Gli Oscar possono fare la differenza? Sì, anche per film che ancora non esistono, come prova The History of Sound

Dopo molti anni di tentativi vani, Oliver Hermanus è riuscito a produrre il suo film grazie al fatto che uno degli interpreti ha avuto una candidatura.

di Elisa Giudici

Trovare un’idea, adattarla in una sceneggiatura e mettere insieme cast e location sono solo una parte del processo di pre-produzione che porta alla realizzazione di un film. Il passaggio cruciale, quello spesso più critico, è trovare i soldi necessari per girare. Lo sa Oliver Hermanus, regista del dramma musicale The History of Sound, in uscita questa settimana in Italia. Una pellicola a cui ha cominciato a lavorare poco prima della pandemia, dopo essersi innamorato di un racconto che stava leggendo durante un volo aereo.

Nel 2020, dopo averlo trasformato insieme al suo scrittore in una sceneggiatura durante il lockdown, Hermanus ha convinto due star allora ancora in ascesa come Paul Mescal e Josh O’Connor a interpretarne i protagonisti Lionel e David; due studenti del conservatorio di Boston che nel 1917 intraprendono un viaggio per raccogliere e preservare la musica locale statunitense dell’epoca, con un’invenzione messa a punto da Edison che, di fatto, sancirà l’inizio dell’industria musicale.

The History of Sound ha dovuto però attendere per anni il momento giusto per venire realizzato. Sono rimasti fedeli al progetto entrambi i protagonisti, oltre ovviamente a Hermanus e allo scrittore Ben Shattuck, autore del racconto originale. A sbloccare la situazione è stata la candidatura all’Oscar di Paul Mescal per un altro film. Mentre l’industria cinematografica statunitense lo scopriva grazie all’intensa performance in Aftersun, gli investitori hanno cominciato a credere a un progetto che lo vedeva come co-protagonista, delineando una profonda relazione con Josh O’Connor, così come mi ha raccontato Hermanus in una lunga chiacchierata via Zoom che abbiamo avuto qualche mese fa, in attesa che il film, presentato in concorso al Festival di Cannes, arrivasse anche in Italia.

Hai raccontato di aver letto il racconto originale su un aereo e di aver subito sentito l’urgenza di adattarlo. Cosa ti ha colpito così tanto?
Oliver Hermanus – Ha avuto molto a che fare con il contesto in cui l’ho letto. Avevo appena finito un film sull’esercito in Sudafrica, piuttosto aggressivo e incentrato sulla mascolinità tossica. Leggere questa storia mentre stavo promuovendo quel film è stato come incontrarne l’opposto: qualcosa di bello, caloroso, intelligente e molto essenziale nella sua costruzione. Ho subito desiderato vederlo come film, e quel desiderio si è trasformato immediatamente nella volontà di realizzarlo io stesso.

Hai sviluppato la sceneggiatura durante la pandemia, lavorando a distanza con lo scrittore Ben Shattuck. Pensi che quel periodo abbia influenzato il film finale?
Oliver Hermanus – La cosa interessante è che io e Ben non ci eravamo mai incontrati di persona. Ci siamo conosciuti esclusivamente attraverso il suo materiale, ed era anche la sua prima volta come sceneggiatore. Il lockdown significava avere pochissime distrazioni: eravamo in paesi diversi, fusi orari diversi, ma completamente immersi nel lavoro. È diventata quasi una lezione: se ti chiudi da qualche parte con una sceneggiatura per sei mesi, probabilmente lavori di più, pensi più a fondo e resti più concentrato. Quell’intensità ci ha permesso di vivere la storia in modo molto più immediato.

