L'agente segreto: un magistrale thriller politico che scava nel passato

Wagner Moura è un uomo in fuga nel Brasile degli anni Settanta. Un film intenso e avvincente, premiato a Cannes e candidato a quattro Oscar. Al cinema.

L'agente segreto: un magistrale thriller politico che scava nel passato

Brasile, 1977. Armando Solimões, ex professore universitario rimasto vedovo per circostanze che verranno poi chiarite, lascia San Paolo per raggiungere Recife durante le settimane del Carnevale, un periodo di grande fermento per l'intero Paese. Ufficialmente il suo spostamento è per riabbracciare il figlio Fernando, affidato ai nonni materni dopo la scomparsa della moglie Fátima. In realtà il protagonista de L'agente segreto sta scappando da qualcuno che lo vuole morto.

Armando trova rifugio in una sorta di comune gestita dall'anziana Dona Sebastiana, ex anarchica diventata punto di riferimento per i dissidenti politici e i rifugiati, che condivide lo stabile di sua proprietà con altri fuggiaschi. La rete clandestina di oppositori al regime gli procura un lavoro di copertura presso l'ufficio statale relativo all'archiviazione delle carte d'identità, dove assume il fittizio nome di Marcelo. Nel frattempo la polizia sta indagando sul ritrovamento di una gamba umana nello stomaco di uno squalo tigre, e due sicari vengono inviati sulle tracce del fuggitivo, assoldati da una sua vecchia conoscenza.

L

Un regista che ormai non è più un segreto

Chi ha visto il suo precedente lungometraggio di finzione, ovvero l'atipico e fenomenale gangster-movie Bacurau (2019) che gli valse il premio della giuria al Festival di Cannes, già sapeva che Kleber Mendonça Filho era un autore da tenere d'occhio, pronto a lasciare il segno nel cinema contemporaneo. La conferma è arrivata con L'agente segreto, che dopo due altri importanti riconoscimenti alla kermesse francese (attore e regia), ha ottenuto ben quattro candidature ai prossimi Oscar, inclusa quella per il miglior film.

L

Dopo la parentesi documentaristica dell'efficace Retratos Fantasmas (2023), splendida riflessione sui cinema della sua Recife e sulla memoria culturale brasiliana, il regista è tornato con un'opera ambiziosa che mescola thriller politico, spy-story e una meditazione metalinguistica sul potere dell'immagine, in un presente dove il passato è più facile da rivivere, in tutte le sue amare contraddizioni, per uno scavo nella memoria sempre necessario.

Ci troviamo davanti a un film profondamente radicato nei luoghi cari all'autore, con Recife che non è soltanto un semplice palcoscenico dei tormentati eventi ma una sorta di personaggio a tutti gli effetti, con i suoi ponti, le strade che si affacciano sul fiume Capibaribe, il glorioso Cinema São Luiz che diventa teatro di incontri clandestini. Chi ha visto il precedente documentario riconoscerà immediatamente questi luoghi e comprenderà quanto il rapporto con la sua città natale sia viscerale, fatto di amore e nostalgia ma anche di consapevolezza critica verso una storia complessa e spesso dolorosa, che d'altronde è la storia dell'intera nazione.

L

La struttura narrativa, in un primo tempo relativamente lineare, si sposta su territori metanarrativi quando a un certo punto scopriamo come venga in realtà “raccontata” tramite registrazioni audio custodite in un archivio universitario di San Paolo, ascoltate da una giovane ricercatrice che intende ricostruire i fatti e di scoprire cosa sia effettivamente accaduto al protagonista. Questo espediente trasforma il racconto in una riflessione sulla memoria storica, tanto amara quanto inevitabilmente liberatoria per fare i conti con i rimossi e il vuoto lasciati da chi non c'è più.

Tra cinema e realtà

Le diverse sequenze ambientate nel cinema, con manifesti e spezzoni di pellicole cult dell'epoca – da Il presagio (1976) a Lo squalo (1975) e molte altre, inclusa Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (1973) con Jean-Paul Belmondo, dal quale è stato “preso in prestito” il titolo – non sono semplice citazionismo ma parte integrante del discorso: il cinema come archivio, come luogo di incontro e resistenza contro le logiche di un potere che non guarda in faccia niente e nessuno.

E proprio il riferimento al capolavoro di Spielberg acquista una valenza particolare. La gamba trovata nelle interiora dello squalo in decomposizione, episodio apparentemente grottesco, si rivela una metafora potente sulla violenza che il regime cercava di nascondere dietro storie folkloristiche e leggende urbane. Mendonça Filho si diverte in una memorabile sequenza surreale a mostrare questo arto reciso che prende vita e va in giro per la città a colpire delle coppiette appartate in un parco, in un delirio pulp che mescola horror, satira e denuncia sociale. Un passaggio che potrebbe sembrare gratuito ma che in realtà incarna perfettamente l'ambiguità di un periodo storico dove la verità veniva sistematicamente occultata.

L

Con un protagonista guascone ma umanissimo interpretato da un Wagner Moura mai così bravo, e l'ultima apparizione su schermo del compianto Udo Kier in un intenso cameo, L'agente segreto è un cinema in grado di essere al contempo politico e popolare, facile e raffinato. Stante su un equilibrio invidiabile tra il rigore formale e un'energia quasi barocca, tipicamente carioca, che emerge nei momenti carnevaleschi e nelle scene corali, fino a quell'epilogo che viene scelto di non mostrare direttamente ma di affidare ai resoconti dei giornali, a voler sottolineare come il passato vada ricercato in prima persona in tutta la sua tragica ineluttabilità, senza facili soluzioni, happy ending o catarsi di routine.

 

Gallery

L'agente segreto

Rating: TBA

Durata: 160'

Nazione: Brasile

8

Voto

Redazione

3.jpg

L'agente segreto

Un thriller politico ambizioso e stratificato, che mescola dinamiche da spy-story, riflessione sulla memoria e dichiarazione d'amore per il cinema. L'agente segreto conferma Kleber Mendonça Filho come uno dei cineasti più importanti della scena contemporanea, capace di intrattenere e far pensare il pubblico e di tenerlo incollato allo schermo per oltre due ore e mezza, mai pesanti o ridondanti. Il regista non si accontenta di raccontare il Brasile della dittatura, ma vuole farci sentire il peso di quegli anni, il senso di paranoia che permeava ogni aspetto della vita quotidiana, la resistenza silenziosa di chi continuava a sperare. Un film che sa cosa dire e come vuol dirlo, consapevole di quanto sta raccontando e in grado di trovare la giusta chiave di lettura per non cedere alla retorica e al didascalismo, lasciando che i personaggi vivano di vita propria, in una storia dalle molteplici sfumature stilistiche e (meta)narrative.

 

Iscriviti alla Newsletter

Resta aggiornato sul mondo Gamesurf: anteprime, recensioni, prove e tanto altro.

ISCRIVITI