Bruce Dickinson racconta Burning Ambition: “Il documentario sugli Iron Maiden rischiava di non funzionare”
Tra ambizione, fatica e devozione assoluta per il live, Iron Maiden: Burning Ambition ripercorre quarant’anni di Iron Maiden senza trasformarli in monumenti.
Una volta che hanno deciso di raccontarsi in un documentario, loro che sono proverbialmente restii (quasi ostili) all’attenzione mediatica, gli Iron Maiden sono voluti andare fino in fondo. Al fotografo e regista Malcolm Venville (uno con un portfolio curioso, che tira più in zona western che in quella musicale, documentaristica o metal) la band ha dato un accesso senza precedenti agli archivi ufficiali del gruppo. Eppure il doc non parte da qualche rara clip inedita, dalle registrazioni delle prime esibizioni negli scalcagnati pub di Leyton, quartiere est di Londra. Concerti messi su a partire dal 1975 per iniziativa di Steve Harris, in una zona della capitale londinese proletaria, povera, cupa. Ci saranno poi le esibizioni al Cart and Horses, pub di Stratford legato a doppio filo alla band e al Ruskin Arms di Bayswater, dove chi li ha visti dal vivo giura che erano già all’epoca una bomba musicale pronta ad esplodere.
Tra questi testimoni c’è anche l’attuale frontman e vocalist del gruppo, Bruce Dickinson, incaricato di affrontare una batteria di attività promozionali verso cui la band tende a essere restia. Quando gli chiedo se riesce a ricordare ancora quella prima volta sotto palco con gli Iron Maiden, ancora da spettatore, annuisce e mi regala un assaggio di quell’ambizione bruciante che sembra ardere ancora a più di quarant’anni dagli esordi della band. Alcuni membri hanno lasciato la formazione, altri sono morti, ma loro sono ancora lì sul palco, a suonare dal vivo quell’immenso repertorio heavy metal attorno a cui hanno costruito uno dei seguiti più fedeli della scena musicale. Dickinson l’ha capito per primo: quando li ha sentiti suonare nell’East London, ha capito di voler essere parte di quel qualcosa, di suonare con loro.
Continua a farlo, tra periodi di pausa e carriere soliste, tre decenni più tardi. Malcolm Venville mescola i fan comuni che seguono la band per più tappe (quante le loro disponibilità economiche consentono loro) e le insospettabili celebrità che sono “maideniste” nel midollo: Jack Black ovviamente, ma anche il collega attore Javier Bardem. Ci sono anche i colleghi musicali come Lars Ulrich, in un doc a cavallo tra introduzione al mito della band per chi ancora non la conosce e celebrazione di un gruppo di musicisti usciti da una realtà complicata e desiderosi di rimanere concreti e popolari nel senso più autentico del termine, anche quando tutto attorno a loro il mondo della musica (e quello della geopolitica) è cambiato.
Per prima cosa vorrei chiedervi del vostro tour in Polonia del 1984, in piena Guerra Fredda. Ne parlate nel doc come di un momento unico, un traguardo raggiunto con non poche difficoltà. Cosa vi ha lasciato quell’esperienza?Bruce Dickinson – È stata una situazione particolare. Poche band occidentali suonavano oltre la Cortina di Ferro, e spesso erano eventi molto controllati dalle autorità, dal clima teso. Quando siamo andati noi, sembrava ci fosse una sorta di rivoluzione nell’aria, anche se non ce ne rendevamo conto: l’abbiamo capito dopo che erano le avvisaglie di quanto sarebbe successo nel 1989. Poco dopo, infatti, tutto il sistema è crollato. All’epoca c’era un forte bisogno di evasione da una realtà molto oppressiva: si percepiva chiaramente suonando di fronte a quel pubblico. Pubblico che in teoria non aveva modo di conoscerci, la nostra musica non era venduta nell’URSS. La cosa incredibile era il modo in cui la nostra musica circolava: cassette pirata che passavano di mano in mano, con il rischio di finire in prigione se venivi beccato ad ascoltarne o duplicarne una col mangianastri. Era davvero un underground autentico e rimane uno dei ricordi legati alla band per me più emozionanti.
