Marty Supreme è un magnifico ritratto dell'arroganza umana (e non sono quella del protagonista)

Marty Supreme è l’entusiasmante prodotto di un’ambizione senza freni: non solo del personaggio protagonista, ma anche di chi l’ha diretto e recitato. La recensione.

Marty Supreme e un magnifico ritratto dell'arroganza umana (e non sono quella del protagonista)

C’è qualcosa di profondamente seducente, ingenuo e americano in Marty Supreme: nel suo protagonista e nel film che porta il suo nome. Accompagnato da recensioni entusiastiche che lo hanno presentato come un capolavoro, il nuovo lavoro di Josh Safdie segna il suo esordio da solista alla regia dopo il successo ottenuto insieme al fratello Benny Safdie(che quest’anno ha diretto The Smashing Machine, altro film molto americano incentrato su uno sportivo in crisi).

Bastano poche sequenze per capire quale fosse la visione artistica dominante nel duo quando lavoravano insieme: Marty Supreme è l'erede naturale dei film che hanno portato i fratelli al successo, figlio degli stessi gusti, costruito sulle medesime logiche. Josh Safdie si crogiola nel crescendo di tensione assurdo, imprevisto e spesso comico che accompagna il suo protagonista nel tentativo di ottenere una possibilità: sfidare il più grande giocatore di tennis tavolo vivente, un campione giapponese, e batterlo.

Marty Supreme è un magnifico ritratto dell

Ping pong e sogno americano

Il film è diviso in tre parti nettissime. La prima è quella più riconoscibile all’interno del genere sportivo e guarda apertamente al mito del sogno americano. Veniamo introdotti al mondo del ping pong dal punto di vista del campione statunitense in carica, che, per una volta, significa partire dal basso, dalla periferia di un impero sportivo che si sviluppa soprattutto a Oriente.

Mentre in un Giappone ancora isolato politicamente il tennis tavolo è uno sport popolare e seguito da tutti, nella New York del 1952 è poco più di un passatempo: deriso, ignorato, praticato ai margini delle piste da bowling o in piccole palestre che attirano tipi sui generis. È qui che prende forma l’America che Marty sogna di conquistare.

Marty (interpretato da Timothée Chalamet) è prodigioso tanto con la racchetta in legno quanto con le scatole di scarpe nel negozio dello zio. Ha una parlantina inarrestabile, è spavaldo, arrogante, audace: "venderebbe scarpe a un amputato". La sua energia nervosa e irrefrenabile, l’ambizione che da anni plasma ogni relazione e scelta di vita, hanno un solo nome: tennis tavolo. Nelle Americhe e in Europa non ha più rivali, ma il campione giapponese in carica, appena tornato sulla scena internazionale dopo l'isolazionismo imposto alla sua nazione, sembra fuori portata.

Marty non vuole solo batterlo: vuole conquistare un posto nell’olimpo sportivo americano, diventare ricco, famoso, “farcela” e farcela fare anche al suo sport. Date le premesse, verrebbe da immaginare un asceta, un atleta rigoroso. Invece Marty insegue il suo sogno nel modo più caotico e illegale possibile: non sa esercitare pazienza, né accettare regole. Lo scontro ricorrente tra lui e Ando diventa così quello tra due campioni che hanno sublimato nel gioco il carattere delle rispettive nazioni.

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Nella prima parte Marty osa, rilancia, rischia tutto, convinto che la vittoria ai British Open possa ripagare anche le scommesse più folli. Ovviamente non va così. Il film allora si getta a capofitto in un secondo segmento lunghissimo, che richiama apertamente i precedenti Good Time e Diamanti grezzi.

Qui Safdie costruisce una progressione inarrestabile di situazioni sempre più paradossali, pericolose, assurde. Nei suoi momenti migliori Marty Supreme ridefinisce il concetto narrativo stesso di “essere disposto a tutto”: davvero a tutto, nel bene e nel male, pur di arrivare in Giappone e ottenere un’altra sfida. È un cinema cinetico, nervoso, che procede per continui strappi e accelerazioni.

