L’Anno dello Scarabeo e l’architettura del Core Set 2026: come Blizzard riscrive Hearthstone

Dalla rotazione agli aggiustamenti, fino all’identità delle classi: perché il 2026 non è un reset “pulito”, ma un test strutturale sul meta e sulle sue risorse di base.

L'Anno dello Scarabeo e l'architettura del Core Set 2026: come Blizzard riscrive Hearthstone

Nel panorama dei collectible card games digitali esiste un passaggio ricorrente in cui la retorica dell’“avventura” retrocede e la discussione torna, inevitabilmente, alle condizioni di funzionamento del sistema. Per Hearthstone questo passaggio coincide con l’avvio del nuovo anno di gioco, l’Anno dello Scarabeo, scandito da un rituale comunicativo che Blizzard ripete con regolarità quasi istituzionale. Sarebbe però riduttivo interpretarlo come semplice liturgia di calendario o come cambio di scenografia: ciò che cambia, qui, non è l’immaginario, bensì l’architettura del formato Standard, ossia l’insieme delle regole implicite che definiscono cosa sia “normale” e dunque praticabile in ladder. Il fulcro della transizione è il Core Set 2026, che non viene più trattato come un repertorio statico, alla maniera dei vecchi set Base e Classico, ma come un framework deliberatamente variabile, progettato per ridefinire il perimetro delle possibilità.

Il principio che regge questa impostazione è la “stabilità programmata”. Va detto: per i veterani, la dismissione delle vecchie glorie è ormai un fatto metabolizzato; tuttavia, per chi rientra oggi, comprenderne la logica è una condizione preliminare per leggere correttamente lo Standard. Il Core Set, infatti, non è una collezione permanente, è un prestito annuale: Blizzard decide quali strumenti rendere disponibili a tutti, gratuitamente, così da fissare una base comune su cui le espansioni dell’anno possono innestarsi. Quando l’Anno dello Scarabeo entrerà in vigore, la collezione subirà un riallineamento automatico: carte escono, carte entrano, spesso senza frizioni meccaniche immediate, ma con conseguenze nette sul deckbuilding. È qui che l’apparente neutralità del Core si rivela per ciò che è: un dispositivo di accessibilità, certo, ma anche un regolatore dell’ecosistema competitivo, perché stabilisce quali categorie di strumenti sono “di base” e, di conseguenza, quali linee di gioco hanno probabilità di diventare dominanti.

L’Anno dello Scarabeo e l’architettura del Core Set 2026: come Blizzard riscrive Hearthstone

Aggiustamenti del Core Set 2026: nerf, buff e nuove regole dello Standard

Se la rotazione In/Out è la facciata visibile del cambiamento, la sezione degli aggiustamenti ne costituisce il vero motore: non si limita a sostituire carte, ma interviene sul loro significato funzionale. Una carta che esce dal Core modifica la disponibilità di una risorsa; una carta “aggiustata” ne modifica la funzione. È a questo livello che la discussione smette di essere narrativa e diventa ingegneria del turno: spostare una rimozione da 2 a 3 mana, oppure ritoccare la statline di un servitore insieme al suo testo, non equivale a un semplice “ritocco”, ma a una riscrittura dei breakpoint, ossia le soglie implicite con cui i giocatori stimano rischio, tempo e sopravvivenza. La conseguenza più concreta è la ricalibrazione della memoria operativa del meta: ciò che ieri era “sostenibile” perché l’avversario aveva solo X mana, domani può diventare improvvisamente un azzardo.

La cosiddetta “politica della sottrazione” è l’elemento che genera più attrito nella percezione collettiva, perché la sensazione di perdita supera quasi sempre il valore numerico delle carte rimosse. Il motivo è strutturale: il Core ospita spesso soluzioni universali, cioè quei pezzi che tappano i buchi dei mazzi meno ottimizzati e riducono l’asimmetria tra competenza e collezione. Rimuoverli significa costringere il giocatore a cercare alternative nelle espansioni, aumentando la specializzazione richiesta e, non secondariamente, la dipendenza dalla collezione. Tuttavia, Blizzard utilizza questa sottrazione come pulizia tecnica: eliminare strumenti troppo versatili serve a ridare identità alle classi. Se ogni classe accede a una rimozione “perfetta”, le differenze tra un Mago e un Cacciatore di Demoni tendono a collassare in una medesima idea di efficienza neutrale. Lo Scarabeo tenta di invertire la deriva, accettando il rischio di una percezione di “indebolimento” pur di recuperare una specificità tattica più leggibile.

