Gli esploratori esistono ancora: intervista con Steve Boyes, il protagonista del nuovo documentario di Werners Herzog
Il protagonista del documentario Ghost Elephants racconta la sua ricerca tra gli altipiani dell’Angola, dove una misteriosa popolazione di elefanti potrebbe nascondersi nelle foreste più remote.
Quando appare in webcam, il cappello alla Indiana Jones ancora calato sulla testa e l'aria di chi è pronto a salire su una jeep ed esplorare la savana, Steve Boyes da quasi l'impressione di un personaggio uscito da un film. Invece non solo è uno dei più autorevoli esploratori e scienziati oggi in attività, ma ha al suo attivo una serie impressionante di scoperte naturistiche riguardanti la geografia del nostro pianeta e la fauna che lo abita.
Era probabilmente destino che il suo sentiero incrociasse quello del regista documentarista Werner Herzog, curioso di tutto e narratore di luoghi diversissimi tra loro sul pianeta, che negli anni ha raccontato Internet come l'Antartide, con la stessa inconfondibile voce e la capacità di guardare oltre l'ovvio. Ghost Elephants infatti è un documentario incentrato su una specie animale che nessun uomo ha mai visto: quella di alcuni giganteschi pachidermi mai avvistati prima che Boyes è convinto vivano nelle più remote regioni dell'Angola. Per trovarli la tecnologia non basta: serve l'aiuto dei master tracker, cercatori indigeni di tracce in grado di seguire gli animali e di comprenderne la psicologia.
Ghost Elephants è dunque la ricerca di una specie così misteriosa che non è nemmeno sicuro esista da parte di un esploratore che negli anni ha visto scomparire non solo parte della biodiversità del nostro pianeta, ma anche e proprio quella cultura indigena che considera patrimonio del suo continente e la cui estinzione porterà a conseguenze difficilmente quantificabili e immaginabili.
Intervista a Steve Boyes: esploratore, scienziato e amico di Werner Herzog
Perché nel XXI secolo abbiamo ancora bisogno di esploratori e scienziati come lei?
Credo che il XXI secolo sia il secolo più importante per l’esplorazione. Non parlo di andare su Marte: parlo della Terra. Se guardiamo a ciò che facciamo in Ghost Elephants, per esempio il lavoro sul DNA, vediamo quanto siano cambiate le cose. Parte di questa tecnologia viene persino dalla pandemia di COVID. Usiamo i tamponi sviluppati per il COVID e possiamo tamponare gli escrementi di qualsiasi animale e ottenere una risoluzione completa del suo genoma. Qualcosa che solo dieci anni fa, per il genoma umano, ha richiesto anni e due miliardi oggi costa poche centinaia di dollari e richiede circa tre ore di lavoro in loco.
Il mio compito è lavorare per gli scienziati del futuro raccogliendo campioni in luoghi remoti, imparando da quei campioni: oggi la nostra capacità di farlo è molto più avanzata di quanto potessimo immaginare dieci o vent’anni fa. In Africa, quando mi concentro sull’esplorazione delle sorgenti dei grandi fiumi africani, nei bacini idrografici dell’Oceano Indiano (quella che chiamiamo la grande spina dorsale dell’Africa) incontriamo paesaggi straordinari.
Di cosa si è occupato di recente, a parte gli elefanti?
Sono appena tornato dalla sorgente del Nilo in Rwanda. Sono luoghi in cui si trovano comunità che vivono ancora molto vicine alla lingua, alla cultura e alla tradizione indigene profondamente connesse a quei territori. Per loro quei luoghi sono sacri. Negli ultimi tre anni, per esempio, siamo riusciti a documentare la vera sorgente dello Zambesi, riscrivendo la storia. Lo Zambesi è il fiume più selvaggio dell’Africa: lì si trovano le più grandi cascate del mondo, le Victoria Falls. Sono andato anche in Sud Sudan facendo rilevazioni aeree con piccoli aerei ad ala fissa dotati di telecamere con intelligenza artificiale sulle ali e contatori fisici che registrano gli animali mentre sorvoliamo le aree. Così abbiamo scoperto la più grande migrazione animale del pianeta, di cui nessuno sapeva nulla: sei milioni di animali nelle pianure alluvionali del Nilo Bianco, mai documentati prima. Negli altipiani dell’Angola, dove si trovano gli elefanti fantasma, abbiamo individuato ventisei laghi sorgente acidi che non erano mai stati identificati. Abbiamo anche scoperto la seconda più grande torbiera mai registrata. Le torbiere sono queste paludi organiche che funzionano come una spugna: trattengono molta acqua e poi la rilasciano nei fiumi, rendendoli più resilienti ai cambiamenti climatici. Non sapevamo che esistessero prima di andare lì. Abbiamo anche trovato una nuova torbiera in Rwanda che i modelli ci dicevano dovesse esserci, ma che non era mai stata documentata. Ora lo abbiamo fatto.
