Deadpool uccide l'universo Marvel un'ultima volta - Sarà la fine?

Deadpool uccide l'universo Marvel un'ultima volta - Sara la fine?

Negli anni ’90, la grammatica dell'horror ha subito una mutazione genetica guidata dalla doppia mossa di Wes Craven: da un lato la rottura della quarta parete con la realtà in New Nightmare, dall'altro la chirurgia meta-narrativa di Scream.

È in questo preciso solco che si inserisce Deadpool Kills the Marvel Universe One Last Time, un'opera che smette di essere un semplice sequel per trasformarsi in un'interfaccia di debug per un Multiverso che ha smesso di generare senso. Dopo aver sterminato la propria realtà nel 2012 e aver cercato di eradicare l’ispirazione stessa nella letteratura classica, questo Wade Wilson si ritrova in un limbo che ricorda le atmosfere nichiliste di X-Files nei suoi episodi più cupi, dove il mostro non è più una minaccia esterna ma un’inevitabilità biologica. Il ritorno del team creativo originale, composto da Cullen Bunn e Dalibor Talaji, non è un’operazione nostalgia per collezionisti incalliti, ma una necessità strutturale: chi meglio di chi ha aperto la ferita può decidere quando e come suturarla? Possiamo ancora considerare la violenza di Deadpool come un elemento ludico o siamo di fronte alla rappresentazione plastica del logorio di un franchise?

Il ritorno delle "voci" nella testa di Wade è un ritorno alla forma o un sintomo di un sistema che non riesce a smettere di reiterare i propri traumi? La vera frizione sistemica risiede nel paradosso di un personaggio che, per salvare la continuità, deve agire come il suo virus più letale.

Eredità vs Innovazione: Il Ritorno dei Padri Fondatori

Il passaggio da Deadpool Kills the Marvel Universe Again a quest'ultima iterazione segna un cambio di paradigma estetico e tonale che non è solo una scelta visiva, ma funzionale alla narrazione: la "sporcizia" del tratto di Talaji funge da filtro di contrasto che sottrae Deadpool al glamour del marketing moderno, riportandolo alla sua natura originale di errore di sistema figlio della sensibilità anni '90.

Questo mutamento non può essere ignorato, poiché agisce come una dichiarazione d'intenti contro l'estetica asettica del fumetto seriale contemporaneo. Nel 2012, il massacro era una novità scioccante, un what if potenziato da una furia iconoclasta che faceva leva sulla sorpresa. Nel 2025, il pubblico è assuefatto al sangue, consumato da anni di esposizione a violenza iper-realista e meta-commento, e Bunn lo sa bene. Per questo, la scelta di rimettere in campo Dalibor Talaji è strategica: il suo tratto, qui più sporco, tratteggiato e profondamente melanconico, si allontana deliberatamente dalla pulizia vettoriale del fumetto mainstream per abbracciare una sporcizia visiva che ricorda le produzioni indie della fine degli anni '80 o il suo lavoro viscerale su Empire of the Dead.

Deadpool uccide l

Questo Deadpool non è un clown: è un uomo svuotato, un guscio biologico che indossa una maschera priva delle iconiche lenti bianche, permettendoci di vedere occhi carichi di una tristezza e di una stanchezza esistenziale che il design classico solitamente nega allo spettatore. Vedere l'iride di Wade attraverso il tessuto rosso cambia radicalmente il contratto emotivo con il lettore: non stiamo più guardando un cartone animato violento, ma un carnefice riluttante.

L'innovazione non risiede solo nella quantità di cadaveri eccellenti — che pure abbondano, dai resti smembrati di un arrogante Superior Spider-Man ai pezzi di ricambio di un grottesco Frankencastle — ma nella direzione del vettore narrativo. Non è più Wade contro il mondo per una vendetta personale o un delirio psicotico: qui Wade agisce come il sicario di una entità cosmica, Alphea, che lo utilizza come uno strumento di potatura chirurgica per eliminare i rami secchi e pericolosi del Multiverso. È una logica di sistema pura e spietata: identificare ed eliminare i file corrotti (le versioni malvagie o deviate degli eroi classici) per preservare l'integrità del kernel, ovvero la Terra-616. L'implicazione è inquietante: la stabilità del canone principale viene garantita attraverso lo sterminio sistematico delle anomalie multiversali, trasformando Deadpool nell'antisegnale definitivo.

