Wonder Man, recensione: il supereroe che voleva fare l'attore

La storia di Simon Williams a Hollywood: trama, cast e valutazione della serie MCU

di Claudio Magistrelli

Le feste appena concluse sono state accompagnate dall’arrivo un po’ a sorpresa del primo teaser ufficiale di Avengers: Doomsday, prossimo grande tassello del MCU nonché (probabilmente) estremo tentativo di riportare il Marvel CInematic Universe ai livelli di rilevanza di qualche anno fa. Non è però questo l’ultimo atto dell’Universo cine-televisivo Marvel per il 2025. Arriva infatti oggi sugli schermi degli abbonati Disney+ Wonder Man, serie Tv in otto episodi con protagonista Yahya Abdul-Mateen II e il ritorno nel MCU di Sir Ben Kingsley.

La trama di Wonder Man

Simon Williams (Yahya Abdul-Mateen II) è uno dei tanti attori di belle speranze che passano da un provino all’altro in attesa che Los Angeles regali loro la tanto attesa grande occasione. Simon, va detto, non ci mette del suo ad aiutare la sorte, o forse ce ne mette troppo: la sua capacità di entrare sottopelle del personaggio al punto da richiedere continui aggiustamenti allo script e al set non pare riscuotere grande successo negli Studios. La svolta sembra arrivare quando per caso incontra (per caso?) Trevor Slattery (Sir Ben Kingsley) in un cinemino semi deserto. Chiacchierando con l’uomo che un tempo ha interpretato i panni del Mandarino (vi ricordate Iron-Man 3?) Simon scopre che il famoso regista Von Kovak (Zlatko Buri) sta lavorando a un remake moderno di un classico sua infanzia, Wonder Man, ruolo che sogna di interpretare da fin da bambino. 

Wonder Man non sfonda a Hollywood

Provare a tracciare una traiettoria del MCU basandosi sulle produzioni più recenti è sempre molto complicato, principalmente per due ragioni: la prima sono i frequenti cambi di rotta dipendenti da fattori esterni che cambiano almeno un paio di volte all’anno le carte in tavola; la seconda è la lunga coda produttiva post-covid che ha portato i Marvel Studio a riprogrammare, rimandare e incastrare serie e film in un calendario diverso a quello previsto originariamente. Sulla base di quanto visto ultimi due prodotti del Marvel Cinematic Universe, ovvero Thunderbolts, Ironheart e quest’ultimo Wonder Man, si direbbe che ci sia l'intenzione di riportare una parte del MCU sulla Terra, nel senso più letterale del termine. 

Anche nel caso di Wonder Man, infatti, le vicende raccontate negli otto episodi partono da radici ben salde nel terreno: un’ambientazione ben definita e riconoscibile, che diventa parte integrante dell’immaginario in cui è immerso il racconto e tanti set reali, concreti, con un ricorso alla CGI limitato (almeno per quanto percepibile) solo al necessario. Il rimando è a serie come The Bear, in cui la città in cui si muovono i protagonisti non è solo uno sfondo, ma un ambiente vivo, reale, pulsante e problematico, che condiziona le vite di chi ne condivide gli spazi. L’intenzione pare (sempre al momento, eh) quella di usare le serie per raccontare storie più piccole, più intime, più personali, che possano mostrare cosa succede al livello della strada in un mondo in cui si muovono esseri con poteri divini. E per raccontare una storia di cinema, non c’è città al mondo migliore di Los Angeles. 

 

Per altro, Hollywood ha una lunga storia di produzioni attraverso cui ha raccontato cosa succede dove nascono i film: al cinema americano piace parlare di se stesso. Wonder Man si inserisce a pieno titolo in questo filone che gioca con le idiosincrasia di agenti, sceneggiatori, registi e tutti gli altri professionisti del grande schermo, ma lo fa purtroppo senza avere molto da aggiungere. Non è mai un buon approccio valutare un prodotto sulla base di ciò che avrebbe potuto o dovuto essere, ma dopo quasi 20 anni dal primo storico Iron Man era lecito pensare che l’MCU fosse pronto a ironizzare un po’ su se stesso, a mettere in scena tutti quei luoghi comuni che abbondano nei discorsi che lo riguardano, magarti anche solo per esorcizzarli.

Invece la macchina del cinema di supereroi che emerge da Wonder Man è una riproduzione piuttosto generica, simile ai tante altre già viste in altri film o serie, senza però alcuna dose di autoironia o smalto, ovvero il segreto del successo di prodotti come The Studio (o del nostrano e tuttora apprezzato Boris). L’unico slancio è la figura di Von Kovak, fittizio regista di opere impegnate che decide di dedicarsi a un cinecomic: mi piacerebbe pensare che il personaggio sia stato concepito come un modo per ridere della bizzarre e spesso infondate dichiarazione dei registi del MCU che ciclicamente annunciano di essersi ispirati capolavori senza tempo della settima arte per mettere in scena le loro battaglie di tizi in costume; ma nella pratica, lo si percepisce più come una raffigurazione un po' grottesca e sopra le righe dei registi impegnati e basta (e visto che le tempistiche di produzione quadrano, il fatto che il contesto mi abbia fatto venire in mente The Brutalist potrebbe non essere un caso). 

Se nel caso di Ironheart la città in cui si muoveva il racconto serviva a mettere sul piatto temi e problematiche su cui ragionare (seppure senza mai scavare troppo in profondità, siamo pur sempre nel MCU), la Hollywood di Wonder Man è un’occasione sprecata. Così come è interessante scoprire come le vicende di portata galattica dei supereroi influenzano la vita delle persone comuni che camminano con i piedi per terra, sarebbe stato interessante scoprire come il cinema nel MCU ha reagito alla presenza di essere in costume che decidono le sorti del mondo a suon di cazzotti. Invece, al di là della caratterizzazione di agenti, attori, produttori e manovalanze secondo gli stereotipi della commedia, tutto quello che rimane del rapporto tra cinema e supereroi è un lungo flashback che spiega i motivi delle policy degli Studios sulla presenza di superumani sui set. 

Peccato che Wonder Man fatichi a legare davvero i poteri del nostro Simon Williams al suo conflitto interiore, anche dopo aver svelato allo spettatore perché questi debbano essere nascosti. Potrebbe anche essere un buon punto di partenza su cui costruire qualcosa e aggiungere livelli di profondità al personaggio, a cui Yahya Abdul-Mateen II regala un’interpretazione più che dignitosa e per il cui esordio si è scomodato persino un attore di livello come Ben Kingsley. Invece, con ogni probabilità, nel futuro di Simon Williams ci sarà una comparsata nell’azione corale di Doomsday e poi chissà. Hollywood a volte sa essere davvero spietata.