Resident Evil – Cregger porta il videogame al cinema

Quello che ci ha conquistato, ciò che ci ha divertito e quello che c'ha lasciato qualche dubbio

Resident Evil - Cregger porta il videogame al cinema
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Durante il viaggio di Bryan Hodukavich verso Raccoon City, ogni svolta della strada può nascondere qualcosa di ancora più terrificante. È probabilmente il modo più efficace col quale Zach Cregger porta Resident Evil sul grande schermo senza limitarsi a riprodurne i personaggi o gli episodi più conosciuti. Il suo protagonista è un giovane che trasporta organi per trapianti che non sopporta la vista del sangue, tanto meno la violenza, apparentemente lontanissimo dai consueti eroi della saga. La sua trasformazione nel corso della notte diventa così anche il percorso attraverso il quale il film gioca tra survival horror e azione, anche se con qualche forzatura.

È proprio questa progressiva discesa nell'incubo a distinguere il nuovo film dai precedenti adattamenti cinematografici. Là dove la serie con Milla Jovovich aveva progressivamente trasformato Resident Evil in un action post-apocalittico, Cregger recupera la sensazione di essere dentro un videogioco horror, senza rinunciare a una visione cinematografica riconoscibile, maturata nei suoi precedenti Barbarian e Weapons.

Il film racconta una storia originale, ma si muove nella notte dell'epidemia di Raccoon City e nel mondo di Resident Evil 2. Non ci sono Leon, Claire o altri protagonisti storici: Cregger ha preferito prendere un personaggio nuovo e inserirlo dentro una situazione che si svolge nello stesso momento degli eventi conosciuti dai giocatori. Scelta che funziona soprattutto perché il videogioco non viene citato soltanto, ma imitato nel modo in cui il film procede.

Bryan parte con una pistola e, man mano che l'incubo aumenta la dotazione si amplia. Le munizioni diventano una risorsa da conservare, le armi segnano una progressione, entrano nella narrazione chiavi, lucchetti e ostacoli trasformando gli ambienti in qualcosa di molto simile a un livello da esplorare. Alcuni passaggi in soggettiva da FPS horror funzionano alla grande, non manca nemmeno la macchina da scrivere meccanica, così come spray ed erbe medicinali.

Raccoon City è uno dei livelli da attraversare

Resident Evil – Cregger porta il videogame al cinema

La differenza è che questi elementi non vengono “appoggiati” sul film come figurine per la fan base, ma entrano nel meccanismo narrativo. Ogni nuovo luogo sembra aprire una fase successiva, ogni incontro modifica il livello di pericolo e ogni arma acquisita accompagna il crescendo della minaccia. È qui che emerge il debito nei confronti di Resident Evil 4, il capitolo che Cregger ha indicato come riferimento soprattutto per il ritmo e la progressione dei set piece. Il film continua a cambiare scenario e registro, aumentando progressivamente la scala dell'incubo.

Più che mai fondamentale la cinepresa: Cregger filma spesso come se stesse cercando di ricreare la prospettiva del giocatore, utilizzando prevalentemente una grammatica da terza persona e passando, quando serve, alla prima persona o a una visione più tradizionale. Non è un esercizio di stile applicato meccanicamente, dato che la distanza dal personaggio permette di osservarlo mentre attraversa gli ambienti e contribuisce a restituire quella particolare sensazione di esplorazione.

Resident Evil – Cregger porta il videogame al cinema

Ed è anche per questo che il montaggio è uno degli elementi più riusciti del film, con il regista che non lascia che l'azione si impantani. Gli ambienti cambiano, le minacce aumentano, la storia continua a spostare Bryan da una situazione all'altra con una fluidità che restituisce la sensazione di stare avanzando dentro il videogame.

Dalla sopravvivenza al body horror

Poi c'è il DNA horror. Qui il regista ritrova pienamente quella vena mostrata in passato, l'atmosfera diventa quasi lovecraftiana, soprattutto quando il corpo umano perde la propria riconoscibilità e la mutazione assume forme che sembrano appartenere a un incubo biologico senza regole. Alcune immagini richiamano inevitabilmente La Cosa di John Carpenter: carne che si trasforma, anatomie impossibili, esseri composti da molteplici elementi umani assemblati in feroci mostruosità rotolanti.

Resident Evil – Cregger porta il videogame al cinema

La componente raccapricciante non è però solo frutto dell'immaginazione di Cregger. La produzione ha guardato esplicitamente al bestiario dei videogiochi, soprattutto a Resident Evil 4 e Resident Evil 6, utilizzando elementi anatomici per generare creature inedite.

Il risultato può essere parecchio disgustoso quanto sorprendentemente divertente. C'è un gusto quasi sadico nel mostrare corpi che continuano a muoversi quando ormai non dovrebbero farlo più, fino a quelle grottesche palle di carne composte da gambe, braccia e tronchi che rotolano nella neve o scalano edifici. È un immaginario che porta Resident Evil verso il body horror senza perdere quella componente di assurdità che appartiene da sempre alla saga. C'è persino l'eco di un frammento del fin troppo bistrattato E venne il giorno, di M. Night Shyamalan.

Resident Evil – Cregger porta il videogame al cinema

Non tutto però è perfetto, specie quando Bryan deve evolvere, o nel momento in cui alcuni scienziati “topi da laboratorio" agiscono in maniera stupidamente superficiale nei confronti di un potenziale contagio, proprio in prossimità dell'area asettica nella quale si sono arroccati. Per buona parte del film il protagonista è un Calimero nel posto sbagliato al momento sbagliato, completamente impreparato a ciò che accade. Poi diventa qualcosa di molto più vicino a Rambo: trasformazione è comprensibile all'interno della logica videoludica — anche il giocatore parte con risorse limitate e diventa progressivamente più efficace — ma sul piano narrativo alcune tappe risultano forzate. È una delle rare occasioni in cui la fedeltà alla struttura del videogame finisce per stridere con la narrazione.

Per il resto Cregger riesce in un'operazione tutt'altro che semplice: fare un film di Resident Evil senza cercare di fare il film di uno specifico Resident Evil. Il risultato non trasforma i riferimenti alla saga in un semplice catalogo per appassionati. Al di là delle forzature questo Resident Evil possiede una personalità precisa, soprattutto quando Cregger lascia che siano le immagini e il montaggio a costruire il rapporto con il videogioco. Il finale è una porta apertissima sul futuro della saga e considerando dove potrebbe condurre, è difficile pensare che questa sia stata l'ultima notte di Bryan a Raccoon City.

Resident Evil (2026)

Rating: TBA

Nazione: Stati Uniti

7

Voto

Redazione

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Resident Evil (2026)

Zach Cregger prende un universo cinematografico che sembrava ormai aver detto tutto e lo riporta a una dimensione più sporca e vicina alle sue origini videoludiche. Non tutto gira alla stessa velocità e qualche scelta lascia perplessi, ma quando il film abbandona le convenzioni dell'action e fa spazio all'orrore, trova immagini capaci di rimanere davvero negli occhi.