Mads Mikkelsen: “Volevo essere Bruce Lee, e per un po’ lo sono stato”.
L’attore danese torna al cinema in Mio fratello è un vichingo e (ci) regala una delle sue interpretazioni migliori.

Mads Mikkelsen ha il potere di non deluderti mai, è un intrattenitore nato, prima di essere un attore pieno di carisma. Basta scorrere la sua carriera, iniziata con Pusher di Nicolas Winding Refn, e che da quel momento ha spaziato in ruoli memorabili: Il sospetto e Un altro giro di Thomas Vinterber), passando dai villain “bondiani” (Casino Royale) a quelli del Marvel Cinematic Universe (vedi Doctor Strange), al Grindelwald di Animali Fantastici, sconfinando pure nella galassie Star Wars (Rogue One). Grandi successi da un lato, qualità di scelte (e storie) dall’altro. Ed è oltremodo una conferma vedere cosa è riuscito a fare nel recente Mio fratello è un vichingo – The Last Viking, scritto e diretto da Anders Thomas Jensen (col quale aveva già lavorato ne Le mele di Adamo) passato in anteprima all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e in sala (dal 26 marzo) distribuito da Plaion Pictures (qui la nostra recensione).
Una dark comedy, capace di mescolare tensione da heist movie, grottesco e una incredibile profondità emotiva, a metà tra tragico e comico, scandita da inseguimenti improbabili, incontri surreali e situazioni al limite dell’assurdo. Al centro del racconto ci sono due fratelli Anker (Lie Kaas) e Manfred (interpretato dallo stesso Mikkelsen): condividono un passato difficile e poco altro, dato che il primo ha passato gli ultimi quindici anni in carcere per una rapina. Quando esce, però, torna a cercare il bottino che aveva affidato al fratello, ma Manfred, che nel frattempo ha sviluppato un disturbo dissociativo della personalità ed è convinto di essere John Lennon (idea geniale), apparentemente non ricorda più dove il denaro è stato sepolto. Una caccia al tesoro, ma che piano piano si trasforma in un viaggio di rimozioni e raccordi emotivi, segnati da un’infanzia di violenze e ferite, e che in questo caso tornerà ad unirli.

Come ti sei preparato per questo ruolo?
Nei panni di personaggio e attore, la storia è il cappello che qualcuno indossa, ma in questo caso l’ho interpretato come un bambino di sette anni, con tutte le emozioni che ne derivano, con il suo modo di vedere il mondo e i suoi schemi di reazione, per lui è molto semplice. Tutti amano John. Sarò John, e allora mio fratello mi amerà di nuovo.
Anders Thomas ha una visione diversa dagli altri
Se ripensi invece alla tua splendida carriera e ai tanti ruoli, quanto è stato difficile trovare la tua identità?
È una domanda importante. Credo che la maggior parte degli attori passino tutta la vita alla ricerca di quella tecnica, di quel modo di affrontare le cose, nel corso della nostra carriera acquisiamo alcuni strumenti, e questo ci è d’aiuto. Ma trovare una soluzione semplice su come affrontare un copione… non sarà mai la stessa cosa. Il regista sarà diverso, i colleghi, gli attori, la storia, quindi succede sempre qualcosa di nuovo e devi capire come inserirti in quel mondo. Penso che ora sia più facile, ma all'inizio ho anche lavorato con persone che, tipo, erano appena uscite da scuola, o con cui eravamo allo stesso livello. Ci piacevano gli stessi tipi di film, quindi non ci pensavamo troppo a come affrontarli, cercavamo solo di creare qualcosa che ci piacesse. E in quel modo, abbiamo iniziato a imparare piccoli strumenti e tecniche, immagino. Per me è molto difficile da definire con precisione.
Nei toni del film c’è un mix di umorismo, ma anche di temi importanti. Cosa hai messo di te stesso?
Adoro vedere cose che mi fanno ridere, per me sono cose elementi specifici, e lo stesso vale per Anders Thomas. L'approccio è prendere l'umorismo molto sul serio, è ciò con cui siamo cresciuti, non basta semplicemente fare battute. In qualche modo devi avere un personaggio che sia davvero triste o davvero felice o davvero arrabbiato, ma la situazione per cui è arrabbiato è così assurda da renderla divertente, giusto? Penso che sia sempre stato il nostro approccio: siamo fedeli ai personaggi, e se questo può essere divertente perché ciò che fanno è folle, allora ci sta bene. Ma qui la storia anche triste, c'è molto cuore e poesia.
Cosa ti fa ridere oggi?
Le persone che si prendono troppo sul serio to che mentono a se stesse.
Qui credi di essere John Lennon. Qual è il tuo rapporto con la musica?
Gli ABBA hanno fatto parte della mia infanzia, sono cresciuto con loro, erano sempre presenti. E poi sono arrivati i Beatles, anche se in realtà c'erano già prima. Insomma, li adoro entrambi per motivi diversi.
Chi ti piacerebbe essere, se dovessi scegliere un altro personaggio?
Ci sono delle abilità che alcune persone hanno avuto nel corso della storia e che mi piacerebbe avere:
Messi, Roger Federer, Usain Bolt, per me sono pura poesia. In fondo amo essere me stesso.

