Nightborn, la recensione del film finlandese in cui la maternità torna ad essere davvero horror

Una coppia molto innamorata in una casa nel folto della foresta finlandese si scontra con un classivo del genere horror: la maternità come fonte di paranoia, violenza e mostruosità.

di Elisa Giudici

Nella scena di apertura di Nightborn vediamo la protagonista Seidi Haarla al volante, mentre guida al fianco del marito interpretato da Rupert Grint. La loro monovolume percorre una strada sperduta nel folto della foresta finlandese, così da arrivare alla casa in rovina dove la donna ha trascorso la sua infanzia e dove spera di crescere al meglio il figlio che porta in grembo. La scena colpisce per un particolare abbastanza sconcertante: la bravissima interprete di Scompartimento numero 6 sembra incapace di recitare. Il suo modo di sorridere, quello di parlare con il marito, persino la sua manicure: tutto trasmette un’impressione piuttosto marcata di artificialità. Sarà soltanto molto, molto più avanti nella pellicola che si potrà apprezzare il perché di questo tono (voluto) e con esso la maestria della sua protagonista, che si presta un ruolo canonico del genere horror: quello della madre convinta che il figlio non sia "normale" e che celi in sé una natura mostruosa e malvagia.

Nightborn infatti guarda a tutto quel filone di film horror in cui l’elemento orrorifico è proprio la maternità. La sua protagonista affronta una parto difficile, viene privata del sonno da un nascituro eternamente piangente, mentre le trasformazioni del corpo “deformato” assumono un tono sinistro. Ancora provata fisicamente dal trauma del parto, Saga si ritrova esausta ed isolata socialmente e geograficamente nella grande casa in corso di sistemazione. Vive in pieno l’isolamento psicologico di una madre che non si sente realizzata perché fatica a provare empatia verso la sua creatura, almeno così come la società si aspetta da lei.

Nightborn alimenta il clima di paranoia materna con le sue scelte stilistiche

Il problema per Saga è che suo figlio le appare mostruoso e istintivamente lo teme. Nightborn decide di non darci risposte in merito: il film non ce lo mostra in volto, perennemente avvolto in cuffiette o in penombra, ma ci fa vedere il suo corpo più peloso del normale e ci fa sentire i suoi continui grugniti minacciosi. Gli atteggiamenti del bambino convincono pian piano la madre che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in lui, nato con un parto particolarmente sanguinolento (occhio al full frontal vaginale con tanto di getto a spruzzo di sangue) e che che le morde tanto il seno quando lo allatta da far sanguinare l'aureola.

Al fianco di Saga c’è il marito inglese Jon, che si lascia convincere a risistemare la vecchia casa nel bosco e a trasferirsi in una realtà che sente “molto finlandese”. La coppia del film deve quindi affrontare anche un gap culturale che comincia a fare sentire il suo peso solo quando la situazione si fa più critica. Premuroso e comprensivo di fronte alle forti difficoltà che vive la moglie ad adattarsi al ruolo di madre, Jon diventa poi l’anello di una catena in cui rileggiamo pian piano l’esperienza che la stessa Saga ha vissuto da bambina. Il suo bisogno di normalità diventa radicalmente differente da quello della moglie: per Saga è importante lasciare che il bambino sia sé stesso e imparare anche lei a "mascherare" meno la propria natura, mentre Jon via via s'irrigidisce, facendosi immaginare come sia stata davvero l'infanzia della protagonista, che sembra aver idealizzato un contesto che la sorella ricorda in maniera molto differente.

Saga non riesce a legare col figlio almeno finché non mette a fuoco la rimozione della sua stessa identità, incasellata in rigidi dettami sociali che la donna non comprende, accecata dal risentimento verso la madre carrierista e poco materna. Saga infatti è stata cresciuta dalla nonna nel folto della foresta, mentre la madre faceva il primario in ospedale. Il personaggio della neononna che continua a frequentare conferenze perché non ha voglia di cambiar pannolini è tra i più divertenti della pellicola, che pur essendo horror per immagini e atmosfere non rinuncia a una buona dose d’ironia. La madre di Saga, fredda e distaccata al punto di sfiorare l’anaffettività, fornirà alla figlia tutta una serie d’informazioni chiave per capire cosa c’è che non va davvero in suo figlio o per meglio dire, perché Saga non riesce ad accettarlo.

Nightborn è un buon horror nordeuropeo, ma non materiale da concoro

La regista Hanna Bergholm confeziona un buon horror sulla maternità, condotto appunto dalla sua vena qua e là gore, unita al folklore più oscuro finlandese e da una spiccata propensione a sostituire i soliti, banalissimi jump scare a un’ironia nera che punteggia la pellicola. Tuttavia l’inclusione nel concorso della Berlinale è quantomeno generosa. 
Un po’ perché Nightborn rielabora un tema già esploratissimo dal genere horror senza avere la grinta o l’ispirazione necessaria a confezionare un’aggiunta allo stesso che spinga il filone da qualche parte inesplorata o comunque davvero memorabile. 
Un po’ perché il fatto di mostrare e non mostrare il neonato per alimentare il dubbio nello spettatore circa il suo aspetto (è davvero mostruoso come sostiene la madre o è una bruttezza che vive solo nella sua mente?) costringe il film a scene un po’ infelici del bimbo acquattato al fianco di corpi senza vita da cui succhia il sangue.

O ancora perché, una volta svelato il mistero centrale della storia, la regista e cosceneggiatrice trova una risoluzione abbastanza “facile”, ancorché azzeccata considerando il tema della maternità. Nel risolvere il film e trovargli un finale, Hanna Bergholm scade un po’ troppo nella facile allegoria (vedi la chiusa per il personaggio di Jon) e non risolve al meglio la posizione del manipolo di parenti e amici della coppia. Per gran parte della pellicola infatti Hanna Bergholm muove pian piano le dinamiche familiari di Saga e dei suoi parenti nella direzione della paranoia, con sorella, madre e amiche che sembrano non vedere la peculiarità del bambino (a essere generosi) e instillando il dubbio che sia tutto davvero solo nella testa della madre. Solo che il film approfitta fin troppo della sospensione d’incredulità dello spettatore (vedi la scena della cuginetta) e non arriva mai a mettere punto preciso nel rapporto tra Saga, la madre e le altre donne della sua famiglia, abbandonando d’improvviso il problema per rifugiarsi, come la sua protagonista, nel finale boschivo del film.