Wild Horse Nine è la conferma che Martin McDonagh non sbaglia mai (e già punta agli Oscar)

Martin McDonagh si conferma un vero cecchino della commedia nera, candidandosi come serissimo concorrente nella corsa al Leone d'Oro.

Wild Horse Nine e la conferma che Martin McDonagh non sbaglia mai (e gia punta agli Oscar)
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Giunti a questo punto dalla sua solidissima carriera, l'unico appunto che si può fare a McDonagh è di essere il classico tipo di regista che fa sempre lo stesso film. Solo che lo fa dannatamente bene e per giunta a partire da uno spunto originale, su sceneggiatura scritta di suo pugno. Come accadeva ne Gli spiriti dell'isola, al centro della pellicola c'è un'amicizia maschile in crisi: quella tra due agenti della CIA stanziati a Santiago, nel Cile post elezioni del 1973. Allende è appena diventato il primo presidente di stampo marxista democraticamente eletto della storia e la CIA si prepara a sostenere il golpe militare che porterà alla dittatura di Pinochet. Il film assume questo coinvolgimento come punto di partenza per interrogarsi su cosa renda una democrazia tale, chi vegli sulla sua sicurezza e quale sia il punto di non ritorno per chi è disposto ad accettare solo un tipo molto limitato di libertà democratiche. Non stupisce, date le premesse geopolitiche e l'attacco frontale alla strategia statunitense di destabilizzazione internazionale, che tra i produttori esecutivi del film figuri un certo Pablo Larraín.

Wild Horse Nine è la conferma che Martin McDonagh non sbaglia mai (e già punta agli Oscar)

Almeno all'inizio, però, la politica rimane sullo sfondo, perché l'agente veterano Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) stanno andando sull'Isola di Pasqua per vedere i Moai, le grandi teste scolpite nella roccia nera. Solo che il loro capo MJ (Steve Buscemi) chiede a Lee di sbarazzarsi dell'anziano collega. Chris infatti non solo sta perdendo la memoria, ma per qualche ragione rivela la sua identità e l'imminenza del colpo di Stato a delle ignare studentesse di sinistra incontrate all'aeroporto. Il film racconta il suo cambio di atteggiamento attraverso la lente del tormento di Lee. Più persone, per motivi diversi, gli chiedono di togliere di mezzo un amico che sta diventando un problema costante: per i suoi vuoti di memoria, per ke sue bozze dettate al dittafono di un memoir in cui forse sta raccontando come abbia ucciso JFK, per come sia indeciso se fidarsi o meno dell'unica persona autenticamente dalla sua parte, ovvero Lee. Per quanto irritante e contraddittorio, Chris rimane l'unico a osservare il collega per davvero e a capire, nel profondo, cosa significhi convivere con le consapevolezze della loro professione.

L'amico è, secondo McDonagh

Con le sue sculture misteriose e i suoi cavalli selvaggi che pascolano per le colline, lo scenario dell'Isola di Pasqua (dove il film è stato girato) diventa la cornice per l'evoluzione finale di questa amicizia profondissima, fraterna, che da sceneggiatore McDonagh usa per esplorare a fondo due temi, arrivando a distillare verità dolorose, potenti. La prima è la mortalità e il suo approssimarsi, che mettono tutto in una prospettiva crepuscolare, spingendo al bilancio personale. Chris ha ucciso decine di persone per lavoro, ha contribuito a destabilizzare innumerevoli paesi, ma come tutti si trova a guardarsi indietro, a indugiare, a chiedersi se le cose sarebbero potute andare diversamente. È un ruolo che dà a John Malkovich la possibilità di brillare, grazie al cinismo estremo delle parole e delle realizzazioni di una persona profondamente commossa dalla fragilità della vita delle tarme che infestano i suoi armadi e che realizza all'improvviso di aver trattato con più riguardo le falene che gli abitanti umani del Cile. Intontito dalla morfina e dalla malattia, Chris è a tratti straordinariamente lucido nel capire cosa sia andato storto. Non tanto nella sua vita, solitaria e costellata di litigi e silenzi, quanto nella Storia che ha contribuito a plasmare, o ancor meglio, a manomettere .

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Dal Cile agli Stati Uniti

Wild Horse Nine usa infatti l'amicizia tra Chris e Lee e il loro coinvolgimento negli affari loschi della CIA per interrogarsi su cosa sia andato storto negli Stati Uniti. La risposta del film è la morte di JFK, che viene esplicitamente imputata all'agenzia. Una delle possibili perdite d'innocenza del paese più potente al mondo diventa dunque il punto di partenza per un parallelo più ampio: quello tra un Cile sul punto di perdere Allende e un'America che, secondo Chris, aveva già mostrato quanto limitata potesse diventare la propria idea di democrazia quando il risultato delle urne minacciava determinati equilibri di potere.

