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La Bola Negra, recensione: è arrivato il momento di consacrare il nuovo cinema spagnolo?

Tra guerra civile, desiderio e identità negate, La Bola Negra prova a trasformare la memoria queer spagnola in un’epopea cinematografica monumentale. Con risultati tanto affascinanti quanto irrisolti.

La Bola Negra, recensione: e arrivato il momento di consacrare il nuovo cinema spagnolo?
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Acclamato a Cannes con una lunghissima standing ovation, La Bola Negra è il progetto più ambizioso del duo registico formato dai Los Javis: un melodramma queer che attraversa quasi un secolo di storia spagnola per raccontare desideri repressi, identità cancellate e memorie sopravvissute clandestinamente al franchismo. Un’opera enorme, stratificata e visivamente travolgente, che alterna momenti di autentica grandezza cinematografica a un racconto che, nel tentativo di contenere tutto, finisce spesso per smarrire misura e compattezza.

A mettere in piedi quest’opera ambiziosa sono i Los Javis, diventati da qualche anno il volto più riconoscibile della nuova creatività spagnola. Javier Calvo e Javier Ambrossi non sono soltanto registi o sceneggiatori, ma autentici catalizzatori culturali capaci di tenere insieme cinema d’autore, serialità televisiva, cultura queer e mainstream popolare. Dopo l’esordio cinematografico di Holy Camp! e soprattutto il successo enorme di serie come Veneno e La Mesías, la sensazione era che il duo fosse pronto al salto definitivo nel grande cinema internazionale. La Bola Negra nasce esattamente con quell’ambizione, rimanendo però saldamente ancorato alla produzione nazionale.

Anche il contesto produttivo racconta molto bene come questo duo stia traghettando il cinema spagnolo nel futuro con un’operazione di continuità col passato. Il film arriva infatti sotto l’egida di El Deseo, la casa di produzione dei fratelli Almodóvar, presente nello stesso festival anche con il nuovo film di Pedro. È quasi un passaggio di consegne simbolico tra il grande cinema spagnolo del passato e una nuova generazione che continua a interrogarsi sugli stessi temi: desiderio, identità, repressione, attraverso sensibilità però molto differenti.

La Bola Negra immagina un romanzo perduto di García Lorca

Perché La Bola Negra è soprattutto un film sulla memoria queer spagnola. Una memoria frammentata, clandestina, spesso sepolta letteralmente sotto terra. A un certo punto del film un personaggio racconta di un aratro che, impigliandosi nel terreno di un villaggio, riporta alla luce un antico mosaico romano raffigurante una coppia lesbica. È probabilmente la scena che sintetizza meglio l’intero progetto dei Los Javis: la storia queer come qualcosa che è sempre esistito, ma che la società ha continuamente nascosto e condannato all’invisibilità.

Il film attraversa tre linee temporali differenti: 1932, 1937 e 2017, intrecciando continuamente realtà storica, finzione letteraria e melodramma sentimentale. Nel presente Alberto (Carlos González), scrittore che ha abbandonato la narrativa per dedicarsi alla saggistica storica, riceve in eredità da un nonno con cui non aveva rapporti un misterioso manoscritto. È proprio La Bola Negra, opera ispirata al progetto incompiuto che Federico García Lorca stava scrivendo prima di essere assassinato e intrecciata con La piedra oscura di Alberto Conejero, tra le ispirazioni del film stesso. Dentro quel manoscritto emerge la figura di Carlos, ricco giovane emarginato dalla propria comunità per le voci riguardanti la sua omosessualità. Parallelamente, nella Spagna della guerra civile, il musicista Guitarricadelafuente interpreta Sebastián, soldato di umili origini incaricato di sorvegliare un prigioniero nemico che finirà per incrinare progressivamente le sue certezze emotive e identitarie. Attorno a loro si muove una rete vastissima di personaggi, famiglie, traumi ereditati e desideri soffocati, in un continuo dialogo tra passato e presente.

I Javis perdono la presa sul loro film nella seconda metà di La Bola Negra

L’idea più interessante del film è proprio questa: raccontare la costruzione dell’identità queer non come esperienza individuale isolata, ma come storia collettiva tramandata nel tempo attraverso silenzi, omissioni e segreti. Nella Spagna raccontata dai Los Javis la fine della dittatura non coincide automaticamente con la liberazione. Le vite queer continuano a sopravvivere nascoste dentro appartamenti, lettere e manoscritti, custodite da persone che aspettano semplicemente che il paese diventi abbastanza maturo da poter finalmente guardare quella memoria senza vergogna, laddove lo spirito nazionale è governato da un fortissimo senso del pudore.

