The Blood Countess trasforma il vampirismo in una bizzarra avventura turistica nel cuore di Vienna

Senza mai prendere la sua stessa storia sul serio, Ulrike Ottinger intesse un film divertente da talvolta sciocco che ha il merito di regalarci il primo ruolo da vampira di Isabelle Huppert.

The Blood Countess trasforma il vampirismo in una bizzarra avventura turistica nel cuore di Vienna

La fascinazione che l’attrice francese Isabelle Huppert esercita sui cineasti di tutto il mondo (non solo sui suoi connazionali) andrebbe studiata. Una capacità di sedurli che ha un che di vampiresco, a ben pensarci. Forse quindi dovremmo stupirci non tanto che la regista tedesca Ulrike Ottinger le abbia offerto di interpretare il primo ruolo vampiresco della sua lunghissima carriera, ma che nessuno fosse ancora arrivato a pensare a come Huppert, una delle più grandi e audaci attrici viventi, sia assolutamente perfetta per interpretare una nobildonna immortale e succhiasangue.

Della prolificità della sua carriera è presto detto: è difficile che passi un’intera edizione di un festival europeo (Cannes, Venezia e Berlino) senza che in cartellone non compaia almeno un film che la vede nel cast, soprattutto considerando l’amore di questa interprete per le opere sui generis e i ruoli estremi e sfidanti. Corollario di questa realtà è che, seguendone la carriera di festival in festival, s’incappa in tutta una serie di film che non sembrano aver alcun senso d’esistere o di essere stati finanziati se non per dare modo a Huppert di fare qualcosa di particolarmente bizzaro su grande schermo. O almeno è così che catalogo nella mia mente film non proprio riusciti e molto sconcertanti quali Sidonie in Japan di Elise Girard, il coreano A Traveler’s Needs di Hong Sang-soo, l’italiano e terribile L’ombra di Caravaggio di Michele Placido e Marvin di Anne Fontaine, ma la lista potrebbe essere molto più lunga.

The Blood Countess trasforma il vampirismo in una bizzarra avventura turistica nel cuore di Vienna

La vampira Isabelle a Vienna 

Sfortunatamente The Blood Countess va proprio ad arricchire questa lista di un altro film vacuo e a tratti molto inconsistente il cui unico ma non trascurabile motivo d’esistere sembra proprio essere quello di vedere Huppert nei panni della contessa Bathory, una delle succhiasangue più camp viste al cinema in anni recenti. Non è chiarissimo dove finisca la linea dell’ironia e inizi quella dell’essere divertiti sentendo però sotto sotto di stare facendo qualcosa di grandioso. L'approccio di The Blood Countess insomma ricade in pieno nella definizione stessa di camp.

Basta dire che il filmsi con una lunga scena girata sul lago sotterraneo viennese di Seegrotte Hinterbrühl, attraversato dalle barche cariche di turisti e da un’imponente nave completamente avvolta dal mantello rosso della contessa vampira. La barca entra in scena dal fondo si avvicina pian piano alla cinepresa, con Huppert issata a prua come una sirena rosso sangue. Quando si avvicina alla riva, scopriamo che la gonna del suo abito è in realtà uno sportello di velluto e metallo e lei apre per sganciarsi dalla barca e proseguire la sua visita notturna alla città. Seguiranno morsetti sul collo a bibliotecarie sexy, litigate con suore di clausura, un giro panoramico in un ristorante che opera su una ruota panoramica che serve solo pietanze a base di carne e sangue e tante, tantissime altre scene che faticano a mettere insieme una storia vera e propria. Questo è il livello di camp in cui si muove per tutto il film The Blood Countess, che non si prende nemmeno troppo la briga di costruire una storia attorno alla sua vampira e ai suoi poteri.

La pellicola si apre con un antefatto simile a quello dei classici d’animazione Disney, con un libro incantato protagonista: un volume ormai introvabile che racchiude l’esperienza umana nella sua forma più pura e che avrebbe addirittura il potere di trasformare un immortale di nuovo in un semplice umano, se verserà una lacrima sulle sue pagine. Da frammenti d’informazione che ricaviamo qua e là nella pellicola capiamo che la contessa torna ciclicamente in vita (o in città?) e compie una serie di omicidi, senza mai venire scoperta dalle autorità. Stavolta però il suo ritorno coincide con un’indagine della polizia, un convegno di eminenti vampiristi che sta studiando il linguaggio dei pipistrelli per carpirne i segreti e la volontà del timido nipote di lei di trovare il libro e rinunciare alla mortalità.

In un frusciar di sete e velluti, con ambiti imponenti che puntano alla teatralità più operistica e sorpa le righe (e con accenni drag nel trucco e negli outfit), Huppert si aggira in città nella sua gotica carrozza, interrompendo la guida turistica che narra la storia della capitale austriaca. L’impressione da non austriaci è che si perda moltissimo di questo affresco e della relativa ironia, se non si ha bren presente lo spirito e la toponomastica della città. Lo scopo principale del film, che di orrorifico non ha davvero nulla e sembra indeciso su se e quanto voglia essere comico, sembra proprio un tour notturno degli angoli più turistici della città mitteleuropea, riletti in chiave curiosa o dissacrante.

Troppo camp per essere un film vero e proprio

È un film così impegnato a catturare l’essenza austriaca che non rinuncia alla sua più recente icona contemporanea: nel cast compare anche a sorpresa Thomas Neuwirth, che trova anche il tempo di interpretare tutta la hit Rise like a Phoenix, con cui vinse l’Eurovision e divenne una sorta di ambasciatore nazionale nella cultura pop nei panni di Conchita Wurst. Cosa c’è di più camp dell’Eurovision, di grazia? Poco, pochissimo. Tuttavia tra costumi esageratamente barocchi (la borsetta portapenna a forma di bara ingioiellata, mantelli con strascichi lunghi metri e metri, guanti in velluto con unghie finte affilate applicate a ogni dito alla Catwoman) e situazioni esagerate e basta (vedi i dialoghi di Huppert con il suo pipistrello soprannominato Pipi, che le fa da messaggero non si capisce con chi o perché se non per inserire un’altra scena sopra le righe) Ulrike Ottinger sembra non lasciare nulla d’intentato per scoprirlo e includerlo nella pellicola. Scordandosi però di dare uno sviluppo e un senso di unità alle infinite scene che compongono The Blood Countess. 

Anche una discreta conoscenza della scena cinematografica tedesca rende la visione decisamente più godibile o surreale, come quando entra in scena Birgit Minichmayr vestita a cameriera gotica che comincia a fare da dama di compagnia alle scaprestrate aventure della contessa, mentre Lars Eidinger fa da psicoanalista al povero nipote della contessa.

The Blood Countess

Durata: 119'

Nazione: Germania

5

Voto

Redazione

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The Blood Countess

Isabelle Huppert è insomma così perfetta per interpretare una vampira, così stilosa e convinta nell’affrontare anche le svolte più nonsense e sciocche di questo The Blood Countess che in qualche modo se ne esce perplessi, confusi ma comunque divertiti dalla visione. Rimane il fatto che nella sua genialità sopra le righe Ulrike Ottinger ci ha regalato in passato colpi di testa infinitamente migliori di questo film, che lascia comunque un po’ di amaro in bocca: al di là del tripudio visivo regalato da costumi e scenografie davvero opulenti, al di là del giro turistico sui generis per Vienna, si poteva fare molto, molto, molto di più per rendere la prima volta vampira di Huppert decisamente più indimenticabile.

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