Boris non è cambiato, noi sì: la recensione del ritorno della fuoriserie italiana

Boris torna a raccontare i tanti vizi e le pochissime virtù della serialità italiana, un “mondo dove è cambiato tutto”, tra americani e piattaforme, senza dimenticare il pubblico. La recensione dei primi due episodi.

di

Nel nostro mondo è cambiato tutto: lo dice uno sconsolato Biascica (Paolo Calabres) poco prima di iniziare a girare Vita di Gesù, il nuovo folle progetto di René Ferretti (Francesco Pannofino), sospeso tra genio e monnezza. Perché stavolta sì, c’è anche il rischio di farla, la qualità, irraggiungibile chimera che sotto sotto davvero tutti i personaggi di Boris hanno sognato almeno una volta in 4 stagioni, 50 episodi e un film. Una meta evanescente, da mettere da parte ogni volta per questioni di necessità, budget, ego, favori a buon rendere e coltellate nella schiena. Boris raccontava le peggiori intenzioni e la maleducazione dietro la facciata scintillante o smarmellata della popolarissima fiction italiana degli anni ‘10.

La “fuoriserie italian”, iniziata nel 2007 su FOX e poi sbarcata al cinema, per la sua quarta stagione approda su Disney+. Occhio alla produzione: da Wilder si passa a The Apartment di Lorenzo Mieli, una delle firme che in Italia contano quando si hanno grandi ambizioni. Basta dire che ha prodotto gli ultimi lavori di Luca Guadagnino e sta preparando la serie Sky diretta da Joe Wright con Luca Marinelli nei panni di Mussolini ; uno dei progetti italici con più ambizione internazionale della prossima annata.

Cosa è cambiato in Boris: largo alle piattaforme

Il nuovo Boris non sembra guardare direttamente all’estero, anzi: è diretto a chi la serie e i suoi tormentoni li conosce a menadito, concedendo giusto qualche (brutto) flashback spiegone ai nuovi arrivati. Sì, anche Boris è cambiato: il feroce, scorretto, dissacrante progetto che mirava a esporre al pubblico ludibrio lo sconfortante panorama del dietro le quinte dei set italiani è invecchiato e ora ha un certo status da proteggere. Non è più l’outsider tenuto insieme a j’accuse e cattiveria, è una serie riverita e stimata, citata fino allo sfinimento, che il presente e il futuro continuano a validare. René lo dice a una nuova assistente sul set, dando forse la miglior recensione della quarta stagione di Boris. Riferendosi al pesce Boris (proxy della serie stessa), dice “eh, è vecchio ma se la cava ancora alla grande”.

Chi lavora sui set racconta di come “abbia fatto il giro”: i direttori della fotografia sbraitano “apri tutto” agli assistenti, i registi si lamentano delle “cagne maledette” con cui lavorano, salvo poi urlare “dai dai dai”. Come essere ancora rilevanti quando la realtà è diventata uno spin-off della serie stessa?

La risposta la danno le piattaforme, nuovo Eldorado della serialità nostrana. In due sensi: materialmente, investendo soldi per realizzare una nuova stagione e indirettamente, fornendo un nuovo bersaglio per le battutacce della stagione. Dopo aver esplorato la fiction della TV generalista e lo sconfortante mondo del cinema, Boris guarda alle piattaforme e allo streaming. Un mondo dove con un corollario di termini inglesi dal significato oscuro si creano progetti che invocano l’autenticità, che poi è solo la cara e vecchia ucronia.

Prendi una storia nota e poi cambiala a piacere, seguendo i dettami della Rete, pardon, della piattaforma. In questo caso la storia Teen, le minoranze (con l’apostolo cinese convalidato dal consulente biblista) alla ricerca disperata del lock, ovvero del momento in cui la piattaforma ci mette i soldi (ma poi controlla anche le ricariche telefoniche). Saltato l’Auditel, il nuovo dio altrettanto capriccioso e imprevedibile è l’Algoritmo, a cui sottoporre trame e variazioni nella speranza di un via libera. Per arrivare a questo risultato tutti sono disposti a tutto: Biascica a usare il suffisso -u per insultare i suoi collaboratori dopo aver seguito il corso di codice comportamentale sul set, gli sceneggiatori a farsi venire scrupoli di coscienza con quella stessa merda con cui “si sono comprati Spoleto”, Alessandro (Alessandro Tiberi) a farsi prendere a male parole e qualche manata nonostante da schiavo sia passato a essere responsabile della piattaforma.