Nessun attore?
Bruce Lee.
Come mai?
Volevo essere Bruce Lee per due, tre anni. Ero proprio lui, vestito come lui, avevo le sue scarpe. Non me lo ricordo bene, ma forse avevo 8, 9, 10 anni. Ne ero semplicemente ossessionato, lui rappresentava questo ragazzo minuto e io ero molto minuto, eppure riusciva a battere chiunque, questo era molto, molto importante nel quartiere in cui sono cresciuto. Ero veloce, ma sarebbe stato utile se lo fossi stato di più. Così sono semplicemente diventato Bruce Lee e ha funzionato.
Hai praticato karate?
No, non ne avevo bisogno. Ero semplicemente lui, ho fatto mie le sue capacità semplicemente. Proprio come John.
Tra tutti i personaggi che hai interpretato, qual è quello ti è rimasto più impresso?
Nessuno di loro mi rimane nel cuore. Provo un grande affetto per molti dei miei personaggi, persino per alcuni di quelli davvero bizzarri. Manfred lo è Penso che ci sia in lui una purezza ammirevole quando vedi il mondo così pulito come lo vede lui, ma allo stesso tempo è iper-narcisista, il suo modo di reagire è semplicemente troppo immediato, vede anche cose che nessun altro scorge. È uno dei miei preferiti in questo momento, ma non vorrei essere lui.
Qual è la differenza principale tra il più grande successo al botteghino in cui hai recitato e i film “indipendenti?
L'intimità che si crea lavorando insieme. È come dire: «Oh, lui può chiamarmi alle 3 di notte». È come dire: «Ci stavo pensando, posso fare lo stesso, no?». Oh, mi è venuta questa idea. Non si fa così nei film su larga scala, si possono comunque avere belle e piacevoli conversazioni sulla storia, sul personaggio, ma questo legame è molto più forte: è come se tutti vivessero in questa sceneggiatura ora, e possiamo chiamarci a qualsiasi ora del giorno. Questa è la differenza più grande.
E riguardo al cinema italiano?
A parte i grandi classici, autori come Visconti e Fellini, il mio rapporto con il cinema italiano è iniziato con uno dei primi film che ricordo nella mia vita, me lo fece vedere mio padre, credo fosse in televisione: Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Ora mi rendo conto di quanto sia tipicamente italiano, ma era davvero poetico in un senso molto concreto. Insomma, sì, c’è un po’ di violenza e roba del genere, ma è anche così vero. Io ero solo un ragazzino, eppure ne sono rimasto folgorato, poi l’ho rivisto da adulto, è un grande capolavoro.



