La Mummia di Lee Cronin è poco mummia, ma fa davvero paura: la recensione
Audace, cattivo ma anche terribilmente frammentario e pieno di controsensi, La Mummia dà spettacolo horror senza intrattenere veramente.

La maledizione della mummia continua a gravare sui registi e sugli attori che tentano di riportarne in vita il franchise cinematografico. Ci aveva provato Alex Kurtzman con un Tom Cruise più smargiasso del solito nel 2017 dando un colpo non da poco alla scintillante stella dell’attore. Quella mummia era stata un film sbagliato ma tutto sommato molto divertente, che rendeva il mostro bendato sexy e cattivo, rispettando le aspettative dello spettatore con tutta quell’aura mistica (ma molto “fuffa”) dell’antico Egitto cinematografico statunitense. Forse lo spirito di Brendan Fraser aleggia sul personaggio dopo quanto gli è successo sul set dell’ultima Mummia di successo di Hollywood, ma tant’è: anche la rilettura di Lee Cronin è un sonoro fallimento, pur muovendosi in direzione opposta a Kurtzman e pure, come lui, inserendo nel suo film poco riuscito passaggi e intuizioni comunque godibili.

Lee Cronin era davvero pronto per mettere il proprio nome e cognome nel titolo di un film?
Forse è stato un po’ prematuro mettere il nome e cognome del regista irlandese nel titolo del film, anche considerando quanto la sua rilettura di Evil Dead del 2023 aveva entusiasmato critica e pubblico. Nonostante La casa - Il risveglio del male sia stato un successo, Cronin non è ancora al livello di un Carpenter o di un Coppola, con un cognome che abbia un senso sistemare di fianco a quello di un mostro con un genitivo sassone. È comprensibile, naturale per un regista al suo terzo film.
Fautore di quest’operazione, che scrive e dirige, è al contempo il principale colpevole del suo fallimento e il responsabile delle poche cose che funzionano. Partiamo dunque dai lati positivi: la mummia di Cronin fa davvero paura. Uno split diopter dietro l’altro (soluzione ottica per cui il regista sembra avere un’autentica fissazione), non lesina nessuno degli ingredienti del gore: vomito nero, liquidi orrendi che fuoriescono da pelle putrescente, unghie che saltano via, schizzi sangue, ancora molto vomito, insetti che s’insinuano sotto pelle e che ne fuoriescono causando orrende ferite, morti atroci e davvero poco “pulite”, causate da un’entità davvero malvagia.

