Anche io, recensione: lo scandalo di Harvey Weinstein diventa un compitino

Anche io recensione lo scandalo di Harvey Weinstein diventa un compitino
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C’è un prima e un dopo Il caso Spotlight nel raccontare il giornalismo investigativo al cinema. Il film del 2015 ha mostrato come un tema drammaticamente vero possa essere raccontato su grande schermo in maniera posata e analitica, concentrandosi sull’investigazione giornalistica che portò alla scoperta di uno dei più gravi casi di pedofilia sistematica registrati nella chiesa cristiana cattolica.

She Said non è l’ultimo film che, partendo da premesse similari, prende a modello proprio il film diretto da Tom McCarthy. D’altronde la storia degli abusi dei preti della chiesa di Boston e quelli del potente produttore hollywoodiano dietro la Miramax sono storie che hanno impostazioni simili. La tematica comune è un abuso di potere perpetuato ai danni di persone che hanno difficoltà a parlare pubblicamente di quanto loro successo. Il giornalismo investigativo diventa la leva grazie a cui si riesce a superare, collettivamente, il muro del silenzio, facendo molto più di una semplice sintesi di quanto avvenuto. Il reportage, come genere giornalistico, permette ai giornalisti, ai loro lettori e poi al pubblico in sala di capire le logiche per cui queste violenze sono dette “sistemiche”. C’è appunto un sistema di potere che le rende perpetrabili all’infinito, almeno finché non si rompe il muro del silenzio.

A differenza di Il caso Spotlight però, Anche io prende alcune decisioni discutibili e finisce per essere un film non pienamente riuscito:

  • La storia vera di Anche io
  • La trama di Anche io
  • Fiction o documentario? Anche io fa scelte confuse
  • Anche io è un film poco riuscito

Anche io: la storia vera dello scandalo Harvey Weinstein

Anche io non è il primo film che affronti uno scandalo collegato al #MeToo, ovvero al gigantesco, inarrestabile movimento di denuncia di abusi sessuali ai danni delle donne nato nel 2016. Non è neppure il primo che lo faccia all’interno nel mondo giornalistico. Ci aveva già pensato Bombshell - La voce dello scandalo a raccontare le incredibili denunce emerse da un gruppo di coraggiose giornaliste all’interno dell’emittente pro-Trump FOX News.

Anche io si concentra invece sul reportage del New York Times che diede il via a quel fenomeno globale di denuncia. Nel 2016 infatti due giornaliste della testata lavorarono a un lungo servizio inchiesta che fece emergere la condotta disdicevole dell’allora potentissimo produttore a capo della Mixamax: Harvey Weinstein. Dagli anni ‘90 in poi Weinstein è stato uno dei più potenti produttori hollywoodiani, capace di dare visibilità e popolarità al cinema indipendente e trasformando un piccolo studio come la Miramax in una superpotenza hollywoodiana.

Anche io è basato sul romanzo di una delle due giornalisti che lavorarono a quel reportage. Megan Twohey e Jodi Kantor sono le protagoniste di un film che punta a raccontare il lavoro giornalistico dietro lo scandalo, ovvero come le due abbiano intuito il “sistema” dietro le voci di abusi del capo della Miramax e abbiano lavorato per mesi per ottenere le prove degli accordi di riservatezza con cui le vittime erano state messe a tacere, convincendo alcune di loro a parlare.

La trama di Anche io

La protagonista del film, ambientato all’inizio della presidenza Trump, è Jodi Kantor (Zoe Kazan). Alla giovane donna, madre di due bambine, viene assegnato il compito di capire se le voci di molestie a Hollywood siano fondate e se è possibile realizzare un’inchiesta a riguardo. Qualcuno infatti ha già parlato: le attrici Rose McGowan e Ashley Judd si sono pronunciare pubblicamente. La prima sta scrivendo un libro contro Weinstein, ma essendo la loro carriera in declino, non vengono prese sul serio.

Jodi s’imbatte ben presto in un muro di silenzio e paura che le fa intuire che c’è una storia da raccontare. Con l’aiuto della collega Megan Twohey (Carey Mulligan) lavorerà per mesi all’inchiesta. Anche io racconta come la stessa impatti sul lavoro e le vite private delle due, intrecciandosi con le storie dolorose delle fonti che Megan e Jodi riescono a far parlare.

Fiction o documentario? Anche io è uno strano film

Anche io è un film che merita attenzione per la storia che racconta, ma il come lo faccia lo rende un prodotto molto peculiare e, in ultima analisi, depotenziato rispetto al film che avrebbe potuto essere. Come molti titoli tratti da vere storie visti di recente al cinema, Anche io ha un problema di fondo: vuole raccontare dei fatti così recenti che il pubblico ne ha ancora chiara memoria. Lo scandalo Weinstein e il #MeToo sono due fenomeni che è difficile definire come “storici”, perché le loro conseguenze sono ancora in corso d’evoluzione. A cinque anni da quell’incredibile scandalo, non sappiamo ancora se gli effetti del #MeToo saranno duraturi. Abbiamo solo la condanna giudiziaria di Weinstein come punto fermo.

