Michael Jackson: il verdetto: un documentario che non racconta nulla di nuovo
Il processo del 2005 al Re del Pop rivive in tre ore che ci accompagnano indietro nel tempo, tra interviste fresche e materiale di repertorio, senza pungere abbastanza. Su Netflix.
Esiste, nella storia del documentario giornalistico, una domanda che vale la pena porsi prima di valutare qualsiasi produzione che si avvicini a un caso già ampiamente documentato, ovvero se aggiungere ulteriore carne al fuoco ha effettivamente senso o meno. Non tanto nel senso moralista del termine - che pur andrebbe considerato quando si affrontano situazioni spinose - ma anche in quello più pratico e formale: c'è qualcosa di nuovo da dire?
Una domanda che difficilmente si sarà fatto il regista Nick Green, che nei tre episodi - per circa altrettante ore di durata complessiva - di Michael Jackson: il verdetto ci riaccompagna in quelle settimane che caratterizzarono il controverso processo al re del pop, accusato di pedofilia e poi scagionato in una pagina giudiziaria che nel 2005 ha tenuto gli Stati Uniti, e non solo, col fiato sospeso. Sbarcata nel catalogo Netflix in concomitanza con la presenza nelle sale del bio-pic Michael (2026), che così tanto successo sta riscontrando, la serie offre poco di davvero originale da giustificare la propria esistenza.
Un tuffo nel passato di Michael Jackson
Si ricostruisce per l'appunto il processo attraverso interviste ad avvocati, giornalisti, giurati e testimoni. La struttura è quella ormai classica del relativo sottofilone, realizzata sì con competenza tecnica ma anche senza particolare ispirazione. Il montaggio alterna numerosi filmati d'epoca al materiale di interviste nuove di zecca con un ritmo ormai consolidato, cercando di centellinare i presunti colpi di scena su una vicenda su cui si è detto di tutto e di più.
La ricostruzione delle udienze tramite la testimonianza diretta di chi era in aula - le telecamere erano state escluse dal tribunale, e questa assenza di immagini aveva già reso il lavoro di qualsiasi documentarista necessariamente monco - è svolta con chiarezza, ma dal punto di vista "narrativo" Michael Jackson: il verdetto non offre rivelazioni shock o punti di vista inediti in grado di cambiare quanto già si sapeva. E difficilmente cambierà le percentuali tra innocentisti e colpevolisti, perché perora entrambe le cause senza apportare svolte significative.
Tutto come prima
E proprio questa ostinata ricerca di una equidistanza tra le posizioni dimostra la voglia di prendersi pochi rischi, finendo per indagare nel torbido - a volte sguazzandoci con eccessivo e morboso compiacimento - senza avere il coraggio di esprimere un'idea. La serie non ha nulla di evidentemente sbagliato ma risulta a conti fatti superflua, frutto più della voglia di cavalcare l'onda mediatica che di farsi portatrice di nuove verità.
A tratti Michael Jackson: il verdetto mostra barlumi di ciò che avrebbe potuto essere con maggior consapevolezza, ponendo l'accento non tanto su cosa MJ abbia fatto o non fatto ma su come l'intero entourage che gli ruotava attorno - manager, avvocati, guardie del corpo, domestici o anche soltanto fan - abbia funzionato per anni come una sorta di scudo/filtro tra la sua condotta e le sue conseguenze. E che certe stranezze da lui stesso ammesse, come il dormire coi bambini, fossero tollerate o taciute da chi condivideva spesso la sua quotidianità.
Più che sull'uomo in sé diventa quindi un interrogativo sul sistema e sulla società, con i soldi e il potere che possono influire - sia in un senso che nell'altro - su certe logiche e la drastica polarizzazione sulle due correnti di pensiero, tra chi nel credere all'innocenza assoluta non notava comunque comportamenti evidentemente ambigui e chi aveva già trovato colui da mettere alla gogna, anche e nonostante diverse contraddizioni. Un mondo a metà, di bianco e nero, che caratterizza anche questo documentario incerto sul da farsi.