L'esplosione delle serie turche: Dizi e soft power nel bel paese

L'esplosione delle serie turche: Dizi e soft power nel bel paese

Il successo globale delle serie televisive turche non è solo una storia di intrattenimento, né un mero caso di studio industriale. È una discussione politica, nel senso più sottile e contemporaneo dell’aggettivo. La fiction seriale diventa il luogo in cui un paese racconta ciò che vuole essere visto, mentre oscura ciò che non vuole venga discusso. Raccontare l’ascesa delle dizi solo come un trionfo commerciale significa accettare una lettura incompleta. La loro efficacia non risiede nella qualità produttiva o nella capacità di intercettare gusti trasversali, ma nella funzione che svolgono come dispositivo di normalizzazione. Le serie turche non negano esplicitamente i problemi politici del paese, li rendono irrilevanti, spostandoli fuori fuoco. Ed è questa rimozione silenziosa, quotidiana, reiterata, a renderle uno degli strumenti di soft power più sofisticati e meno dichiarati del panorama audiovisivo globale.

L’esplosione delle serie televisive turche nei palinsesti internazionali viene spesso raccontata come una favola di successo partita dal basso: produzioni competitive, una domanda globale in forte crescita e broadcaster occidentali alla ricerca di contenuti affidabili a basso rischio. I numeri ci aiutano a chiarire la portata del fenomeno: ogni anno in Turchia vengono prodotte oltre ottanta nuove serie, mentre tra il 2020 e il 2023 la domanda globale di fiction turca è cresciuta di oltre il 180 per cento. Oggi le dizi (abbreviazione di televizyon dizileri) sono distribuite in più di 170 paesi e raggiungono un pubblico stimato tra i 700 e i 750 milioni di spettatori, con un valore economico dell’export che oscilla tra i 600 milioni e il miliardo di dollari annui. Si tratta di una scala che non ha equivalenti in paesi di PIL comparabile e che colloca Ankara tra i principali esportatori mondiali di serie TV, seconda oggi solo agli Stati Uniti in termini di diffusione.

Per oltre un decennio questo successo è stato spiegato quasi esclusivamente attraverso dinamiche di mercato: soggetti semplici dai costi contenuti, reti di distribuzione aggressive, una forte domanda iniziale nei Balcani e nel Medio Oriente, seguita da una penetrazione sempre più consistente in America Latina ed Europa. Negli ultimi anni, però, il quadro è mutato. Il governo turco ha iniziato a riconoscere formalmente le dizi come asset strategico, introducendo incentivi economici legati all’export e al turismo. Il ministro della Cultura e del Turismo ha definito la fiction “uno degli strumenti più influenti del paese”, sottolineando come l’industria televisiva sia ormai parte integrante della proiezione internazionale di Ankara come stato all’avanguardia. Le serie esportate propongono una Turchia moderna, ordinata, attraversata sì da conflitti emotivi, ma quasi mai politici.

Valori tradizionali come famiglia eterogenitoriale, religiosità e patriottismo vengono normalizzati come elementi fondativi, mentre temi come repressione del dissenso, libertà di stampa, diritti delle minoranze o tensioni etniche restano sistematicamente fuori campo. Una rappresentazione che si intreccia con una realtà meno visibile al pubblico internazionale: la forte censura interna. In patria, le dizi sono sottoposte al controllo del Consiglio Supremo per le Telecomunicazioni (RTÜK), che impone tagli e sanzioni per contenuti ritenuti immorali, inclusi riferimenti alla sessualità, al consumo di alcol o alle tematiche LGBTQ+. Il risultato è un sistema produttivo che privilegia narrazioni conservatrici e compatibili con l’ideologia governativa, scoraggiando approcci critici o dissonanti. Non è propaganda, bensì l’ennesimo caso di culture washing.

La scelta di investire nella fiction televisiva non è casuale. La serialità offre una combinazione difficilmente eguagliabile da altri strumenti di comunicazione: un’esposizione prolungata che può durare centinaia di ore per titolo, una penetrazione quotidiana che non viene percepita come istituzionale e un’ambiguità comunicativa che consente di veicolare immaginari politici senza apparire come réclame. Per uno Stato interessato a rafforzare la propria legittimità simbolica all’estero, la fiction rappresenta una forma di influenza ad altissima efficacia. Non sorprende quindi che il presidente Erdoan abbia più volte indicato le serie televisive come leva, sia verso l’esterno sia sul piano interno.