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Meccaniche di Massacro: Il Gameplay della Narrazione

Il ritmo dell'albo è volutamente asimmetrico. Se il primo scontro con John Doe (un recupero archeologico di Bunn che cita il dimenticato Nth Man: The Ultimate Ninja) serve a settare i parametri di potenza, è nel montaggio dei numeri centrali che la narrazione accelera fino a diventare frenetica. Le uccisioni di varianti come il Punitore Zombie o il Daredevil posseduto dalla Bestia della Mano vengono trattate quasi come task di una to-do list burocratica. Bunn utilizza questa velocità per comunicare l'alienazione di Deadpool: per lui, uccidere queste leggende non è più un evento, è un lavoro.

Tuttavia, l'ingranaggio si inceppa quando Wade subisce un trauma cranico durante lo scontro con Superior Spider-Man. È qui che il sistema operativo di Deadpool subisce un riavvio forzato, riportando in auge le famigerate "scatole" gialle e bianche. Questo ritorno al passato non è un pigro espediente comico, ma una reazione di difesa della psiche: Wade ha bisogno del rumore delle sue voci per non soccombere al silenzio di un universo che ha lui stesso contribuito a rendere vuoto. Bunn qui attinge alla sua esperienza horror su titoli come Harrow County, iniettando una dose di inquietudine psicologica che mancava nelle iterazioni precedenti, dove il sangue oscurava la mente.

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Il vero cortocircuito avviene quando Deadpool, a causa di un malfunzionamento del suo dispositivo di salto dimensionale, atterra nel mezzo degli eventi di Avengers #1 di Jed MacKay. Vedere il Deadpool nichilista di Bunn osservare la speranza eroica dei Vendicatori principali crea un contrasto che definisce l’intera operazione. Qui la tesi di Bunn si palesa: la distruzione delle varianti "cattive" non è fine a se stessa, ma è un rito di purificazione. Il lettore è costretto a chiedersi se la sopravvivenza del "normale" universo valga il prezzo di un genocidio multiversale compiuto da un individuo che ha perso ogni bussola morale.

È un'analisi spietata della gestione editoriale dei grandi editori: quante testate devono essere chiuse (o universi distrutti) per permettere alla serie ammiraglia di continuare a splendere? È un parallelismo brutale con la Killogy originale: se lì Wade voleva liberare gli eroi dalla prigionia della narrazione, qui agisce come il loro carceriere invisibile

Una fine che non arriva mai: un giorno Deadpool ci ucciderà tutti!

Deadpool Kills the Marvel Universe One Last Time è un'opera che richiede una solida conoscenza dei precedenti loop narrativi, ma che ripaga la dedizione del lettore con una stratificazione concettuale che la violenza grafica, per quanto iperbolica, inizialmente tende a nascondere dietro una cortina di sangue. Non è un albo indirizzato a chi cerca il Deadpool "pacioccone" e chiacchierone dei film, il metariferimento pop a buon mercato o il cameo celebrativo inserito per puro fan service: ogni esecuzione eccellente funge da tassello in un trattato spietato sulla fine delle storie e sull'inevitabile stanchezza dei miti seriali che hanno smesso di evolversi. Se siete lettori che detestano le narrazioni che richiedono la consultazione compulsiva della Marvel Database o che non sopportano una violenza cinica priva di catarsi immediata, questa missione non fa per voi. Al contrario, l'albo è un imperativo categorico per chi ha amato la Killogy originale e desidera vedere la chiusura definitiva del cerchio sistemico, per chi apprezza un'estetica cruda e per gli amanti della meta-narrativa che non temono di vedere i propri idoli ridotti a ingranaggi difettosi.

Bunn e Talaji hanno costruito un monumento funebre al loro stesso successo, una sorta di operazione di terra bruciata creativa dove il ritorno del team originale non serve a celebrare il passato, ma a smantellarlo con precisione chirurgica. Dimostrano così che anche all'interno del genere più abusato e saturo del mercato esiste ancora il margine per una riflessione tecnica, quasi ingegneristica, sull'architettura del racconto e sulla necessità di chiudere i cicli vitali prima che l'intero sistema collassi definitivamente sotto il peso della propria ridondanza. In sintesi: questo è un albo per chi ha bisogno di vedere l'antisegnale definitivo all'opera, lontano dai canoni estetizzanti del moderno MCU.



 

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