In questo quadro, il ruolo degli allegati ufficiali diventa centrale: le liste graphic e text-only fornite da Blizzard non sono meri elenchi, ma mappe di navigazione del progetto di bilanciamento. Analizzare gli aggiustamenti significa ricostruire dove il team ha individuato frizioni meccaniche e quali assi intende stabilizzare. Un buff nel Core segnala spesso che l’espansione in arrivo richiederà quel tipo di supporto per funzionare; un nerf preventivo, invece, mira a evitare che nuove sinergie diventino oppressive dal primo giorno. Ne risulta una dinamica di pesi e contrappesi in cui il Core Set agisce da ammortizzatore. L’Anno dello Scarabeo, in definitiva, ribadisce un principio spesso ignorato quando si invoca la “stabilità”: in Hearthstone nulla è scolpito nella pietra, perché la stabilità è una variabile di sistema, programmata e manipolata per mantenere il gioco in uno stato di metamorfosi permanente.

Core Set 2026: come cambia l’identità delle classi nell’Anno dello Scarabeo

Se il Core 2026 è davvero il framework dello Scarabeo, la sua tesi più verificabile non è “più novità”, bensì più vincoli, e dunque più identità: ogni classe viene spinta a selezionare una grammatica principale invece di appoggiarsi a un repertorio di tool universali, con un effetto collaterale inevitabile, la polarizzazione dei matchup, perché quando le identità diventano più nette anche i punti ciechi diventano più leggibili.

Lo Sciamano, per esempio, viene orientato verso un modello board-to-spell in cui la board non è soltanto presenza ma generatore di risorse, e Rehgar Earthfury rende questa traiettoria concreta imponendo l’adiacenza come variabile di gioco: il payoff non è solo “più value”, ma una diversa gestione dei turni, in cui sequenza di schieramento, ordine degli attacchi e trade diventano parte della win condition, con il rischio strutturale che un meta saturo di full control o di rimozioni ripetute lasci l’engine senza carburante e lo riduca a gesto isolato, soprattutto se mancano strumenti per ripopolare la board o proteggere i pezzi chiave. Il Demon Hunter, al contrario, tenta di uscire dall’oscillazione tra iper-aggro e combo spostandosi verso un’ipotesi Big Demon, e Tichondrius apre la porta allo swing turn protetto (immunità temporanea più costo zero del demone successivo), ma qui la valutazione non è morale, è di curva e accesso: un archetipo “big” vive di densità di minacce, ridondanza e capacità di trovarle in tempo, quindi senza un pacchetto di demoni “di peso” e senza strumenti di ricerca coerenti la carta rischia di restare una promessa, mentre se il supporto arriva l’effetto collaterale è un meta più “a spike”, dove alcuni turni diventano finestre di potere difficili da contestare senza risposte immediate.

Il Druido prova invece a respirare oltre il ramp come identità esclusiva puntando su una resilienza di board che Ulfar formalizza con una seconda vita distribuita ai servitori, spostando il gioco verso una pressione a strati in cui le AoE non svuotano ma trasformano, e proprio per questo il punto di rottura è duplice, senza board Ulfar è vuoto e senza un ritmo sufficiente la resilienza diventa lentezza contro aggro rifiniti, inoltre la linea “conseguenze” funziona solo se il Druid può costruire board prima dei clear avversari e non dopo, altrimenti il payoff arriva quando la partita è già decisa. Sul Sacerdote il Core compie un gesto quasi restaurativo, perché Calia Menethil riporta al centro un late game leggibile, il “grande ritorno” attraverso un resurrect mirato sul costo più alto, e il dettaglio importante è che la meccanica, così impostata, premia la gestione del cimitero e del pacing, cioè la capacità di decidere quale minaccia far morire per prima e quando esporsi, mentre obbliga gli avversari a ragionare in termini di denial e gestione delle finestre, evitando di “regalare” un target perfetto.

