Send Help: Sam Raimi non sbaglia mai con la sua crudeltà divertita, ma poteva osare ancora di più
Sam Raimi, Rachel McAdams e Dylan O’Brien confezionano un thriller che si diverte ad essere cattivo ed eccessivo, ma, a sorpresa, forse non lo è abbastanza per graffiare davvero.

A quattro anni dalle fatiche Marvel di Doctor Strange nel multiverso della follia, Sam Raimi torna al cinema con un progetto molto più vicino alla dimensione e ai generi che hanno segnato gran parte della sua carriera: se infatti Send Help non è propriamente un horror, sicuramente ha molto a che spartire con un Drag Me to Hell, pur preferendo declinare la sua violenza e il suo gore in chiave comico-grottesca, senza spaventare davvero.
Cosa c’è di più grottesco e disturbante del mondo dei colletti bianchi? Forse una persona che si muove al suo interno senza veramente capirne i codici, tollerata per le sue indubbie qualità e il suo spirito di sacrificio ma apertamente disprezzata per la sua incapacità di modellare la propria personalità per appartenere davvero a questo ambiente. Rachel McAdams è una perfetta protagonista di Raimi perché è effettivamente dissonante: ignora il dress code dell’ufficio e appare generalmente trascurata nell’aspetto e nell’etichetta della pausa pranzo. Non è un’adorabile pasticciona né una persona tragicamente incapace di fare amicizia: è quel tipo di personaggio che ti lascia il sospetto che, nella vita vera, forse non ti farebbe troppo piacere avere come compagno di scrivania in ufficio.

Il che è sostanzialmente perfetto, perché Send Help lavora moltissimo sull’ambiguità di fondo di Linda Liddle: è la protagonista della storia, è una donna i cui meriti nel migliore dei casi non vengono riconosciuti e nel peggiore vengono usati contro di lei…ma è l’eroina o l’antagonista, in ultima battuta? Anche il suo tremendo capo potrebbe e forse vorrebbe essere un personaggio altrettanto ambiguo. Dylan O’Brien è il pettinatissimo, lindo figlio del presidente d’azienda di cui ha preso il posto, deciso a non riconoscere nulla a Linda, nemmeno al fine di sfruttarla come "bestia da soma". Dopo un incidente aereo e uno schianto su una remota isoletta nel Mar di Thailandia, è costretto a rivedere le sue stime: l’incredibile competenza e abnegazione di Linda infatti si applicano anche in un contesto di sopravvivenza come quello che stanno vivendo. Lei sai costruire un riparo, trovare cibo e acqua, elevare la qualità della vita fino a renderla più che dignitosa; piacevole. Lui invece soffre la perdita di una cornice “civilizzata” e urbana in cui la sua superiorità in termini di potere e prestigio è immediatamente visibile.
Rachel McAdams e Dylan O'Brien sono lo splendido duo di tremendi protagonisti di Send Help
Comincia prevedibilmente una guerra di posizione tra i due: Bradley fatica ad accettare veramente di essere in una posizione di bisogno e dimostra scarsissimo istinto di sopravvivenza mentre Linda è una stratega nata, sempre pronta a dargli una seconda chance. In modi differenti, l’isola finisce per rivelare più e più volte la loro vera natura, che il costrutto sociale ha mitigato, assopito. Allo spettatore appare ben presto chiaro che l’unica verità incontrovertibile è che i due sono del tutto incompatibili, perché nessuno è disposto a cederee ad ammettere di avere torto. Bradley, come Linda in ufficio, è cieco alle regole non scritte del posto in cui si trova, alla posizione di debolezza e sottomissione che gli tocca. Il suo essere maschio, ricco, bianco, borghese ed educato nelle migliori scuole gli rende praticamente impossibile convincersi se non per brevi momenti che Linda gli è superiore nel contesto in cui si trovano.