Produzioni storiche come Resurrection: Ertugrul hanno riletto il passato ottomano in chiave nazionalista e identitaria, contribuendo a rafforzare una narrazione coerente con l’attuale linea governativa e migliorando l’immagine del paese anche in contesti tradizionalmente critici verso Ankara. Ogni complessità viene asciugata a favore di un racconto epico, ordinato e ideologicamente compatibile. Una strategia sociale multilivello che la Turchia persegue da anni: Ankara continua ad investire regolarmente in grandi eventi sportivi, sponsorizzazioni internazionali, promozione turistica aggressiva e grandi progetti infrastrutturali presentati come simboli di grandezza e apertura. Le campagne pubblicitarie, spesso alimentate dalla popolarità delle location viste nelle serie, hanno contribuito a un aumento significativo dei flussi turistici (+10% di anno in anno), rafforzando l’immagine del paese come destinazione sicura e culturalmente affascinante, nonostante il deterioramento progressivo degli indici di libertà democratica registrato negli ultimi anni da organizzazioni internazionali.

Mentre le dizi raccontano una nazione stabile, moralmente coesa e armonica, il paese continua a collocarsi nelle fasce più basse degli indici internazionali sulla libertà di stampa e sul pluralismo democratico, con decine di professionisti detenuti o sotto processo per reati legati all’espressione. In un recente esempio, lo scorso 11 settembre le autorità turche hanno sequestrato uno degli ultimi grandi gruppi mediatici considerati indipendenti, trasferendo il controllo di Can Holding (proprietario di emittenti come Habertürk, Show TV e Bloomberg HT) a un fondo statale nell’ambito di un’indagine per presunta corruzione e reati finanziari. L’operazione ha incluso mandati di arresto per dirigenti e il commissariamento di oltre un centinaio di società collegate al gruppo. Pur senza un’immediata sospensione delle trasmissioni, il provvedimento ha di fatto portato anche queste testate sotto influenza governativa, riducendo ulteriormente lo spazio del pluralismo mediatico nel paese.

In questo contesto, l’Italia assume un ruolo tutt’altro che marginale. È oggi il secondo mercato europeo per le dizi dopo la Spagna, con ascolti vertiginosi: un singolo titolo come Terra Amara ha superato i 2,7 milioni di spettatori, mentre il daytime di Canale 5 raggiunge stabilmente share intorno al 19-20 per cento grazie alla serialità turca come Endless Love e Love is in the Air. La diffusione italiana resta formalmente commerciale, coi vertici di Mediaset a confermare una partnership d’acciaio anche per il prossimo biennio. Un ruolo fondamentale in ogni processo di soft power è giocato da ‘chi’ diffonde, spesso più rilevante di ‘cosa’ viene diffuso. Netflix, Mediaset Infinity e altri non acquistano contenuti per finalità politiche, ma per logiche di catalogo, audience e sostenibilità economica. Tuttavia, nel loro funzionamento industriale, diventano moltiplicatori esponenziali del messaggio. Un doppio canale, quello della televisione generalista e quello della distribuzione on demand globale, che consente una circolazione continua e transnazionale degli stessi immaginari. 

Il culture washing funziona proprio grazie a questo un meccanismo di sostituzione simbolica: al centro dello spazio pubblico internazionale sparisce il conflitto politico, sostituito da un racconto culturale percepito come neutro, accessibile e non minaccioso. Eventi sportivi, produzioni audiovisive, festival, musei e iniziative mediatiche, usati per costruire un’immagine di adeguamento alla morale contemporanea. Dispositivi che non cancellano le criticità, ma le spostano ai margini dell’attenzione mediatica, dove diventano rumore di fondo rispetto alla potenza narrativa dell’evento o del prodotto multimediale. Attraverso la ripetizione quotidiana di immagini, storie e valori apparentemente apolitici, si costruisce una percezione di normalità che finisce per neutralizzare la portata delle critiche pubblico. Il nodo, dunque, non riguarda il valore artistico delle serie né il gusto del pubblico, quanto l’uso sistematico dell’industria come strumento di legittimazione simbolica.

Le dizi funzionano proprio perché non sembrano politiche. Ed è esattamente per questo che lo sono.

 

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