Qual è il momento più divertente e quello più tragico del film, secondo te? Bruce Dickinson – I momenti più tragici sono legati alla scomparsa di persone come Paul Di’Anno e Clive Burr: sono morti davvero troppo giovani, è difficile accettarlo ancor oggi. Sembra incredibile, ma noi ne sentiamo palpabilmente la mancanza sia sul palco che quando lavoriamo a nuovi pezzi.
Per quanto riguarda quelli divertenti, ce ne sono diversi e qualcuno è finito anche nel doc. Spesso io dico qualche sciocchezza con grande sicurezza, tipo “non puoi fare heavy metal con i sintetizzatori” e agli altri scappa da ridere per il piglio con cui lo dico.
Nel film qualcuno dice che negli anni ’80 eri la persona più adatta alla “conquista del mondo”. Cosa ti spingeva allora? Bruce Dickinson – Sai, ero giovane. Allora volevo semplicemente essere nella migliore rock and roll band del mondo. Per me gli Iron Maiden dovevano essere quella band e ho tentato in tutti i modi di portarli a quel traguardo: ci siamo spesi tantissimo, per anni, senza risparmiarci. Scrivere canzoni, spingere i limiti, vedere fin dove potevamo arrivare.
Adesso, quando mi rivedo, penso che sia gli sbagli che abbiamo commesso sia le scelte che abbiamo azzeccato siano figlie di quell’attitudine, che tutto sommato era giusta per quell’epoca, per quell’età. Avevo ventiquattro anni, ero sempre pieno di energia. Talmente tanto che penso si veda anche nel doc.
Parliamo dei fan. Il documentario si apre con i loro racconti. Non solo persone comuni: ci sono fan e colleghi come Gene Simmons o Javier Bardem. Quanto è importante per voi questo riconoscimento? Bruce Dickinson – È stato fantastico, davvero, e non per una questione di lusinga. Per me il momento migliore è Javier Bardem che recita il testo di “Run to the Hills” come fosse una poesia: pazzesco. Ti fa capire quanto sia bravo come attore, ma anche che abbiamo scritto dei testi davvero notevoli nel corso degli anni.
Non per ricadere nello stereotipo della band heavy metal da carattere difficile, ma so che ci sono state da parte vostra molte critiche alla prima versione del doc, tanto che avete posto un veto. Confermi?
Bruce Dickinson – Direi di sì. Io ho visto il film soltanto quando era praticamente completato. A essere onesto, le mie perplessità non riguardavano tanto i contenuti quanto il montaggio, soprattutto nella parte iniziale. E non era neppure una questione legata al regista, Malcolm: molto dipendeva dall’etichetta discografica. Ho fatto alcune annotazioni sulla struttura narrativa e, in maniera piuttosto interessante, coincidevano quasi perfettamente con quelle che aveva segnalato Steve separatamente, oltre che con le impressioni di Ben Smallwood, che supervisionava creativamente il progetto. Ben ci ha poi confidato che era quasi sollevato nel vedere quelle osservazioni condivise, perché finalmente aveva argomenti solidi per tornare dalla produzione e spiegare che il film andava rimontato in modo diverso. Non era necessario eliminare scene o materiale, ma il primo segmento risultava poco fluido. Bastavano alcuni cambiamenti nell’ordine e nel modo di presentare certe parti per rendere il racconto molto più efficace.
Cos’era che proprio non andava?
Bruce Dickinson – Continuavo a chiedermi che fine avesse fatto Clive Burr. Quando sono entrato negli Iron Maiden con The Number of the Beast, Clive era una presenza fondamentale, e invece nella prima versione del documentario quasi non compariva. Ho insistito perché gli venisse dato più spazio. Credo che chi non segue gli Iron Maiden da vicino faccia fatica a capire quanto siano forti i legami emotivi con figure come Clive o Paul Di’Anno. Anche se da anni non erano più nella band, e oggi purtroppo non ci sono più, per i fan restano persone importantissime.