The Testaments: la distopia di The Handmaid's Tale non è ancora finita
Sequel di The Handmaid's Tale, la serie è sbarcata nel catalogo di Disney+ con i suoi primi tre episodi: scopriamo di più su questo ritorno a Gilead.
Agnes MacKenzie è figlia di un Comandante di rango, privilegiata per nascita e status, cresciuta nelle sale ordinate della scuola preparatoria gestita da Zia Lydia. La ragazza ha quasi tutto ciò che a Gilead è considerato desiderabile: una famiglia, una posizione, la prospettiva di un buon matrimonio. L'unica cosa che le manca è naturalmente la possibilità di scegliere per conto proprio. Agnes è una cosiddetta Prugna, per via del colore dell'abito che indossa che la identifica anche per grado.
In The Testaments ben presto le viene affiancata la coetanea Daisy, una Pearl Girl - termine con il quale il regime indica le giovani provenienti dall'esterno e convertitesi alla causa - che porta con sé una storia di perdita e un'inquietudine che non riesce a soffocare del tutto. L'incontro tra le due potrebbe innescare una serie di eventi inattesi che potrebbero cambiare per sempre quel microcosmo ambiguo e crudele.
Chi non muore si rivede
Una domanda potenzialmente spigolosa aleggia sull'intera operazione ancor prima che l'episodio aprente la stagione abbia inizio: era davvero necessario ritornare a Gilead? La risposta, a conti fatti, è più negativa che positiva, almeno a giudicare da quanto visto nelle tre puntate distribuite inizialmente su Disney+ nella giornata di mercoledì 8 aprile. Ci troviamo infatti davanti ad una serie sequel che decide di portare avanti un materiale letterario straordinario, che ha segnato la serialità moderna quale The Handmaid's Tale.
Anche in questo caso alla base vi è il romanzo di Margaret Atwood, che come risposta alle pressioni del suo stesso pubblico ha continuato personalmente su carta quella saga che così tanta fortuna le ha dato. Anni dopo la conclusione della suddetta eccoci a fare i conti con un nuovo punto di vista, lo sguardo di chi in quel sistema di rigidissime regole è cresciuta direttamente, ritenendolo l'unico tipo di società possibile, almeno fino a quando - complice la pubertà - non ci si comincia ad accorgere che qualcosa che non torna.
La scelta del produttore Bruce Miller di trasformare The Testaments in una sorta di teen-drama a sfondo distopico è tanto rischiosa quanto, nei momenti migliori, ipoteticamente azzeccata e carica di sfumature sull'adolescenza, periodo quanto mai complicato già in un contesto normale. Le logiche interne della scuola di Zia Lydia, con le gerarchie e antipatie tra le compagne, i segreti sussurrati nei corridoi e la scoperta della sessualità, funzionano come meccanismo narrativo capace di rendere accessibile una violenza sistemica che qui non è mai esplicita ma finisce per permeare sottotraccia ogni singolo gesto o parola. Il regime nei primi tre episodi non mostra il suo volto più brutale, quello a cui The Handmaid's Tale aveva abituato lo spettatore: qui il terrore è quasi decorativo, ma pronto a esplodere come ben dimostra una scena chiave, pur lasciante la violenza pura fuori campo.
Richiami e novità
Dove la serie si affaccia con soggezione, cercando di andare sul sicuro strizzando l'occhio ai fan della serie madre, è nell'ansia di rimandare continuamente proprio ad essa. I riferimenti a eventi già ampiamente esplorati nelle stagioni precedenti abbondano, con la sensazione di una sceneggiatura che non riesce a decidere se stia parlando ai cultori della prima ora o cercando di allargare il proprio bacino d'utenza. Esplicativo è il costante voice-over che ci introduce al background, pensato per un pubblico di neofiti pronti a immergersi per la prima volta in questa realtà distopica dalle derive fortemente inquietanti. La macchina narrativa, pur solida per via delle fondamenta su cui poggia, gira almeno per il momento a livelli più bassi del previsto.
A salvare in parte la situazione è il cast, tra vecchi e graditi ritorni e new-entry di lusso. Chase Infiniti, candidata all'Oscar per la sua interpretazione in Una battaglia dopo l'altra (2025), buca nuovamente lo schermo e conferma di avere la rara capacità di comunicare il suo conflitto interiore solo tramite l'espressività. Non le è da meno Lucy Halliday, cui tocca un personaggio più ricco di spunti anche per via dei flashback che ci mostrano il suo effettivo percorso prima di arrivare dove si trova ora. Ritroviamo poi Ann Dowd, che porta Zia Lydia in un territorio nuovo rispetto all'originale e ovviamente Elisabeth Moss, che non poteva mancare nei panni ormai iconici di June Osborne.
Tre episodi non bastano per dare un verdetto definitivo su The Testaments, che con dieci puntate totali ha davanti a sé lo spazio di manovra necessario per crescere e sorprendere. Ciò che emerge da questo avvio è una serie carica di potenzialità ma attualmente troppo timida, faticante a trovare la propria voce distinta rispetto all'opera originaria.