Infine il Cavaliere della Morte appare meno “da highlight” e più da architettura, perché il suo equilibrio resta vincolato a rune, controllo della board e flessibilità delle risorse, e in questa zona il Core deve evitare l’errore più pericoloso, non l’assenza di una leggendaria che “rompe”, ma un pacchetto di strumenti che renda una specializzazione inevitabilmente dominante e trasformi il DK nel regolatore della ladder, definendo quanta aria resta ai mazzi basati su board piccola e quanto sia punibile, o meno, il gioco basato su pressione continua; in termini sistemici, questa specializzazione più rigida ha anche una ricaduta “economica” sullo Standard, perché più le identità dipendono da tool specifici e da payoff mirati, più aumenta il peso della prima espansione nel rendere queste linee realmente praticabili e non soltanto concettualmente eleganti.

Quali saranno gli effetti sistemici del Core Set sul meta?

Quando si conclude l’analisi delle singole componenti, resta da valutare l’effetto d’insieme: il Core Set 2026 non opera come una somma di carte, ma come un ecosistema interconnesso che riscrive lo Standard prima ancora che la prima espansione inizi a definire gerarchie stabili. Il primo shock è la finestra di volatilità, cioè il tratto immediatamente successivo alla rotazione in cui il pool si riduce, le “soluzioni default” delle vecchie espansioni scompaiono e il Core si riallinea, producendo un ambiente ad alta sperimentazione ma anche ad alta fragilità, perché poche scelte di design possono amplificarsi in ladder con velocità sproporzionata. In termini operativi, è la fase in cui vincono più spesso le linee che richiedono meno pezzi “perfetti” e puniscono più in fretta gli errori di pacing. Va detto: questa instabilità è fisiologica; tuttavia, a dispetto della retorica del “nuovo inizio”, il suo esito dipende da un asse molto concreto, la qualità delle risposte disponibili rispetto alle minacce più efficienti. Se il Core 2026 ha sottratto troppe rimozioni universali o strumenti di stabilizzazione rapida, i mazzi Aggro ottengono un vantaggio strutturale nelle prime settimane, non per superiorità intrinseca ma perché il formato, compresso, punisce chi impiega turni a “mettere insieme i pezzi”; se invece il Core e i suoi aggiustamenti hanno potenziato in modo significativo cure, strumenti difensivi e opzioni di recupero, il rischio è un meta di attrito, in cui le partite si allungano e la differenza la fanno pacchetti di risorse capaci di sostenere più ondate, non necessariamente le linee più inventive.

Il successo del Core Set 2026 si misura quindi dal baseline delle risorse, ossia dal minimo sindacale che rende un mazzo competitivo prima ancora che “ottimale”: removal per non collassare contro board aggressive, reach per chiudere quando la finestra si apre, healing per ribaltare una race, e una struttura di risorse che non si esaurisca quando il midgame diventa un muro. È su questo baseline che gli adjustments assumono il ruolo di vero motore della riforma: modificando costo in mana, efficacia e breakpoint delle carte “fondative”, Blizzard decide preventivamente quali archetipi saranno realmente viabili e quali resteranno esperimenti confinati ai rank bassi, perché privi delle risposte minime. In definitiva, l’Anno dello Scarabeo consegna un Hearthstone che tenta di ritrovarsi attraverso sottrazione e riscrittura: il Core 2026 non promette rivoluzioni immediate, ma stabilisce regole d’ingaggio per l’intero anno, e la prova del nove non sarà la lista in sé, bensì la capacità di queste fondamenta di reggere l’urto delle strategie introdotte dalla prima espansione, senza trasformare l’idea di accessibilità del Core in un attrito sistemico. Perché, come insegna la logica stessa del Core, l’unica costante è il cambiamento programmato.

Hearthstone: Heroes of Warcraft
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Hearthstone: Heroes of Warcraft

Lo speciale interpreta l’Anno dello Scarabeo come intervento strutturale sullo Standard: il Core Set 2026 definisce un framework e un baseline di risorse che rende alcuni archetipi praticabili e altri marginali. Gli adjustments (nerf e buff) riscrivono i breakpoint e obbligano a ricalibrare curve e decisioni oltre la logica In/Out. Le classi emergono più specializzate, con payoff più chiari e punti ciechi più punibili. Quali risposte “di base” mancano oggi al formato? Quali identità di classe diventano un vantaggio, e quali un vincolo? E nella finestra post rotazione, chi guadagna davvero: l’Aggro efficiente o il Control che regge l’attrito?

 

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