Mio fratello è un vichingo: che sia folle, sullo spettro o affetto da un taglio di capelli terribile, Mads Mikkelsen non sbaglia mai

Non è difficile capire l’ossessione dei cineasti nordeuropei per Mads Mikkelsen (qui potete trovare la nostra intervista all'attore danese): chi non vorrebbe nel proprio film un interprete bravo, bello, intenso e talmente noto e amato internazionalmente da aumentare con la sua sola presenza l’esposizione mediatica della propria pellicola e le chance di una distribuzione globale? Lo sanno bene Vinterberg e Refn, che in passato l’hanno voluto più volte al loro fianco. Nessuno però si avvicina al grado di ossessione di Anders Thomas Jensen, che con Mio fratello è un vichingo torna a lavorare per la sesta volta con Mikkelsen, suo interprete feticcio. Una fratellanza ricambiata da Mikkelsen, che ha più volte detto che certi personaggi, certe situazioni è disposto ad affrontarle solo se dietro alla cinepresa c’è Jensen, a suo dire un regista unico anche nel panorama del cinema danese.
Mads Mikkelsen torna sullo spettro
Probabilmente quest’affermazione si riferisce anche a Manfred, il bizzarro protagonista di questa commedia nera dall’umorismo davvero nordeuropeo (ovvero che lascia spesso spiazzati o perplessi). Mikkelsen qui interpreta un uomo adulto la cui personalità è palesemente all’interno dello spettro dell’autismo, anche se la pellicola decide (convenientemente?) di non specificare esattamente dove. Metodico, a tratti ossessivo, impulsivo e molto testardo, Manfred dimostra spesso il narcisismo e l’ostinazione di un ragazzino, con comportamenti che mettono in difficoltà chi gli sta vicino. Tra le sue manie c’è per esempio quella di rubare i cani altrui, fingendo che gli appartengono.

Suo fratello Anker (Nikolaj Lie Kaas), decisamente più convenzionale, si rivela già in avvio di film non meno problematico. Fa appena in tempo a dare istruzioni al fratello su come e dove nascondere la refurtiva di una rapina che ha messo a segno prima che la polizia circondi il condominio in cui abita e lo arresti. All’uscita dal carcere Anker è convinto di poter finalmente recuperare il denaro e godersi il frutto del suo lavoro criminale. Non ha fatto però i conti con Manfred, lui affezionatissimo, che durante la sua lunga prigionia ha sviluppato una nuova, preoccupante ossessione: è fermamente convinto di essere John Lennon dei Beatles, tanto che se qualcuno si rivolge a lui chiamandolo Manfred, non esita a lanciarsi da un’automobile in corsa o dalla prima finestra disponibile pur di non confrontarsi con la realtà.
Anker si ritrova così a dover assecondare il fratello mentre cerca di farsi dare una mano a recuperare i soldi, dribblando un ex complice che ha già speso la sua parte del bottino e ora vuole quella intonsa del collega, minacciando azioni violente se non gli verrà consegnata. Sempre a suo agio nel territorio del paradossale, da questa reunion familiare post carcerazione Jensen tesse una sorta di road movie di chiaro stampo comico in cui pur di assecondare il fratello, il protagonista acconsente alla buffa richiesta del suo psichiatra di rimettere insieme i Beatles, formando una band di persone convinte di essere uno o più membri del quartetto di Liverpool. Cosa c’entrano i vichinghi del titolo? Lo spettatore lo scoprirà solo a fine pellicola, dopo un’introduzione animata che racconta una storia di amore fraterno macabra ma non priva di humour come quella tra Anker e Manfred.
È un po’ un prenderci con film come Mio fratello è un vichingo. Questo perché la pellicola si affida in larga parte a una comicità così radicata nella lingua e nel senso dell’umorismo della nazione di partenza (la Danimarca) che può capitare di rimanere sospesi di fronte a scene, situazioni e scambi in cui lo spettatore percepisce che il film si aspetta di farlo ridere, ma non è detto che sia così. Anche perché il regista ama giustapporre situazioni surreali non prive di violenza e risvolti buffi, con effetti imprevedibli. La violenza è ritratta poi in maniera tutto sommato realistica, particolare che rende ancora più complicato ridere di quanto sta succedendo sul grande schermo.

Mio fratello è un vichingo vorrebbe parlare d'identità, ma sembra non averne una ben definita
Di fatto Mio fratello è un vichingo vorrebbe essere un film sull’identità maschile vista dai due poli opposti della costruzione della stessa, che tentano di trovare un equilibrio per dialogare davvero e con sincerità. Da una parte c’è Manfred, che pur nei suoi disturbi ossessivi vive la propria identità esattamente come vuole che sia. Dall’altra c’è Anker, il personaggio “normale” che fatica ad accettare i colpi di testa del fratello. Eppure il film evidenzia da subito come anche la sua identità, seppur socialmente più accettabile, sia frutto di una costruzione di ciò che è ritenuto giusto e consono per un uomo, un criminale, una persona che fatica a contenere la rabbia e la trasforma spesso in scatti violenti, pur risultando spesso succube della volontà altrui.
Non c’è da aspettarsi dunque grande realismo in un film dalle situazioni tanto paradossali. Tuttavia, vuoi un po’ per l’intraducibilità di certe gag, vuoi perché la sceneggiatura è costellata da tante figure sopra le righe ed eccessive ma non sempre riuscite, il film a tratti risulta tedioso, in altri frangenti angosciante. A salvarlo, non è una sorpresa, è Mikkelsen, che gestisce con grande destrezza le derive più estreme e meno meditate del suo personaggio, mettendo il cuore in un film che spesso, per amore dell’assurdo e dell’esagerazione, risulta persino distaccato.

Durata: 116'
Nazione: Danimarca
Voto
Redazione

Mio fratello è un vichingo
Mio fratello è un vichingo è una pellicola il cui gradimento è molto soggettivo e dipende in larga parte da quanto l’umorismo dello spettatore si avvicinì ai ritmi e all’approccio di quello del cinema comico nordeuropeo. Rimane però il fatto che i suoi personaggi strambi e sopra le righe risultino il più delle volte abbastanza sgradevoli, tanto che il tentativo del regista di trovarci dentro un’umanità da redimere appare persino un po’ forzato. Per sua fortuna ha a disposizione il solito, magnetico Mads Mikkelsen, che a mettere pathos ed emozione anche laddove il film appare molto freddo, distaccato e tedioso.


