Idoli, l’ultima corsa è la risposa italo-spagnola a F1: meno Brad Pitt, più due ruote e Santamaria
Guidato da un Claudio Santamaria che mette tutto lo spessore recitativo che manca al resto del cast, Idoli è un’operazione commerciale e un film sportivo quantomeno dignitoso. La recensione.

Attenendosi esclusivamente ai meriti artistici, la recensione di Idoli - Fino all’ultima corsa di Mat Whitecross potrebbe non superare il paragrafo di lunghezza. Si tratta infatti di un film sul mondo delle corse onesto, ma un po’ superato per approccio e impostazione, con una storia prevedibilmente canonica.
Siamo nel mondo delle due ruote e c’è il solito, giovane ragazzone di belle speranze che entra nel circuito della Moto2 come rookie, il rimpiazzo scapestrato dell’ultimo minuto, la più imprevedibile delle wild card in pista. Come da canone Edu Serra (Óscar Casas) è tanto talentuoso quanto una testa calda. Tanto che il film si apre con il suo licenziamento dal team di Moto3 per cui corre perché, nel tentativo di vincere l'ultima gara della stagione, è uscito di pista e ha perso il campionato del mondo.
Ovviamente c’è di mezzo una bella tatuatrice che, scottata da una precedente relazione, non sa se fidarsi di lui (una Ana Mena sorprendentemente all’altezza della sfida recitativa, soprattutto se comparata ad altri attori veri e propri, almeno in teoria, con cui condivide il set) e un allenatore che non vuole saperne ragazze o distrazioni ai box per mantenere concentrato il suo pilota ribelle e con tanta rabbia dentro. Non manca un avversario già affermato e freddo, cromaticamente (un Saúl Nanni biondissimo) e caratterialmente, insieme a manager senza scrupoli e a tutti gli elementi tipici del genere. Insomma, uno non guarda certo Idoli per venire sorpreso dalla complessità narrativa dell’intreccio o psicologica dei personaggi.

Idoli non rinuncia a nessuno degli stereotipi un po' datati dei film sulle corse
Anzi, riflettendoci a freddo fa quasi sorridere come il film presenti Edu come un eterno outsider, il ragazzo umile che per mantenersi la moto consegna sushi come rider, quando poi a ben vedere (come il film ci rivela più avanti) ha un invidiabile pedigree nel mondo delle corse. Poco importa. Un certo tipo di scarso realismo, unito alla formulaicità delle situazioni presentate, è alla base tanto delle commedie romantiche per lei quando delle epopee sportive per lui. Ciò che rende avvincente la ricerca dell’anima gemella o della vittoria in pista è anche una narrazione che renda tutto sommato facile non solo il raggiungimento del traguardo, ma anche tutto un corollario di altre soddisfazioni che il pubblico attraverso il protagonista vive in sala: la punizione dei cattivi, l'ottenimento del rispetto malcelato degli avversari, il riconoscimento a lungo atteso da parte dei maestri e dei genitori.
Idoli insomma non s’inventa davvero nulla. Anzi, sceglie la storia più stereotipica possibile del giovane con un grande sogno sportivo dentro. Per giunta il suo regista Mat Whitecross non è proprio una cima nel realizzare proprio le scene di corsa, che dovrebbero essere il punto dell’operazione. È men che un onesto mestierante, con all’attivo tutta una serie di pellicole tra loro diversissime che lasciano parecchio confusi sulla traiettoria della sua carriera. Diciamo pure che, in altre mani, il film avrebbe potuto brillare molto di più.
In questo caso però conviene guardare il bicchiere mezzo pieno perché, a dispetto di certe premesse, Idoli è un film quantomeno vedibile per tutti e più che godibile per il suo pubblico di riferimento. Il merito sta nell’agilità e leggerezza con cui si muove per gli snodi narrativi della sua storia, che riserva anche un paio di colpi di scena non del tutto telefonati.

Claudio Santamaria è l'unico fuoriclasse a disposizione di Idoli
Un risultato che deve moltissimo a Claudio Santamaria, davvero l’unico attore degno di questo titolo al lavoro su questa pellicola. La quantità di frasi fatte che gli tocca pronunciare con sguardo intenso guardando all’orizzonte o dritto negli occhi di Óscar Casas, sottolineando quanto ogni traguardo è frutto (ovviamente) di ascetismo sportivo, concentrazione e controllo, non di sponsor e dinamiche economiche ben oliate, è quasi commovente. È esattamente quanto era toccato fare a Javier Bardem in F1, tanto poi che una sua scena è diventata un meme molto gettonato. Con la differenza che Bardem tamponava all’espressività non proprio eccelsa di Brad Pitt e a un copione ancor più ridicolo di quello di Idoli, dove invece Santamaria trova incredibilmente la spalla più capace in Ana Mena, nota al pubblico italiano per il suo passaggio sul palco dell’Ariston.
Il paragone con F1 è davvero inevitabile, perché Idoli è esattamente lo stesso film che esce a meno di un anno di distanza. Dal punto di vista produttivo l’operazione è infinitamente più interessante, figlia di un progetto commerciale delle sezioni spagnole e italiane di Warner Bros che parte dagli stessi presupposti del film Apple. Ovvero la volontà di capitalizzare sull’amore del pubblico per il mondo della MotoGP costruendoci sopra una storia fittizia le cui priorità non sono certo cinefile, in cui veri piloti come Marc Márquez si prestano a camei tanto quanto gli sponsor delle vere competizioni trovano nel mondo fittizio della MotoGP cinematografica un’ulteriore occasione di product placement.

Idoli è un'operazione commerciale "a basso costo" ambiziosa e interessante
In questo senso Idoli è davvero un’operazione ben condotta, che tiene insieme aspirazioni spagnole ed esigenze italiane, facilmente trasformabile in un franchise. Il tutto a un costo infinitesimale rispetto ai cugini d’Oltreoceano: 12 milioni di euro contro i 250 e oltre di F1. Non che i due film si muovano sullo stesso livello tecnico, anche se Idoli è abbastanza ben gestito da risultare passabile nel confronto e non è davvero un risultato da poco.
Certo, in un mondo migliore, un’operazione di questo tipo cercherebbe di essere appagante anche a livello cinematografico, magari guardando a chi ha affrontato questi temi facendoli suoi con pellicole sorprendenti: dieci anni fa Matteo Rovere lanciava la carriera di Matilda De Angelis con Veloce come il vento, due anni fa il sottovalutatissimo Race for Glory raccontava il mondo del rally in modo ben più adrenalinico, senza rinunciare troppo a certi stilemi del genere. Per ogni spacconata come F1 c’è un Rush di Ron Howard a compensazione.
Durata: 126'
Nazione: Spagna
Voto
Redazione

Idoli - fino all'ultima corsa
Idoli però è incommensurabilmente migliore di molte, tremende operazioni di questo tipo viste in anni recenti, basti pensare al terribile Gran Turismo - La storia di un sogno impossibile del 2023. Come film in sé e per sé è discreto, anche se poco al passo con i tempi e con gli ultimi trend cinematografici. Se qualcuno avesse tentato un’operazione del genere dieci o quindici anni fa, avrebbe scritto e girato esattamente questo film. Tuttavia la notizia di cui gioire, oltre al fatto che Idoli si lascia guardare, è che Warner Bros abbia tentato quest’operazione a cavallo tra sport e cinema con una co-produzione europea che potrebbe avere un senso commerciale e che non manca di ambizione.