È questo forse il cambiamento più interessante operato da Boris nella sua quarta stagione, in cui ritroviamo più o meno tutti i personaggi intenti a tentare di aggiornare vecchi codici comportamentali e mantra in un mondo dominato dagli americani. D’accordo che “l’America non se la sono scoperti da soli”, ma come chiosa Corinna (inaspettata fonte di saggezza sul set) “sono Americani ma mica sono scemi”. Gli ex di Occhi del cuore nuotano in una nuova boccia, capitanati da un Alessandro che ha fatto il salto di qualità, ma che non riesce a scrollarsi di dosso la natura masochista dei suoi inizi. Il punto di questa stagione sembra proprio essere quello di tentare di capire se il vecchio modo di fare “a la cazzo di cane” del team Ferretti la spunterà, portando a casa stipendio e risultato, ammazzando la qualità per strada per soddisfare i nuovi, enigmatici padroni del gioco. Le piattaforme riusciranno a cambiare davvero qualcosa o hanno ragione gli sceneggiatori (come sempre) quando dicono che “l’algoritmo non può neanche rompere il cazzo”?

Boris insomma combatte la sua stessa natura. Non è più una serie giovane, il suo marchio indelebile l’ha già lasciato e a quasi nessuno è mai riuscita una seconda rivoluzione. Anche perché quello che è profondamente cambiato è il pubblico che guarda Boris. Eravamo un po’ tutti Alessandro al primo episodio, in quel lontano 2007. Boris girava più in versione pirata che su Fox e stupiva un pubblico che credeva ancora in larga parte a quello che oggi chiameremmo lo storytelling che la televisione fa del suo lato artistico nel produrre fiction. Oggi, appunto, maneggiamo con nonchalance lo stesso gergo tecnico di chi quel sogno tenta di ricrearlo, muovendoci sui medesimi livelli di cinismo e distacco. Nella stanzetta degli sceneggiatori di Boris ormai abbiamo preso residenza anche noi. Sul come vediamo le serie oggi ci sarebbe tanto da dire, tantissimo da criticare, ma (almeno per ora) Boris continua a nuotare nella boccia del backstage. Per questo motivo diventa particolarmente difficile per la serie risultare dissacrante come un tempo, a meno di non prendersi gioco di noi. I suoi personaggi e i suoi bersagli li abbiamo già colpiti noi con le nostre cattivissime frecciate sui social, mentre twittavamo in diretta, un occhio allo schermo della TV e uno allo schermo dello smartphone.

Nei primi due episodi dei sei che compongono la quarta stagione di Boris si trova un mescolone di battute sarcastiche talvolta riuscite, talvolta un po’ malinconiche rispetto alla “poesia dei set di una volta”, ogni tanto uscite che vorrebbero graffiare ma risultano spuntate. La serie decide di abbracciare il suo rapporto ormai strettissimo con la realtà, da cui una volta era più distante. Gli occhi del cuore era uno specchio della serialità italiana, ma anche uno spazio totalmente fittizio. In un presente in cui la distanza tra pubblico e autori è pressoché azzerata, a cui una serie è richiesto di parlare di sé e di rivolgersi direttamente al proprio pubblico, quanto resisterà la quarta parete già sottile di questo show? Boris 4 si apre con ben due cenni alla realtà del gruppo che ha creato concretamente uno dei grandi capolavori della televisione nostrana. Boris quindi è ben ancorata al presente, tanto che, forse un po’ involontariamente, finisce per rendere molto sottile il confine tra la sua storia fittizia e quella produttiva reale. Non è necessariamente un male ma, come ricorda uno sceneggiatore, l’inferno è pieno di quarte stagioni.

Boris

Anno di produzione: 2007

Rating: tutti

Stagioni: 4

Durata Media: 30'

Nazione: Italia

Boris non è cambiato, noi sì: la recensione del ritorno della fuoriserie italiana

Boris

Nei quattro episodi ancora inediti riuscirà ad avere almeno un guizzo dissacrante e autenticamente feroce come in passato? Svolterà verso altissimi picchi o rimarrà sul buon livello (ancorché un po’ derivativo) espresso in avvio? Lo scopriremo solo vedendola, capiremo se saprà tirare una zampata, o se invece è diventata come noi e come Alessandro, da sempre suo simbolo: più navigato, più vecchio, più cinico, ma mai completamente immune alle sirene del sogno della qualità. Boris non può più essere il giovane pesce di un tempo, ma vederlo nuotare rimane una delle migliori cose a cui possa assistere lo spettatore italiano.