Che i Los Javis vogliano realizzare un “grande film” lo si percepisce immediatamente. La Bola Negra ha il respiro del cinema monumentale, quello che tenta costantemente di intrecciare tragedia nazionale e melodramma privato. Ci sono scene girate con una sicurezza impressionante, soprattutto nella prima metà. La lunga sequenza ambientata durante i festeggiamenti per l’arrivo degli italiani, trasformata improvvisamente in una carneficina, è probabilmente il momento migliore dell’intera pellicola. I registi orchestrano movimenti di macchina tra le comparse investite dalla violenza bellica senza perdere mai il punto di vista emotivo dei personaggi. È una scena che racconta perfettamente quanto il duo sia cresciuto anche dal punto di vista strettamente cinematografico.

Per oltre un’ora il film riesce davvero a trascinare. Le immagini hanno forza, il racconto possiede un’urgenza sincera e i personaggi riescono a reggere la complessità della struttura narrativa. Il problema emerge quando l’ambizione del progetto inizia progressivamente a divorare il film stesso. I Los Javis accumulano continuamente linee narrative, simbolismi, raccordi temporali e immagini allegoriche senza trovare quasi mai il coraggio di sottrarre. Le coincidenze diventano via via più artificiose, alcune sottotrame sembrano esistere più per espandere ulteriormente il mondo del film che per reale necessità narrativa e molte immagini, pur magnifiche, finiscono per perdere essenzialità drammatica. Le splendide sequenze ambientate sul ghiacciaio, per esempio, hanno una potenza visiva indiscutibile ma arrivano in un momento in cui il film appare già narrativamente saturo.

La sensazione progressiva è quella di assistere ad autori che stanno tentando di domare un’opera troppo grande per loro. La Bola Negra vuole essere insieme melodramma storico, riflessione sulla memoria collettiva, elegia politica e grande romanzo nazionale spagnolo. In alcuni momenti riesce davvero a esserlo, ma in molti altri appare invece schiacciato dal peso delle sue stesse ambizioni. È soprattutto la parte finale a soffrire maggiormente questo sovraccarico. Il film continua a cercare una chiusura definitiva moltiplicando epiloghi emotivi e immagini simboliche, ma senza trovare davvero il gesto conclusivo capace di dare senso a tutto ciò che ha accumulato fino a quel momento. Più che culminare, La Bola Negra sembra lentamente sfilacciarsi, come se i registi non riuscissero a decidere a quale delle sue molte anime dare davvero priorità.

Anche alcune presenze prestigiose sembrano rispondere più a una logica di prestigio produttivo che a una reale necessità narrativa. Penélope Cruz, pur presente molto poco, riesce comunque a lasciare un segno emotivo fortissimo. Glenn Close invece appare più sacrificata e persino penalizzata da uno spagnolo mai davvero credibile (vedi le risatine imbarazzate degli spagnoli in sala), in un ruolo di puro raccordo, che appare meno centrale di quanto il casting potesse far immaginare.

I Javis continuano a ragionare in termini televisivi

A emergere è anche una difficoltà ancora evidente nel passaggio definitivo dal linguaggio televisivo a quello cinematografico. I Los Javis mantengono un approccio molto “espansivo” alla narrazione: la colonna sonora entra continuamente per sottolineare emozioni già chiarissime, il montaggio raramente cerca sintesi e il film sembra quasi avere paura del vuoto o del silenzio. Tutto viene amplificato, spiegato, ribadito. Una strategia che nella serialità può funzionare benissimo, ma che qui finisce per appesantire un racconto che avrebbe probabilmente avuto molta più forza attraverso qualche rinuncia.

Eppure sarebbe ingeneroso liquidare La Bola Negra come un semplice film irrisolto o pretenzioso. C’è qualcosa di sinceramente vitale nella sua enorme imperfezione. I los Javis stanno chiaramente tentando di costruire un cinema queer popolare e monumentale insieme, capace di dialogare sia con Almodóvar sia con una generazione cresciuta con la serialità contemporanea e poco altro.

6.5

Voto

Redazione

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La Bola Negra, recensione: è arrivato il momento di consacrare il nuovo cinema spagnolo?

In un concorso di Cannes ricchissimo di film queer e di racconti sulla costruzione dell’identità dentro contesti repressivi e bellici, La Bola Negra è probabilmente uno dei titoli emotivamente più immediati e sinceramente travolgenti. Non è però necessariamente il più compiuto. Altri film presenti in selezione riescono a raggiungere risultati simili con maggiore precisione e controllo formale, e il confronto diretto finisce inevitabilmente per evidenziare soprattutto le debolezze della seconda metà dell’opera. Resta però il fascino di un film che osa continuamente troppo invece di proteggersi dietro il minimalismo o il controllo. La Bola Negra è il classico secondo grande film di autori ancora in piena esplosione creativa: debordante, irrequieto e spesso eccessivo, ma attraversato da un desiderio di cinema così sincero e totalizzante da renderne difficile il rifiuto completo.