Un Misery non deve morire riletto, in cui la parte maschile è guidata da impulsi quasi suicidi, mentre quella femminile appare più aperta alla redenzione rispetto al suo precedente: Send Help è un thriller con tocchi gore (la lotta col cinghiale, la scena del vomito) in cui si percepisce chiaramente non solo la mano, ma anche l’autentico divertimento di Raimi. A fare la differenza è soprattutto Rachel McAdams, che dimostra ancora una volta un range invidiabile: non solo perché è tra le pochissime attrici della sua generazione ancora in grado di muovere la fronte e i lineamenti facciali (è abbastanza uno shock rendersi conto guardandola di quanto siamo abituati al contrario), ma perché poche interpreti col suo pedigree si presterebbero con altrettanta convinzione e talento a essere “imbruttite” e ridicolizzate per dire quello che questo film vuole dire. Tra l’altro con una evidente (e divertente) difficoltà a mascherare la naturale avvenenza dell’ex Regina George. Anche Dylan O’Brien fa il suo, dimostrandosi un ottimo contraltare a McAdams e dimostrando di essere maturato moltissimo dai tempi di Teen Wolf e The Maze Runner.
Send Help, purtroppo, si accontenta di divertire ed essere gradevole
Send Help è dannatamente divertente, ancorché reso un po’ prevedibile da come batta una strada aperta da Robert Östlund con Triangle of Sadness e percorsa da Night M. Shyalaman in Old. A remargli contro sue due aspetti, che non inficiano la godibilità di una pellicola. Anzi, certe transizioni, certe scelte di montaggio e sapienti giri di regia rivelano immediatamente la maestria e la competenza di chi dirige. Il primo limite di Send Help è la sua fattura tutto sommato mediocre, nel senso che un film fatto con mezzi contingentati oggi (quindi girato in digitale, con molto green screen, tanti effetti visivi un po' grezzi e una fotografia anonima) è infinitamente più brutto di quanto non fossero i film bruttini e con pochi soldi di un tempo. Raimi si è mosso per anni in quella fascia di cinema di genere a basso medio budget, producendo opere pregevoli. Inoltre ancor oggi film indipendenti o dal budget contenuto (penso agli horror di A24 o a una certa fetta della produzione Blumhouse) quando vogliono risultano gradevoli: Send Help invece a livello visivo non è poi lontanissimo da certi titoli riempitivi di piattaforma.

Purtroppo questo accontentarsi si riflette anche sulla sua storia, guastata un po’ da un terzo atto molto affrettato, che fa una scelta forte nel finale (che suona molto 2015, diciamo così) ma che non sembra la diretta e logica conseguenza di quanto visto prima, quanto piuttosto una chiusura ad effetto. Dentro Send Help, in teoria, c’è tutto un discorso molto interessante sul mondo del lavoro e su come crei mostri, o forse solo li riveli alle giuste condizioni. Non solo capi orribili, ma anche persone incapaci di rispettare sé stesse trovando nel lavoro l’unico riconoscimento possibile. Eppure è tutto abbozzato, talvolta caricaturale ma mai troppo specifico: Linda potrebbe essere una compagna d’ufficio di American Psycho o Industry, da quanto sono vaghi i presupposti che pone il film sull'azienda in cui lavora. Similmente crea un passato dei personaggi in cui sembrano esserci delle risposte da ambo le parti, invece tutto rimane ambiguo e sfumato. L’impressione è che però non sia un’ambiguità davvero inseguita, quanto piuttosto frutto della volontà di approfondire quel tanto che basta per arrivare allo scontro, allo splatter, alle botte.
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Nazione: Stati Uniti
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Redazione

Send Help
Il limite di Send Help è quello di volersi divertire, mancando dell’ambizione infinitamente più profonda che titoli come Drag Me To Hell e The Gift dimostravano. Non c’è niente di male a fare un film con questi presupposti, specie se poi è riuscito, ma parlando con egoismo cinefilo da un regista che sforna un film ogni quinquennio, uno col talento di Sam Raimi, si spera sempre di ottenere molto, molto di più. Invece Send Help è poco più di un gioco riuscito, un divertimento che solo in potenza mostra cosa avrebbe potuto essere. Sam Raimi non manca mai di talento, ma difetta della fame, dell’ambizione di fare di più. Dobbiamo comunque ringraziarlo per averci ricordato che ottima caratterista sia, anche in campo comico e grottesco, Rachel McAdams.


