Al nuovo Cime Tempestose piace davvero tanto essere audace ed eccessivo: la recensione del film

Emerald Fennell si conferma un’amante dell’eccesso e dell’estremo nella sua rilettura, così personale da essere più che divisiva, si un classico della letteratura.

di Elisa Giudici

In una selezione di grandi storie d’amore cinematografiche selezionate per una rassegna del British Film Institute, Emerald Fennell ha elencato tredici film che a suo modo di vedere sono un buon antipasto prima della visione del suo “Cime tempestose”. Un elenco che comprende Il portiere di Notte di Lilliana Cavani e Romance della sempre controversa Catherine Breillat, ma anche celebri adattamenti “traditori” e dall’estetica più che audace come il Dracula di Francis Ford Coppola e Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann. Lontanissima dalla delicatezza malinconica di Sofia Coppola o dalla magistrale eleganza stilistica e narrativa di Park Chan-wook (che pure include nella sua lista di storie romantiche oscure e un po’ tossiche), Fennell ricorda più il regista massimalista ed eccessivo australiano di Moulin Rouge! e Il grande Gatsby, o almeno in questa prova ne condivide e replica l’approccio personalissimo e molto capriccioso.

Come ha ampiamente anticipato (e anche un po’ cavalcato) dall’imponente campagna promozionale del film, “Cime Tempestose” è un adattamento particolarmente libero dell'omonimo classico letterario, che sforbicia senza troppi ripensamenti interi personaggi e situazioni, rileggendone i luoghi (interni ed esterni) e le dinamiche in maniera ora allegorica, ora estetizzante. Non è un mondo realistico quello in cui siamo calati, né uno in cui ci sia una chiara connotazione storica: è un po’ il presupposto delle Converse visibili appena per qualche secondo in Maria Antonietta di Sofia Coppola, ma portato all’estremo. Qui non è una fugace concessione al contemporaneo per suggerire un parallelo tra un sentire adolescenziale reale e uno presente ben più proletario, ma in fondo simili.

Heathcliff e Catherine sono due gusci vuoti ricolmi delle ossessioni di Fennell

Anzi, si passa da due bambini che già si comportano e parlano come adulti a due interpreti che “grandi” (per età e fama) lo sono da un pezzo. Heathcliff e Cathy sono due nomi e due gusci d’uovo da cui, senza nemmeno troppa grazia, Fennell estrae il tuorlo originale per riempirli di tutte le ossessioni e i temi ricorrenti che innervano ormai da tre film suo cinema. Dal feticismo per i capelli che percorre i film fin dal titolo di testa alla contaminazione del colore rosso più vivo in cui si annegano i sentimenti più oscuri dei protagonisti, dalla sensualità allusiva e sfacciata che permea il cibo, dalla terra, dagli arredi, da ciò che di più artificiale e naturale popola gli spazi del racconto, Fennell convoglia in questo film quello stesso impulso passionale distruttivo che era alla base di Saltburn, dividendolo tra i due protagonisti.

Jacob Elordi e Margot Robbie sembrano i due protagonisti di un libro rosa dalla trama via via più “piccante” proprio perché Fennell ricerca esattamente quella sensazione. È forse l’intuizione più riuscita di questo “Cime tempestose”, a tratti geniale. Di fronte a una storia d’amore scritta da una giovane scrittrice in un contesto personale e familiare che oggi non esiteremmo a definire problematico e che è stato nei secoli spesso derubricata (a torto o a ragione) come melodrammatica ed eccessivamente adolescenziale in certe svolte depresse e disperate, Fennell trasforma il suo adattamento proprio in ciò che i suoi detrattori ci hanno sempre visto dentro. Prende cioè in prestito il tramonto infuocato di Via col vento, il bel servo di casa a che spacca la legna a petto nudo degno di certe soap latino americane, tutto l’immaginario degli spasimanti romanzi rosa pudici di un tempo e il ben più esplicito smut di oggi, inserendo nella pellicola persino un roleplay tra dominatore e sottomessa.