Una cosa che Lee Cronin - La Mummia fa davvero molto bene è consegnarci un cattivo veramente cattivo, per il semplice gusto di esserlo, senza traumi pregressi o motivazioni razionali. È un essere malvagio che trae godimento dalle tragedie familiari altrui e perciò fa di tutto per causarle. Anche la genesi della mummia protagonista del film è particolarmente sinistra, con una scena quasi disturbante: per i fan dell’horror dunque, spaventoso e gore sono assicurati.
Non è un horror che flirta con l’ironia o che si accontenta della confezione sovrannaturale e magica che la premessa egiziana farebbe pensare. È un lungometraggio che si apre con l’angosciante rapimento di una bambina americana che vive in Egitto perché il padre lavora lì, adescata da una sconosciuta e sottratta alla sua famiglia nel bel mezzo di una tempesta di sabbia. Siamo quasi in territorio crime, con un Egitto fatto di burocrati e poliziotti sospettosi verso la famiglia e una bimba che pare già perduta. Solo che, otto anni dopo, la piccola Katie viene ritrovata incredibilmente viva ma catatonica, sul luogo di un incidente aereo, nascosta in un sarcofago. Orrendamente sfigurata e afflitta dalla sindrome del lock-in, viene rispedita alla sua famiglia, che nel frattempo era tornata a vivere in Nuovo Messico.
Più che la mummia, Cronin resuscita il racconto di possessione
Da qui però il film perde i tenui contatti che intratteneva con il personaggio originario, trasformandosi sia per fatti raccontati, sia per scelte stilistiche horror predilette nella narrazione, in un vero e proprio racconto di possessione. Più L’esorcista che Belfagor o Moon Knight insomma, e per giunta risultando enormemente derivativo rispetto all’ispirazione inattesa che sceglie. Se a livello visivo il film regge e qualche momento horror divertente lo regala, a livello narrativo è come tentare di ricostruire un’immagine vista attraverso uno specchio che qualcuno ha fatto cadere, riassembrandolo grossolanamente. Il film infatti continua a saltare avanti e indietro nello spazio e nel tempo per una buona metà prima di aver disposto tutte le sue carte in tavola, prima di avere una “mummia” a disposizione.
Per giunta incappa in alcuni brutti passaggi per via di un’ingenerosa stereotipizzazione della parte egiziana della storia. Oltre che a non sembrare girata al Cairo e dintorni, la branca egiziana della storia è affossata da questo assurdo approccio retrogrado che confonde lo spettatore. Vecchi terminali a schermo nero utilizzati nell’archivio della polizia e l’uso delle VHS come strumento di registrazione di filmati vanno a cozzare con una storia che, almeno in teoria, è ambientata nel presente. Lo stereotipo della nazione tecnologicamente arretrata insomma rende persino l’ambientazione storica confusa, tanto poi da diventare un problema nella seconda parte della storia, quando è necessario che la famiglia americana “moderna” abbia a casa un vecchio tubo catodico e un lettore di VHS per non bloccare la narrazione degli eventi. Non solo: il film costruisce il personaggio di una donna che entra in polizia per cercare persone scomparse, allude a una sua storia personale (il fatto che all’inizio porti il velo e poi no, la scelta inconsueta dell’unità in cui lavora) ma poi lascia cadere tutte queste allusioni nel vuoto assoluto. Ha perso la fede per via dei drammatici casi su cui ha investigato? È l’Egitto a essersi fatto più laico? Mistero.

La Mummia cerca di nascondere i suoi problemi dietro la crudeltà della sua antagonista
È un piccolo esempio di come personaggi, situazioni e intreccio narrativo di Lee Cronin - La Mummia si mantengano in equilibrio precario per tutto il corso del film, occultati a tratti dalla crudeltà della creatura a cui si dà la caccia e dei guardiani che tentano di tenerla a bada. Una cattiveria che suona quasi di scusa, di fronte a personaggi impalpabili, la cui tenue parvenza è tenuta insieme da secchiate di dolore e trauma che gli si butta costantemente addosso per tentare di renderli visibili. Personaggi superficiali affidati ad interpreti con capacità recitative altrettanto risibili: Jack Reynor nel ruolo del padre tormentato non sembra possedere più di un pugno di espressioni facili, mentre Laia Costa nei panni della moglie Larissa riesce solo a essere attivamente respingente nella sua antipatia. May Calamawy come investigatrice Dalia Zaki fatica persino a fingere di mangiare il kebab (sic!) che le mettono in mano in una scena al commissariato. La più convincente di tutti è la piccola Katie: Emily Mitchell è intensa e credibile ben prima di trasformarsi nel mostro del film e si salva da sola, come attrice, mentre il resto del cast fatica a tenersi a galla.
Durata: 134'
Voto
Redazione

Lee Cronin - La Mummia
Il talento visivo di Lee Cronin regista salva i pasticci di Lee Cronin sceneggiatore. Non è ben chiaro perché La Mummia sia così frammentario e confuso: forse perché dopo le prime reazioni negative alle proiezioni di test la produzione ha richiesto un taglia e cuci per salvare il salvabile (si è molto mormorato in questo senso qualche mese fa), forse perché davvero il film è un bandolo d’idee horror senza una vera storia dietro, che soddisferà i fan del gore più che quanti hanno voglia di vedere un film riuscito o ritrovare la mummia al cinema.


