Yes, un film necessario e attualissimo sull'Israele post 7 ottobre
Un pianista jazz viene incaricato di scrivere il nuovo inno nazionale, ma ben presto si ritrova a fare i conti con la sua coscienza. Al cinema.

Mentre non cessano le polemiche su Naza (2026), con tanto di governo israeliano che sta indagando sulla fuga di notizie riservate - ammettendo implicitamente che quanto raccontato nell'intenso documentario premiato a Venezia fosse vero - e ha apertamente minacciato di ritorsioni i registi, arriva nelle sale italiane, in una distribuzione purtroppo limitata, un altro film che lo scorso hanno ha mandato su tutte le furie i poteri forti di Tel Aviv.
Stiamo parlando di Yes, produzione autoctona - seppur cofinanziata da Francia, Cipro e Germania - diretta da Navad Lapid, già vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino con Synonymes (2019), che prende direttamente di mira il post 7 ottobre nella sua patria. Una patria che non riconosce più, e che diventa territorio di questa feroce, amarissima, satira contro chi è nella stanza dei comandi e decide il destino di migliaia di persone. Ma anche un'opera che dentro la finzione inserisce spezzoni di una realtà ben più tragica e drammatica, che spesso si tende a non voler mostrare e viene edulcorata su più fonti.

Quando dire sì fa male
La storia di Yes, un titolo una dichiarazione di intenti che si rivolve in quella significativa domanda di chiusura, è quella di Y., un pianista jazz che insieme alla compagna Yasmine, ballerina e performer, per guadagnarsi da vivere si esibisce alle lussuose feste dell'elite israeliana. I due sono profondamente disillusi dal loro Paese, ma al contempo non riescono a fare a meno del denaro e del privilegio in cui vivono. Genitori del piccolo Noah, cercano continuamente un equilibrio tra il successo economico e la volontà di mantenere una propria integrità artistica.
Integrità artistica che viene messa a dura prova quando, proprio durante un party a bordo di uno yacht, Y. viene avvicinato da Avinoam, un uomo che lavora nel mondo della comunicazione che gli propone un lavoro assai redditizio: dovrà comporre un nuovo inno nazionale, destinato a rappresentare la nuova Israele dopo i tragici eventi del 7 ottobre. Il testo deve essere un canto patriottico che celebra il coraggio dell'esercito, e Y. accetta, ma ben presto si ritroverà a fare i conti con la sua coscienza.

Abissi e appigli
Un film febbrile, un musical disperato che si muove sull'abisso, con il protagonista che viene trascinato sempre più a fondo, in un mondo che non vuole per lui e per chi ama. I primi minuti, tra feste spensierate, lezioni di ballo e così via scorre veloce, e in quella frenesia le notizie su Gaza e sulle centinaia di morti arrivano ai protagonisti affidate ai messaggi degli smartphone, riportanti tali notizie. Notizie che appaiono così trasfigurate, messe dichiaratamente in secondo piano da una regia che esaspera il nazionalismo per farsi critica spietata di esso, mettendo la nazione stessa di fronte ai demoni che la stanno consumando.

Non è un caso che un passaggio significativo del film sia ambientato nei pressi di Gaza, a debita distanza di sicurezza dove si può osservare il fumo e la macerie senza il rischio di conseguenze dirette. Guardare ma non toccare, per non sentirsi colpevoli, per far finta che niente stia accadendo e la colpa sia di altri, che la vendetta giustifica ogni cosa. E quando l'inno viene scritto, con quelle parole che bruciano come fuoco, quel canto di bambini - compaiono riprese vere, coi volti censurati, di questi piccoli coristi che sono stati realmente chiamati a cantare parole di morte - diventa un moderno museo degli orrori.

Ma il grande merito del regista è quello di non affidarsi alla retorica o a soluzioni di facile presa emotiva, tutt'altro. Yes scava a fondo nei lati oscuri della società, accende i contrasti per farne una cinica caricatura, in una messa in scena a tratti tonitruante ed esagerata, a cominciare da quella durata di due ore e mezza - titoli di coda inclusi - potenzialmente respingente, che si fa però necessaria per dare ampio, sofferto, respiro al turbinio degli eventi. Sì, sì e ancora sì, per leccare letteralmente i piedi ai potenti, per garantirsi una vita agiata a discapito della sofferenza altrui: la sceneggiatura dice tutto senza esporlo esplicitamente, ma lavorando con intelligenza sui non detti, sul non visto, sul cuore di tenebra che tutto e tutti consuma.
Ariel Bronz, attore di teatro di origini ucraine, è perfetto nel dar vita a un personaggio così complesso e ricolmo di sfumature - non soltanto metaforiche, giacché arriva anche a tingersi di biondo platino a un certo punto del racconto - in un cast che fa quello che deve con precisa solerzia, incarnando demoni e cassandre di un palcoscenico sfarzosamente mostruoso.
Gallery
Rating: TBA
Durata: 151'
Nazione: Franca, Cipro, Germania, Israele
Voto
Redazione

Yes
Riflessione amara sul post-7 ottobre, satira feroce e implacabile contro quel potere che mette davanti a tutto interessi personali, non importa quanta sofferenza e quanto sangue siano stati versati. Yes è un film sulla fuga come unica possibilità di scelta per un domani migliore, lontano dalla violenza che obnubila le menti e divora le fondamenta di una società dove proprio i più piccoli ne diventano incolpevoli e inconsapevoli cantori. Tra esasperazione e grottesco, un dramma lucido e amarissimo, commedia nera degli eccessi che guarda a tutte le vittime, rendendo assurda la realtà che è ancora oggi, nonostante meno riflettori mediatici vi siano puntati, davanti ai nostri occhi. Un musical sulla sofferenza, interiore e collettiva, che si interroga sul trauma e sulla reazione, trovando soltanto risposte scomode.











