The Long Walk è la prova che realizzare un bel adattamento filmico di un romanzo di Stephen King è possibile
Un grande romanzo adattato con cura e precisione: The Long Walk sorprende per come, nella sua essenzialità, sappia essere efficace.

The Long Walk è uno dei migliori adattamenti di un’opera letteraria di Stephen King visti negli ultimi anni al cinema, infinitamente migliore del ben più ambizioso The Running Man di Edgar Wright con protagonista Glenn Powell, uscito quasi in contemporanea sul mercato anglosassone. Un derby kingiano in cui quasi nessuno avrebbe puntato su Francis Lawrence come vincitore. Un cineasta a cavallo tra autorialità e pop con per le mani un blockbuster sembrava una premessa ben più allettante di un piccolo film distopico e cupo diretto da un regista figlio di un dio minore divenuto quasi per caso padrino della saga filmica degli Hunger Games. Lawrence infatti ha diretto tre capitoli della tetralogia originale con Jennifer Lawrence e i due prequel (il secondo in arrivo nei prossimi mesi). Per quel modo decisionale tipicamente hollywoodiano che tende ad affidare a un nome progetti sempre uguali a sé stessi, è arrivata nelle sue mani la regia dell’adattamento di un romanzo ritenuto da molti l’antenato, l’ispirazione, il padre della saga letteraria di Suzanne Collins.

La matrice degli Hunger Games
Scritto nel 1967, in un momento della lunghissima carriera dello scrittore statunitense particolarmente brutale nel suo realismo, The Long Walk è un Hunger Games spogliato della grandiosità barocca e del sadismo ricercato del mondo dove vivono Katniss e Peeta. È una delle tante storie di quel periodo che sublima in un contesto distopico il trauma del Vietnam per gli Stati Uniti. Pur non essendo un film di guerra, l’atmosfera è decisamente paramilitare, così pure come il cameratismo tra protagonisti e le relazioni tra i “ranghi” nella storia. Di fatto è un antesignano di Hunger Games più maschile, essenziale, rozzo e antimilitarista. Anche qui c’è un gioco mortale da affrontare, reso crudele e disperante dalla mancanza di una linea del traguardo o una tempistica precisa. Cinquanta ragazzi appena maggiorenni, uno da ogni stato dell’Unione, si ritrovano alla linea di partenza di una brutale gara di resistenza. Viene chiesto loro di camminare a non meno di tre miglia l’ora di velocità, senza mai fermarsi, rallentare o lasciare la pavimentazione stradale che continua per centinaia di miglia davanti a loro. Chi rallenta o si ferma, dopo tre avvertimenti, viene freddato sul posto dai soldati che accompagnano la loro lunga marcia. Vince chi rimane per ultimo, con un ricco premio in denaro e la possibilità di vedersi esaudito un desiderio, qualunque esso sia. La marcia viene trasmessa in diretta nazionale e scortata da un contingente armato e dal Generale (Mark Hamill), impassibile e militaresco, che esalta il coraggio di chi partecipa in termini machisti, senza mai togliersi gli occhiali da sole da aviatore.
È uno scheletro narrativo essenziale, di cui è facile intuire le criticità e le svolte obbligate sin dalle premesse. Lawrence non ha problemi a riempirlo di passaggi interessanti, perché le premesse della storia vanno a toccare due suoi punti forti: la prospettiva giovanile e un certo approccio senza speranza, cupo.
Hoffman e Jonsson danno una prova di coppia davvero memorabile
The Long Walk è anche il genere di film che tra dieci o quindici anni potrà essere rivisitato riconoscendo gran parte del cast di (oggi) giovani promesse, capitanate dall’ottimo Cooper Hoffman. Affiancato dall’altrettanto bravo David Jonsson, si crea un duo di grande spontaneità ed intensità emotiva, capace di incarnare le ingenuità e i dolori della gioventù protagonista in maniera autentica, con grande empatia. Al loro fianco ci sono altri ottimi attori che interpretano con grande incisività i concorrenti di contorno: interpreti come Charlie Plummer (nei panni del bulletto smargiasso) e Ben Wang (in quelli del ragazzino carismatico e superstizioso) sono già volti abbastanza familiari per i cinefili più incalliti, grazie alle loro carriere ricche di titoli di rilievo, nonostante la giovane età. Laddove la sceneggiatura indulge in qualche passaggio un po’ troppo convenzionale, è l’interpretazione di un cast magnifico e ben guidato a fare la differenza. Hoffman e Jonsson poi nei panni del mite e amichevole Ray Garraty e del saggio e carismatico Pete tessono una storia di amicizia memorabile e profonda in meno di due ore, fatta di disperazione e profonda comprensione per il dolore altrui.
La regia ben curata di Lawrence - che rispetto ad altri colleghi che hanno adattato King ha per le mani una storia scarna e il cui punto è anche una certa ripetitività degli scenari e delle azioni - fa il resto, confermando se il suo non è esattamente un gusto per l’estrema drammaticità, possiede quantomeno la capacità di renderla cinematografica, a darle un senso più alto, senza trasformarla in pornografia del dolore. L’unico limite visivo del film è un’effettistica visiva spesso più evidente nelle macabre, esplicite scene delle esecuzioni dei partecipanti in difficoltà. Essendo così rilevabile all’occhio dello spettatore, finisce per smorzare l’orrore che queste morti dovrebbero suscitare.