Paul Mescal e Josh O’Connor sono stati coinvolti fin dall’inizio, anche mentre il finanziamento del progetto si rivelava complicato. Cosa ha significato per te la loro fedeltà al film?
Oliver Hermanus – Sono stato incredibilmente fortunato che sia Paul che Josh siano rimasti legati al progetto per anni. È una vera testimonianza di quanto gli attori reagiscano al materiale: se amano i personaggi e le parole che devono dire, difficilmente qualcosa li fermerà dal voler far parte del film. La sceneggiatura è stata scritta molto velocemente, ma il finanziamento ha richiesto molto più tempo. Poi, quando Paul è stato candidato all’Oscar come miglior attore perAftersun ed eravamo agli Oscar, abbiamo percepito un cambiamento: improvvisamente molte persone erano interessate a finanziare The History of Sound. Da lì in poi, tutto è accaduto molto rapidamente.

Il fonografo a cilindro di cera è al centro del film. Come lo hai affrontato sia dal punto di vista tematico che pratico?
Oliver Hermanus – Secondo gli standard di oggi, questi strumenti sono estremamente fragili—siamo abituati a materiali resistenti come quelli degli smartphone. Noi però abbiamo trovato e utilizzato veri fonografi, anzi ne abbiamo acquistati due, e abbiamo dovuto imparare a usarli. Io per primo ho dovuto capirli bene, così da poter spiegare agli attori come funzionavano. È straordinario quanto sia semplice il principio: lo carichi, incide la cera mentre parli nel grande microfono, e poi puoi cambiare la puntina dalla modalità di incisione a quella di riproduzione. È incredibile che abbia funzionato fin dalla prima volta, quando Edison lo ha inventato. Lui pensava che sarebbe servito solo per registrare i testamenti delle persone—non avrebbe mai immaginato che da lì sarebbe nata l’intera industria musicale. A livello tematico, rappresenta la memoria: l’idea che qualcosa di effimero come il suono possa essere conservato.


Il film attraversa diversi luoghi e paesaggi. Come hai affrontato la ricostruzione storica?
Oliver Hermanus – È un film profondamente legato al paesaggio: gran parte si svolge all’aperto, i personaggi camminano continuamente. Per alcune sequenze siamo dovuti andare in Italia, perché non era possibile ricreare quell’ambiente altrove. Fare cinema implica sempre una certa dose di illusione: stai costantemente costruendo luoghi a partire da altri luoghi. È una parte del processo che mi piace molto—questa sorta di “caccia al tesoro” nel trovare ambientazioni che possano sostituirne altre. A volte girare nel luogo reale può persino essere limitante, perché non corrisponde a come lo avevi immaginato. Preferisco la sfida creativa di costruire quel mondo attraverso scelte di inquadratura, stagione e prospettiva.

Si tratta di una storia d’amore queer che non mette al centro la repressione sociale. Come ti collochi rispetto a questa tradizione?
Oliver Hermanus – Molti film queer—compresi alcuni che ho realizzato io—ruotano attorno alla difficoltà della relazione, al fatto che la società o il contesto storico rendano quell’amore impossibile. Quella tensione diventa il cuore della storia. Io volevo allontanarmi da questo schema. In questo film, il problema non è che questi due uomini non possano stare insieme perché sono uomini: è che danno per scontato che ci sarà sempre altro tempo, altre possibilità, altre persone. È un’esperienza molto universale. Alla fine, la consapevolezza è che quel primo legame era il più significativo. Quindi sì, è una storia queer, ma il suo nucleo emotivo riguarda qualcosa di più ampio: il modo in cui tendiamo a dare l’amore per scontato.

La musica ha un ruolo centrale nel film, con una forte presenza di brani folk. Come hai lavorato su questo elemento?
Oliver Hermanus – La musica è sempre stata pensata come un altro personaggio del film. Abbiamo continuato a rivedere e cambiare le nostre scelte fino al momento delle riprese. Volevo che ogni canzone fosse una storia a sé—una ballata su amore, perdita, famiglia o lutto. In questo senso, il film stesso funziona come una canzone: racconta la storia di questi due uomini. L’idea era completare questo cerchio—la musica come forma di narrazione, e la narrazione come qualcosa che attraversa le generazioni. Queste canzoni, tramandate nel tempo, continuano a raccontare le stesse esperienze fondamentali della vita e dell’amore.