Incontro con Meryl Streep, Palma d'oro a Cannes 2024: "Non sono una rockstar" [LIVE]

L'attrice Palma d'Oro a Cannes 2024 racconta una vita di cinema.

Quest'anno il Festival di Cannes ha deciso di omaggiare l'attrice statunitense Meryl Streep, vera leggenda del cinema internazionale, con la Palma d'Oro onoraria. Dopo il toccante discorso della collega Juliette Binoche (che si è commossa più volte ripercorrendo la carriera di Streep) durante la cerimonia d'apertura del Festival di ieri sera, oggi si tiene il tradizionale panel dedicato al vincitore della Palma d'oro d'onore. 

L'incontro si articola in oltre un'ora di colloquio con il pubblico del Festival, per raccontare la propria vita e carriera, tra ricordi e retroscena dei film di una vita.. Saremo presenti per voi in sala. Si comincia alle 14:30, con il sunto delle dichiarazioni di Streep aggiornato live. 

Segui in diretta con noi l'evento. Nell'attesa puoi leggere lo speciale su Meryl Streep.

Meryl Streep si racconta al Festival di Cannes 2024

Ieri hai ricevuto la Palma onoraria e una standing ovation infinita durante la cerimonia d'apertura. Come ti senti? 

Un po' frastornata. Non sono andata a letto fino alle 3 di mattina, dopo la cerimonia di ieri ho passato la notte a festeggiare e a parlare del film d'apertura di Dupieux, che mi è davvero molto piaciuto. 

Ieri eri molto toccata dal discorso di Juliette Binoche, la collega francese che ti ha consegnato la Palma. Hai detto di aver visto il suo nuovo film, Il gusto delle cose. Che rapporto hai con il cinema francese? 

Purtroppo non così profondo come vorrei. Di solito è a gennaio, a inizio anno, che anche negli Stati Uniti arrivano i film stranieri e francesi, per via delle nomination agli Oscar. È un periodo stressante, perché vorrei vedere tutti i film in arrivo per votare agli Oscar con cognizione di causa, per non sentirmi una stronza quando incontro qualcuno agli eventi e non ho visto il suo film. La risposta è "non quanto vorrei", ma sai, ho quattro figli, cinque nipoti. Faccio il possibile. 

Dovendo fare una scelta cerco di vedere soprattutto i film di attori e in particolare di attrici che ammiro e amo, come Juliette.  

Cosa ti ricordi della prima volta che hai vinto un premio a Cannes con “Un grido nella notte”, nel 1988?

La prima volta che sono venuta a Cannes mi hanno detto: "avrai bisogno delle guardie del corpo, almeno 9". Io scherzai, dissi "Maddai, non ne avrò bisogno nemmeno di una". Mi sbagliavo di grosso. All'epoca non c'erano barriere, non c'era security, non c'era separazione tra la strada e il red carpet. La gente si avvicinava così tanto, alcuni arrivano a pochi centimetri dal mio volto. Mi sono ripresa a stento da allora e sono passati 35 anni. Tantissime cose sono cambiate. 

Quando vinsi quel premio come migliore attrice ero soprattutto spaventata. Pensavo di condurre una vita noiosa, di fare un lavoro noioso. Non pensavo di essere vicina alla fama, non sono una rockstar. 

È piuttosto famoso l'aneddoto di "Kramer contro Kramer" di tu che riscrivi il discorso del tuo personaggio nell'aula di tribunale, per rendere questa madre più umana. Ci può raccontare di nuovo questa storia? 

Per chiunque abbia meno di 70 anni: Kramer contro Kramer è la storia di una coppia che si dà battaglia in tribunale per la custodia del figlio. Il libro da cui è tratto è piuttosto opaco rispetto ai motivi del perché la madre se ne vada per 8 mesi, lasciando l'ex marito interpretato da Dustin Hoffman a costruirsi da zero un rapporto a cui non aveva mai badato prima della rottura.

Quando arrivò il momento di girare il discorso della madre in trubinale, ci siamo interrogati sul perché lei se n'era andata. Io, Dustin e il regista Robert Benton scrivemmo tutti e tre una versione del discorso e la mettemmo ai voti. Dustin era convinto di aver capito questa donna, di conoscere le sue motivazioni. Ma la votazione finale la vinsi io e il discorso che sentite oggi è il mio. 