Fennell si perde nella sua tempesta di pulsioni

È un qualcosa che, a livello subconscio, nel romanzo originale non è difficile rintracciare. Fennell va insomma a caccia di pulsioni e le incarna nei corpi bellissimi dei suoi protagonisti, nei sontuosi set che urlano le loro mai delicate allegorie, tra mani che reggono candele, stucchi che addentano fili di perle e pareti che rappresentano la carne e la pelle della protagonista.

Dentro la sua tempesta amorosa però si perde. Un po’ perché rimane un’autrice al suo terzo film (e alla prima prova “blockbuster”), un po’ perché dopo Promising Young Woman e Saltburn, non è ancora chiaro se sotto gli accenni di necrofilia e la passione per il fingering di cibo e varie entità materiche ci sia una visione poi così forte. Fennell ha chiaramente detto che il suo “Cime tempestose” è figlio della prima lettura del romanzo, delle immagini e sensazioni che le ha scatenato. È evidentemente una fantasia adolescenziale, in cui l’amore tra i due protagonisti si trasforma in un’ossessione che tutti provano per la protagonista Margot Robbie: non c’è personaggio che non possa essere ridotto a un'entità che la desidera oltre la ragione o il senso. Heathcliff è semplicemente il capobanda. Capricciosa e crudele, ma sensibile e irresistibile quando necessario, questa Cathy è più la proiezione di una fantasia puerile di essere amati e “visti” disperatamente più che una persona reale.

Opulento e ricolmo di dettagli visivi e musicali, davvero mai sottile nell’introdurli allo spettatore, “Cime tempestose” si ferma un attimo prima di tirare le somme della sua operazione. In questo è profondamente differente dai film citati da Fennell, che avevano indubbia capacità di amplificare l’essenza della storia originaria, spogliandola di tutto il resto. Il Romeo+Giulietta di Luhrmann ad esempio riusciva a restituire l’innocenza dell’amore giovanile shakesperiano, guardandolo negli occhi senza paternalismi, mentre Coppola percorreva tutti i demoni e le depravazioni di Dracula fino a raccontarne il sentimento più romantico, inossidabile, dolce.

I detrattori di Fennell sostengono da tempo che sotto il suo gusto per shockare il pubblico con immagini forti e osare nel sessualmente esplicito non ci sia niente di autentico, niente che valga davvero la pena dire. Lo shock è il messaggio. “Cime tempestose” non li smentisce del tutto, anzi: è una corte di simulacri vuoti in cui ti chiedi se si nasconda un’anima o sia solo un’opulenta summa dei tanti modi in cui quella pulsione amorosa tanto forte da essere mortifera è stata ridotta e semplificata fino a diventare cliché.


I personaggi migliori di "Cime tempestose" sono i più ridicoli

Stavolta qualcosa di autentico però c’è, anche se ben nascosto. Un personaggio eccezionale “Cime tempestose” ce l’ha e, non a caso, è il più odioso di tutti. È il padre della protagonista, nobile decaduto, bevitore e giocatore indefesso, narciso e ricattatore emotivo senza pari. La sua parabola, manco a dirlo tragica, è coerente fino alla fine e, guarda caso, è l’unico a riuscire a tratti a uscire dalla fascinazione della protagonista. Nel suo essere vile, nel suo essere incapace di cambiare, ha un'umanità che va oltre la figurina dell'affresco visivo del film. In effetti sono i personaggi più ridicoli e meno attraenti quelli che avrebbero qualcosa da dire, vedi la ragazzina bloccata in un eterno mondo dei balocchi i cui ricami e lavoretti trasudano di una libido inespressa, una vena masochistica potentissima. Sarebbe infinitamente più interessante esplorare il bizzarro rapporto che s’instaura tra lei e Heathcliff, che è molto più preordinato e regolamentato nei suoi eccessi di quello con Cathy, ma il problema di Fennell è proprio che non sa vedere nella sua storia ciò che funziona e anzi: tende sempre a puntare su quanto di più banale si trova a dire.