Non che prima dell'omicidio Kennedy la nazione fosse irreprensibile, anzi, ci tiene a precisarei il copione per bocca di Chris. Quel plateale assassinio ha semplicemente reso visibili storture che erano già presenti. È qui che il parallelismo con il Cile diventa più esplicito:intervenendo nella sua politica interna, gli Stati Uniti stanno esportando altrove quelle stesse contraddizioni, strozzando sul nascere la possibilità che altri sviluppino ciò che hanno negativo anche a sé stessi.

Ancor più forte, per un film che non ha paura di affrontare la politica, è l'esortazione incendiaria finale di Chris. Qualche giorno prima, in un esilarante scambio con l'amico, gli ha spiegato che le principali democrazie europee e mondiali sono "nazioni gay" e produttrici di ottimi formaggi. L'amico chiede perplesso che c'entri la democrazia con il dozzinale formaggio a fette statunitense servito a colazione nel loro hotel e qui arriva la provocazione: serve la democrazia per trasformare il carattere intrinseco di una nazione (per "renderla gay"), ovvero renderla così sofisticata, aperta e libera da potersi concentrare sulla produzione di formaggi di alto livello. L'America si è preclusa quella possibilità quando il sangue e il cervello di JFK hanno imbrattato il completo Chanel rosa della moglie a Dallas.

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La provocazione politica di Wild Horse Nine

Sul finale il film porta questo ragionamento alle estreme conseguenze. Se le istituzioni stesse intervengono quando una democrazia prende una direzione considerata inaccettabile, quale spazio rimane per una reale libertà politica? La risposta di Chris è volutamente estrema, perché il salto cognitivo da agente e spia a terrorista è brevissimo. Chi comprende il funzionamento del sistema può fuggire oppure provare a distruggerlo preventivamente, dandosi al terrorismo. Ogni divisa, ogni poliziotto, ogni militare, ogni bambino che sogni da grande di diventare un bravo soldato vanno neutralizzati.

È la provocazione enorme di un regista che torna su fatti storici lungamente analizzati e ricostruiti al cinema, spingendosi però molto più in là nell'attribuire responsabilità ai servizi statunitensi. Il film non formula ipotesi sull'omicidio Kennedy: indica direttamente la CIA come mandante, legando quella convinzione alla profonda disillusione di Chris verso un apparato militare che vede come strumento ultimo di conservazione del potere, pronto ad attivarsi quando la popolazione sceglie candidati considerati troppo progressisti. Wild Horse Nine dunque è un film estremamente politico, un po' come lo è stato Una battaglia dopo l'altra. Ai margini, quasi sottovoce, costruisce però anche una serie di rotture e riavvicinamenti tra i protagonisti, incassando quanto costruito in termini emozionali nel gran finale, che strapperà più di un singhiozzo in sala.

Nell'uno e nell'altro campo il film è costruito con un sistema ad orologeria, che porta pienamente a compimento le sue premesse, forte di una scrittura (sopratutto nei dialoghi) davvero eccellente, ormai riconoscibile ma difficilmente imitabile da altri su questo livello. Wild Horse Nine è quasi irritante per quanto è compiuto, pulito. È un'opera quasi del tutto priva di sbavature, figlia di un autore in assoluto, completo controllo dei suoi mezzi. 

Wild Horse Nine è la conferma che Martin McDonagh non sbaglia mai (e già punta agli Oscar)
Wild Horse Nine

Rating: Tutti

Nazione: Stati Uniti

8.5

Voto

Redazione

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Wild Horse Nine

McDonagh è solo al quinto lungometraggio da regista, ma si muove più come un veterano: Wild Horse Nine conferma quanto continui a raffinare gli strumenti della commedia nera e la sua ironia tagliente e paradossale per raccontare un certo tipo di difficile amicizia maschile, conflittuale ma capace di mettere in ombra persino mogli, figli, matrimoni. La qualità di scrittura, regia e interpretazioni è tale che McDonagh è credibilmente tra i contendenti più forti in vista dell'assegnazione del Leone d'Oro e, a seguire, per la stagione dei premi. Un Malkovich in grande spolvero è la mente dentro cui si consuma un film crepuscolare e talvolta devastante nel suo pessimismo, senza però lasciare i confini (nerissimi) della commedia.