Essere un esploratore nel XXI secolo significa questo. E non sto parlando di Marte o degli abissi oceanici che non abbiamo ancora esplorato davvero: parlo del nostro giardino, dei campioni di suolo presi nel giardino di casa, del fiume che scorre poco più in là, della foresta dietro casa. Non sappiamo davvero cosa ci sia lì dentro. E le nuove tecnologie stanno rivelando proprio questo.
Come è nato l’incontro con Werner Herzog e come si è interessato alla tua lunga ricerca dei cosiddetti “elefanti fantasma”?
Siamo diventati amici semplicemente cenando insieme e parlando. All’inizio non parlavamo dei elefanti fantasma: lui stava imparando a conoscere il lavoro che faccio. Poi ho iniziato a raccontargli della ricerca di questa specie. In quel periodo dicevo spesso: abbiamo appena ricevuto le prime fotografie dalle trappole fotografiche, quelle con sensori di movimento e di calore. Avevamo circa centottanta trappole installate e un centinaio di sensori acustici che ascoltavano i suoni degli elefanti. Per molto tempo non abbiamo rilevato nulla.
Poi un giorno stavo guidando a Cape Town e sul telefono sono arrivate tre fotografie. Mi sono fermato sul lato della strada. Erano immagini in bianco e nero che mi hanno riempito di stupore. È stato allora che ho detto a Werner: adesso andremo là e vivremo nelle valli. Nel frattempo avevo iniziato a lavorare con i master trackers e Herzog era molto interessato a questa spedizione. L’ho invitato a raggiungerci in Namibia mentre preparavamo i master trackers per andare in Angola. Da quel momento è stato dentro il progetto.
Ha una visione creativa incrollabile, un’energia che solleva tutto il team. È stata un’esperienza straordinaria vedere il momento in cui il suo interesse si è trasformato in narrazione. Quando è scattato quel passaggio in Werner è stato un momento potente per tutti noi. Abbiamo portato quella stessa energia nei tre o quattro mesi successivi, durante la ricerca intensiva di questi elefanti.
Nel documentario non vediamo solo la perdita di biodiversità, ma anche l’erosione culturale del sapere indigeno. Lei è un forte sostenitore dell’importanza di queste conoscenze. Può spiegare meglio perché sono così importanti?
Nel film vedete un indigeno mentre suona l’arpa. Alla fine scopriamo che è l’ultimo vero guaritore del popolo Ju/’hoansi che pratica la danza dell’elefante, la danza in stato di trance che vedete nel film. Sta cercando di formare la prossima generazione, ma è anziano.
Esistono solo tre master trackers rimasti tra quelli che lavorano con noi, più altri due. In totale sono cinque. I Ju/’hoansi sono circa diecimila persone. Sono tra i primi popoli che hanno abitato la Terra, la nostra connessione genetica più vicina all’origine di tutti gli esseri umani moderni. Stiamo per perdere tutto questo.
Per me quello è il luogo di nascita della religione e della spiritualità, ma anche della scienza: della mente analitica che osserva l’ambiente circostante. In quelle strutture di leadership che adottano ancor oggi si può vedere il potere che l’Africa aveva un tempo. Era un potere che proteggeva il patrimonio naturale tanto quanto quello culturale.
Oggi vediamo tutto questo marginalizzato. Negli ultimi cento anni ho osservato come queste due cose - patrimonio naturale e patrimonio culturale - siano proprio ciò che noi africani moderni stiamo per perdere. Cosa succederà dopo è imprevedibile. Per questo, per quanto possibile, non dobbiamo limitarci a documentare queste realtà solo per ricordarle: dobbiamo proteggerle affinché possano continuare a esistere.
Lei è alla ricerca di una particolare popolazione di elefanti. Ma, considerando la perdita di biodiversità che stiamo vivendo, pensa che un giorno qualcuno potrebbe trovarsi a cercare l’ultimo elefante in assoluto?
In parte sta già accadendo. I rinoceronti stanno scomparendo. Stiamo cercando gli ultimi rinoceronti bianchi settentrionali, gli ultimi rinoceronti neri tra Angola e Botswana.
Non credo che un giorno cercheremo l’ultimo elefante. Perché accada dovrebbe succedere qualcosa di catastrofico alla nostra società. Tra cento anni però probabilmente vivranno in riserve e in aree recintate. Ma gli elefanti fantasma, se quelle foreste resteranno intatte, continueranno a nascondersi lì. Nel film Werner dice una cosa: se arrivassimo al punto in cui restasse un solo elefante e quell’elefante morisse, sarebbe la fine anche per noi. Ha ragione: vorrebbe dire che qualcosa è andato terribilmente storto nel nostro mondo.