quando una persona che ha sempre vissuto in uno stato di controllo assoluto improvvisamente perde quel controllo. Quando il flusso si interrompe. È una situazione che artisticamente trovo molto affascinante.

Ha interpretato personaggi molto diversi tra loro, da Elisabetta I a Bob Dylan fino a Lydia Tár. Quanto è importante continuare a sorprendere se stessa?

Probabilmente è l’unica cosa che mi interessa davvero. Amo i ruoli che mi vengono offerti quando penso: “Non avevo mai immaginato di poter fare questa cosa”. Interpretare Elisabetta I quando ero ancora praticamente sconosciuta è stato uno shock enorme. Così come, più avanti, interpretare Bob Dylan in I’m Not There. Sono personaggi che ti costringono a ripensare completamente il tuo modo di lavorare.

Poi ci sono anche motivazioni molto pratiche. Ho quattro figli, una vita molto piena fuori dal cinema, e spesso scelgo i progetti anche in base a quanto spazio occupano nella mia esistenza. Per questo ho fatto film molto grandi e parti minuscole nello stesso periodo della mia carriera. Mi piace l’idea di poter entrare in un progetto anche solo per poche settimane, contribuire a qualcosa e poi sparire di nuovo.

Ha detto più volte che non vuole “giudicare” i personaggi che interpreta. È davvero possibile?

Penso sia fondamentale. Non voglio dire al pubblico cosa pensare di un personaggio o di una situazione. Il nostro lavoro non è fornire risposte morali, ma porre domande.

La politica riguarda soluzioni, dichiarazioni, programmi. L’arte invece dovrebbe essere uno spazio di interrogazione. Devi cercare di capire cosa il personaggio stia nascondendo a se stesso, cosa stia evitando, ma senza trasformarlo in una tesi già chiusa. Se interpreti qualcuno con troppo giudizio addosso, blocchi anche l’accesso dello spettatore alla complessità del personaggio. E la complessità è la parte più interessante.

Oggi si parla molto di AI e di come potrebbe cambiare il cinema. Lei sembra avere una posizione piuttosto netta sul tema.

Per me la questione centrale è il consenso. L’intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo e inevitabile, ma in questo momento non esistono regole sufficientemente chiare. Sto lavorando con un gruppo chiamato RSL Media che ha sviluppato una sorta di standard leggibile dalle macchine per identificare il consenso. È un sistema molto semplice: rosso significa che il consenso non è stato dato, giallo che può essere richiesto attraverso determinati canali, verde che è stato autorizzato l’utilizzo dell’immagine, della voce o del lavoro di qualcuno.

Il problema è che oggi l’AI non è in grado di riconoscere automaticamente il consenso umano. E invece dovrebbe essere la base di tutto. L’innovazione deve poter convivere con il lavoro umano, non cancellarlo. Non sono una persona che usa l’AI nella vita quotidiana. Preferisco leggere un libro o fare una passeggiata. È però evidente che sarà parte delle nostre vite. Proprio per questo bisogna affrontare la questione in maniera trasparente e responsabile.

Molti giovani attori temono però che l’AI possa arrivare a sostituirli.

Trovo l’idea di un mondo omogeneo incredibilmente deprimente. E penso che le persone continueranno sempre a cercare il contatto umano.

Una delle cose che mi rende più ottimista è vedere la rinascita delle piccole sale e dei cinema indipendenti. Perché il cinema non è soltanto guardare un film: è uscire dalla sala, bere qualcosa, parlare con gli altri di quello che hai appena visto. È un’esperienza collettiva.

Credo che il problema non sia tanto l’esistenza dell’AI, quanto la mancanza di chiarezza. Il pubblico deve sapere cosa è reale e cosa non lo è. Quando questa distinzione scompare, allora sì che entriamo in un territorio molto problematico. E poi penso che continueremo sempre ad avere bisogno del tocco umano. Anche nell’arte più tecnologica possibile.

Oggi esiste una maggiore solidarietà tra attrici e filmmaker donne rispetto a quando ha iniziato?

Molto di più. Quando ho iniziato esisteva questa narrativa secondo cui le donne fossero inevitabilmente rivali. Era una costruzione tossica e molto limitante. Adesso vedo tantissime attrici produrre film, dirigere, creare opportunità per altre donne, sostenere nuove registe o sceneggiatrici. E credo che la mia generazione senta molto chiaramente la responsabilità di non replicare l’ambiente in cui è cresciuta.

Per anni le sceneggiature scritte da donne esistevano eccome, semplicemente non arrivavano alle attrici o venivano prodotte con budget ridicoli e senza alcun sostegno distributivo. Questo è cambiato. Penso che oggi esista una rete molto più visibile di supporto reciproco. La parte più bella è anche il dialogo tra generazioni. Mio figlio lavora nell’industria e continua a farmi scoprire filmmaker, musicisti e artisti che non conoscevo. Quel continuo scambio tra generazioni è una delle cose più stimolanti che esistano.

Dopo tutti questi anni riesce ancora a guardare un film semplicemente da spettatrice?

Assolutamente sì. Anzi, credo di divertirmi ancora di più. All’inizio della carriera guardavo i film cercando di capire come fossero costruiti, cosa facesse ogni reparto, cosa fosse stato tagliato in montaggio. Smontavo continuamente il meccanismo.

Adesso riesco molto di più a lasciarmi trasportare. Continuo a piangere, ridere, spaventarmi. Sono un’ottima spettatrice. Penso che sia importante conservare quella capacità di meraviglia. Se perdi quella, allora forse non dovresti più fare questo mestiere.