Come hai vissuto la nomea di quel film, che per argomenti e tono era così di rottura in quel periodo? 

Bisogna mettere in chiaro una cosa: si fanno film per fare i soldi, anche quelli seri. Sia chi li produce, sia chi vi recita. Tuttavia credo che ogni film, anche quello più leggero, esca in un momento specifico e provi a dire qualcosa. Quel film intercettò il momento perfetto del contraccolpo alla seconda ondata di femminismo, tocco le corde già tese da quel contesto storico.

Ti portò anche il tuo primo Oscar. È vero che ti stavi per scordare la statuetta in bagno nel teatro? 

Probabilmente sì. Dopo la vittoria ero andata in bagno, avevo questo vestito enorme, ero molto emozionata. L'avrò appoggiato da qualche parte per lavarmi le mani e l'avrò lasciato lì uscendo dai servizi. 

A proposito di un altro film leggendario, parliamo de Il cacciatore. 

Sai che ho realizzato solo ora che anche in quel caso scrissi un po' del mio personaggio? Cimino non sapeva bene cosa fare di questa ragazza, cosa farle dire e mi chiese di integrare il copione. Non capita sempre, eh, ma quella volta andò così.

Quello un periodo in cui se eri sul set, eri l'unica donna nel film, la gente ti ricordava in automatico perché...si ricordava dei tuoi capelli? (ride) 

Fu un'esperienza forte quella de Il cacciatore, risuonava con molte delle mie esperienze personali. 

Il cacciatore è il primo film in cui canti. Il primo film di una lunga serie. 

Mi ricordo questo momento vissuto alle superiori in cui la docente di musica ci disse: "ora tutti voi vi alzate a uno a uno e canterete di fronte agli altri. E piangerete". I ragazzi un po' bulletti della classe dissero "piangeremo dal ridere", ridendo. Lei rispose che la musica sblocca qualcosa. E aveva ragione: ricorda questo ragazzo che cantò una canzone sulla madre, solo qualche nota...e si sciolse di lacrime. 

Per me la musica ha quella forza, mi piace cantare anche a casa mia. 

Parliamo della famosa scena di "La scelta di Sofia" con la ragazzina. È vero che l'avete girata solo una volta?

No, non è vero. Fu girata due volte perché la prima volta la ragazzina non sapeva cosa sarebbe successo e non ebbe la giusta reazione. Al secondo take però ebbe la reazione straziante che vedete oggi e fu...potente. Tra l'altro so che adesso lei lavora a Parigi, ha un lavoro molto importante. 

La scena io all'epoca la lessi solo una volta: mi aveva sconvolto, era marchiata a fuoco nella mia mente, non riuscivo a rileggerla, ci stavo male. Quel film non amo molto ricordarlo, fu molto pesante a livello emotivo, per tanti motivi. 

Come si affronta una scena così forte? Come ti prepari?

Quando giro una scena di quella portata, per me funziona così: non voglio essere vista, divento un foglio bianco su cui scrivere il personaggio. Alla scuola di recitazione ci insegnarono come entrare in questo stato di distacco in tre modi diversi, perché ogni anno assumevano un nuovo insegnante con un metodo differente. 

La sera prima di una scena difficile dico tutte le volte a mio marito: "No, non la farò, no!" e lui "lo dici tutte le volte" e io rispondo: "No, questa sceneggiatura ha qualcosa di sbagliato, no". 

Alla fine impari a creare delle tasche da riempire con le emozioni del lavoro, a scompartimentalizzare. È importantissimo imparare a entrare in quel mood, perché quando poi sei sul set e devi rifare per la sessantesima volta una scena in cui scendi da un auto e dici qualcosa di banale e al regista non va bene, finisce che ammazzi il regista se non riesci a gestirla. 

La cosa difficile è riuscire ad avere un certo distacco, ma al contempo essere pronta ad affrontare le emozioni più crude e pure, senza protezioni.  

Sappiamo che sei bravissima a fare gli accenti. Come funziona per te?

Ognuno al suo metodo, io sono sfacciatamente fortunata: appena sto con una persona, acquisisco il suo accento, mi viene praticamente naturale. Rimango sconvolta quando vedo i colleghi che rimangono per tutte le pause sul set con le cuffie sulle orecchie, riascoltando ossessivamente le battute da dire, i consigli dei vocal coach. A me basta parlare al telefono con un operatore che chiama dall'India per qualche minuto per prendere il suo accento. 