Un film grande quanto il suo protagonista

Marty Supreme è lo specchio del suo personaggio: lungo, sovrabbondante, ricolmo di dettagli messi lì per puro desiderio creativo. La folla di comparse (atleti, artisti, personaggi dello spettacolo, musicisti prestati alla recitazione) ricorda quasi un quadro rinascimentale. È un film indie solo nella confezione, ma assolutamente “major” nell’ambizione: un cinema che non ha paura di chiedere, ottenere, muoversi sempre in grande.

Il progetto infatti è liberamente ispirato alla figura di Marty Reisman, leggendario eppure sconosciuto campione di tennis tavolo statunitense, ma nasce anche da una passione personale di Josh Safdie: i racconti dello zio che frequentava i bassifondi di New York per vedere partite clandestine, riscoperti anni dopo grazie a un libro comprato per un dollaro dalla moglie del regista e rimasto intatto su uno scaffale per molto tempo.

Chalamet, star totale

Il film è ovviamente tutto costruito attorno all'aura di Timothée Chalamet: un attore che non solo ha talento, dedizione ed energia sufficienti a reggere un film di questo peso, ma che negli ultimi anni si è accreditato come una vera star, Forse l’unica vera star, oggi, nel giovane firmamento hollywoodiano.

L’ambizione di essere “uno dei grandi”, dichiarata apertamente, il suo "aspire to greatness": Marty Supreme dilata i confini di Chalamet attore, o forse lascia intravedere quanto la sua dimensione di star rischi talvolta di sovrapporsi al personaggio.

Marty Supreme è un magnifico ritratto dell

Desideri, ossessioni, violenza

Ai lati della storia principale si muovono i personaggi più interessanti del film, che racconta un’America popolata (dall’alto al basso) da individui egoisti, pronti a tutto pur di esercitare potere sugli altri. Vale per le due donne tra cui Marty oscilla: un’ex attrice, moglie di un industriale, che incarna una versione “stabilizzata” di ciò che Marty potrebbe diventare e l’amica d’infanzia, sposata e incinta, che non ha ancora rinunciato a "incastrarlo", specchio altrettanto ossessivo e distruttivo del protagonista.

In questo mondo l’unico vero peccato è mentire a sé stessi, rinunciare ai propri desideri. Ingannare gli altri è quasi sempre concesso, raramente punito. È una società a tratti minacciosa, dove il potere si esercita attraverso il denaro o la violenza, dove i forti stanno in alto e in basso e dove ogni desiderio è tragicamente irrazionale.

Il limite del traguardo

Le sequenze sportive, le partite al tavolo, sono tra le più avvincenti del film: scritte e girate con precisione, capaci di sfruttare appieno le possibilità tecnologiche del cinema contemporaneo. Sono l’unico spazio narrativo realmente lineare, l’unico momento in cui Marty può essere semplicemente ciò che è.

È per questo che il terzo atto, introducendo un improvviso ingentilimento e una presa di coscienza, smorza in parte la forza del discorso. Dopo oltre due ore e mezza di corsa amorale e sfrenata, il film chiede allo spettatore di accettare un traguardo che viene tagliato all'improvviso, non si capisce bene perché.

7.5

Voto

Redazione

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Marty Supreme è un magnifico ritratto dell'arroganza umana (e non sono quella del protagonista)

 

Marty Supreme rimane così una corsa a perdifiato che dovrebbe essere infinita e che invece, all’improvviso, taglia il traguardo senza spiegarci davvero perché. Restano due terzi di film entusiasmanti e lo spettacolo di un’ambizione smisurata: quella del protagonista e di chi, ancora oggi, ha voglia di fare cinema ponendosi un obiettivo impossibile e perseguendolo con ostinazione: fare meglio di tutti gli altri.

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