Uno dei trend di questo secolo è l’accelerazione delle finestre di tempo necessarie a “digerire” un fatto e renderlo papabile a una narrazione fittizia. Solo 10 anni fa sarebbe stato impensabile girare un film su questo tipo di eventi a soli 5 anni dal loro accadimento, a bocce ancora non ferme. Oggi invece è una prassi ricorrente, ma non esente da problemi.

Come altri film di questo genere (penso per esempio ai tanti lungometraggi dedicati a Snowden e allo scandalo WikiLeaks) Anche io non può valutare quanto avvenuto da una prospettiva storica e quindi può solo tentare d’indovinare quale sarà il giudizio che la Storia darà su quanto successo da 20, 50 o 100 anni. Non sappiamo oggi se questo scandalo sarà considerato epocale come lo è nel 2022, perché non sappiamo quale impatto duraturo avrà. Anche io decide di considerarlo il punto di partenza di qualcosa di irreversibile. Da spettatori però è difficile aderire al suo punto di vista, perché semplicemente siamo troppo vicini all’oggetto d’indagine per darne una valutazione.

Un altro problema che il film incontra è come incorporare le testimonianze delle star che furono protagoniste di quello scandalo, evitando ripercussioni legali. Ne esce fuori uno strano ibrido in cui alcune star ci mettono la faccia e interpretano sé stesse in quella che sembra quasi una ricostruzione degli eventi - vedi Ashley Judd, l’eroina del film - altre appaiono solo come una voce al telefono (Gwyneth Paltrow), altre ancora costringono il film a immensi giri di parole per poterle rendere partecipi in maniera terza, aleatoria. Ci sono vittime interpretate da attrici (vedi la fantastica Samantha Morton nei panni di Zelda Perkins in uno dei passaggi più forti del film), star che interpretano sé stesse e fantasmi che hanno un ruolo centrale ma vengono solo nominati con cautela.

La domanda che presto ci si pone è perché si sia sentito il bisogno di realizzare un film romanzato quando palesemente questa è materia per un documentario. Lì le testimonianze dirette sarebbero state più potenti ed efficaci, quelle indirette avrebbero tolto la sceneggiatura d’impiccio dal dover parlare di alcune protagoniste che evidentemente col progetto di Anche io non volevano avere a che fare e non ci sarebbe stata questa continua, ambigua confusione tra realtà e finzione.

La risposta sta forse nella palatabilità di un film del genere nella stagione dei premi: Anche io infatti usa la sua drammatica storia per fornire una scena alle sue due capaci protagoniste. Ci si è addirittura scomodati a arruolare la regista austriaca Maria Schrader; un po’ per la necessità di avere una donna a dirigere questa storia, un po’ perché nel cinema autoriale di casa sua Schrader si è imposta con il suo stile rigoroso, accorto, potente.

Anche io è un film poco riuscito

Ancora una volta quindi un nome importante europeo viene chiamato da Hollywood per dare pregio a un progetto di risulta, che sfrutta una storia famosa nella speranza di replicare il successo di un titolo precedente, ricalcandone la struttura e i temi. Anche io però manca del tutto della forza narrativa di Spotlight.

È un film indeciso sul suo focus narrativo (le vittime o l’inchiesta giornalista?), incapace di andare oltre lo stereotipo nel raccontare la vita di due donne e madri con un lavoro impegnativo, che mette in crisi il loro equilibrio domestico e mentale. Anche io sa di giocare con temi delicatissimi, per cui sceglie una rappresentazione manichea della realtà. Ne è un esempio la scena sconfortante in cui un uomo tenta di abbordare Meghan in un bar e questa gli urla in faccia. Un tentativo maldestro e superficialissimo di “mostrare” quanto la società stessa dia per scontata la disponibilità perenne delle donne ad essere oggetti sessuali.

Anche io ha come pregio quello di raccontare una storia su cui non si riflette mai abbastanza, ovvero quella di abusi perpetuati a danni di donne famose, bellissime e potenti, calate però in un sistema di potere che le “silenzia” come tutte le altre nel mondo subiscano violenze simili.

Data di uscita: febbraio

5

Voto

Redazione

Anche io, recensione: lo scandalo di Harvey Weinstein diventa un compitino

Anche io, recensione: lo scandalo di Harvey Weinstein diventa un compitino

Una storia importante non basta a rendere Anche io un film riuscito, anzi: film superficiali e poco incisivi come questo rischiano di depotenziare l’eredità importantissima di quell’inchiesta e quello scandalo.