La mia Africa è stato un set impegnativo per la presenza di animali, giusto?

Sì, decisamente. Prima c'è stato un insetto che è entrato dal colletto del vestito e mi ha spaventato a morte. Poi i leoni, che ci avevano detto essere inoffensivi perché venivano da uno zoo della California. In realtà, lasciate che ve lo dica: no. Ci dissero che soprattutto gli ippopotami potevano essere un problema, perché sono pericolosi se entrano in acqua e attaccano, data la loro velocità di nuotatori.

Entrarono in acqua durante la scena dello shampoo, in cui Robert Redford mi lava i capelli. Lasciate che ve lo dica: ora del quinto take, non pensavo più agli ippopotami. È come una scena d'amore, no? È un gesto così intimo, rilassante. Il mio acconciatore spiegò a Robert come fare a massaggiarmi il cuoio capelluto e lui imparò subito. Era bravissimo. Ero praticamente innamorata quel giorno sul set. Vediamo così tante persone scopare nei film, ma mancano questi momenti d'intimità. 

Hai mai cercato un successo commerciale? 

All'epoca di La mia Africa ero nel cast di alcuni film di successo commerciale: il mio agente ne era molto consapevole, io per niente. Cominciai a esserlo di più quando fui protagonista di alcune super hit come Mamma mia! e Il diavolo veste Prada. È incredibile se ci pensi, perché io avevo superato i 50 e i 60 anni quando arrivarono questi successi travolgenti. 

Sei sempre stata molto diretta nel dire che le donne non hanno lo stesso ritorno personale ed economico degli uomini.

È vero, ma molto è cambiato. Lasciando da parte Tom Cruise che fa categoria a sé, i nomi più importanti del momento sono donne e le paghe sono migliorate, i ruoli sono migliorati, il potere è aumentato, ma c’è ancora tanta differenza da colmare. La vera discriminazione è come io abbia dovuto attendere “Il diavolo veste Prada” per sentire anche colleghi uomini dire: "mi sono identificato nel tuo personaggio". Chi si identifica invece nella ragazza de "il cacciatore"? Nessuno, Anche io quando rivedo il film mi identifico nei personaggi maschili. Per lungo tempo è sempre stato così, per tutti i film.

Nicole Kidman, Natalie Portman…ora tutte le grandi star hanno una compagnia di produzione, producono i loro film e fanno mortalmente sul serio. Io lo feci anni fa, ma avevo i figli a cui star dietro…non rispondevo al telefono dopo le sette di sera, per cui...

Sul fronte degli abusi e delle violenze, qualcosa è cambiato, ma in maniera infinitesimale. Diciamo che ora si continuano a fare cose terribili, ma gli uomini che le perpetrano hanno un pizzico di paura in più.

Com’è il tuo rapporto con l’invecchiare?

Ricordo che da piccola ero affascinata dalle rughe di mia nonna. Una volta presi la matita per le sopracciglia dai trucchi di mia mamma e mi disegnai tutte le rughe di mia nonna sulla faccia. Ora sono diventata così, senza make up. Sul set di “The Iron Lady” è stato un viaggio nella memoria ricreare un makeup vecchia maniera, come quelli che facevano mia madre e mia nonna.

Parlaci del trasformarsi in un personaggio poco realistico. 

Voglio parlare di La morte ti fa bella. Fu quasi un modo di mettersi in drag, questa incredibile iper-femminilizzazione, così esagerata...e ora in Florida ci sono persone che vestono e si truccano a quel modo. Per me è sorprendente.

Per un attore comunque i costumi sono importantissimi, anche quando fai un ruolo molto ordinario, molto realistico. Fa parte della costruzione del personaggio. Mi ricordo che sul set di Innamorarsi Robert (De Niro), non esagero, aveva a disposizione qualcosa come 40 giacche chino e se le provò una a una, controllando colletto e maniche, prima di scegliere quale indossare. 

Cosa rende un regista un fuori classe? 

Essere sicuro di sé, rendere il set un posto rilassato e con una bella atmosfera, ma soprattutto avere l'urgenza di dire qualcosa, anche se il film non è impegnato. Se non ci sono queste condizioni, si torna a casa la sera esausti.