Il punto debole del film è una scrittura che diventa via via più convenzionale
A essere carente semmai è la scrittura di JT Mollner, che fa tesoro dell’immaginazione sferzante e crudele di King nello scriverne l’adattamento, ma purtroppo la declina spesso in chiave banale, prevedibile. Qua e là si ha l’impressione che la crudeltà mostrata nel film sia più un passaggio obbligato, e quindi poco efficace, che un’evoluzione narrativa potente. Specie sul finale il film scivola un po’ nella retorica: non tanto per le scelte che fa, ma per come le presenta allo spettatore.
La scrittura per esempio fatica imbastire poco più di una percezione di cosa sia successo esattamente in questi Stati Uniti dittatoriali e governati da un regime militare repressivo, dove regna diffusa una povertà economica estrema, tanto da rendere la domanda di partecipazione alla lunga marcia un passaggio obbligato, più che una libera scelta. Tutto questo però ci viene detto, ma non si va molto più in là di questi assunti, con uno spettro dittatoriale che è poco più che abbozzato. Perché, per esempio, sono stati messi al bando gli scritti dei filosofi letti dal padre del protagonista Ray? S'intuisce che il regime abbia una visione profondamente maschilista e nazionalistica, ma non perché dovrebbe cozzare con la cultura letteraria occidentale. La censura culturale appare così mal introdotta che sempre più una convenzione distopica che una repressione motivata da alcunché.
Molto più incisivo è invece il linguaggio visivo, le immagini scarne con cui Lawrence racconta questa America: le famiglie silenziose con le facce tirate che guardano i ragazzi passare, i cavalli che scappano al galoppo sentendo gli spari, un silenzio e una desolazione che nell'assenza dicono già moltissimo.

Nonostante dalla genesi di questa storia sia passato molto tempo e in molti l’abbiano usata come punto di partenza per versioni aggiornate della stessa, si ha purtroppo l’impressione che il film avrebbe potuto essere molto di più di un solidissimo adattamento di King, potendo arrivare a essere un grande film in toto. Si “accontenta” invece di essere (insieme Black Phone) uno dei migliori adattamenti filmici recenti, anche perché King in questo senso è particolarmente sfortunato, dato che i suoi libri incappano spesso in operazioni tutt’altro che riuscite. Considerando come è andata a finire a uno talentuoso come Edgar Wright alle prese con The Running Man (dimostratosi un film fallimentare), c’è di che essere soddisfatti.
Rating: Tutti
Nazione: Stati Uniti
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Redazione

The Long Walk (2025)
Il film di Lawrence è una piccola gemma del genere distopico recente, che tira fuori il meglio da un cast di giovanissimi davvero capace e in sintonia. Dati i tanti epigoni che hanno sviluppato le stesse idee di The Long Walk in libreria e al cinema, questo film talvolta rischia di essere molto prevedibile, ma è comunque così indovinato grazie alle scelte accorte del suo regista e all’ottima chimica tra i protagonisti Hoffmann e Jonsson che il consiglio è di recuperarlo in sala, dove rischia di passare inosservato. Specie se, per predisposizione personale, si tende a trovare più “vere” le storie con un taglio pessimista nel loro sguardo sugli istinti e sulle emozioni umane.


