A Knight of the Seven Kingdoms sarà la serie più fedele all’universo di George R.R. Martin

Dal rapporto tra Dunk ed Egg alla costruzione di un tono più leggero del consueto: il red carpet romano racconta la direzione narrativa di A Knight of the Seven Kingdoms.

di Elisa Giudici

L’arrivo di Westeros in Italia passa dal tappeto rosso del Cinema Moderno di Roma. In uno dei cinema più noti della capitale, in occasione dell’evento di lancio della piattaforma in Italia, HBO Max ha presentato in anteprima i primi due episodi di A Knight of the Seven Kingdoms, alla presenza dei vertici della piattaforma e del cast principale.

A raccontare il lungo lavoro dietro la serie che diventa la terza incursione televisiva nel mondo di A Song of Ice and Fire dello scrittore George R.R. Martin è stato innanzitutto lo showrunner Ira Parker, che con “l’amico George” ha lavorato gomito a gomito per adattare l’omonima trilogia di novelle in un nuovo show. Parker ha spiegato come la necessaria espansione delle brevi novelle originali è passata dalla possibilità di “divertirsi a Westeros”. Il torneo al centro della storia diventa il punto di partenza per un’esplorazione nel mondo caotico e popolare di Ashford e della sua fiera, dove nobili e servitori convivono tra fango, tende e bevute collettive. Un contesto che ha permesso di dare maggiore spessore a personaggi solo accennati nei libri (dai Fossoway a Ser Lyonel Baratheon) e soprattutto di esplorare più a fondo il rapporto tra Duncan ed Egg, prima che la loro dinamica venga messa alla prova dagli eventi.

Per Peter Claffey, che interpreta il protagonista Duncan “Dunk” the Tall, l’ingresso in un franchise così amato è stato al tempo stesso un onore e una responsabilità. L’attore ha sottolineato quanto fosse importante non tradire un personaggio amato come il suo cavalier errante, rivendicando una fedeltà al testo che considera centrale per il successo della serie. Anche il tono, più ironico rispetto ad altri capitoli dell’universo televisivo di Westeros, nasce dal punto di vista del protagonista: un cavaliere errante, abituato alla strada e al contatto diretto con i popolani, che porta con sé umorismo senza rinunciare alla durezza tipica di quel mondo.

Claffey ha poi parlato del rapporto con Dexter Sol Ansell, il ragazzino che interpreta il suo scudiero Egg: tra i due si è sviluppato un legame cresciuto nel tempo e costruito anche fuori dal set. Un elemento che si riflette direttamente sullo schermo, dove la relazione tra i due personaggi è il vero asse emotivo della serie.

Ritorno a Westeros, via Roma: le voci dal red carpet di A Knight of the Seven Kingdoms

Ira Parker – Showrunner

La serie è stata accolta molto bene dalle prime recensioni, che parlano di grande fedeltà al materiale letterario. Come hai lavorato sull’adattamento delle novelle e sulla loro espansione?

Una parte importante dell’espansione è stata semplicemente divertirsi a Westeros. È un torneo: è la versione medioevale di Glastonbury, del Coachella. Tutti campeggiano insieme, nobili e servitori, stanno tutti in mezzo al fango a bere. È impossibile non divertirsi. Abbiamo potuto approfondire personaggi solo accennati nel libro, come Ser Lyonel Baratheon o i Fossoway e soprattutto passare più tempo con Duncan ed Egg, esplorando il loro rapporto prima di ribaltarlo.

Se il budget non fosse stato un problema, c’è qualcosa che avresti voluto fare e che non è stato possibile?

C’era una sequenza di flashback nel quinto episodio. Volevo raccontare una lunga storia ambientata a Redgrass Field, tra saccheggi e inseguimenti a Flea Bottom. Sarebbe stata molto divertente, ma anche molto costosa. Alla fine è stata ridotta, credo a beneficio della storia: quello che resta è più solido e spero che il pubblico sia d’accordo.

Peter Claffey – Duncan “Dunk” The Tall

Come ci si sente a entrare in un franchise così amato e seguito?

È un onore enorme, ma anche qualcosa di un po’ spaventoso. Sono un grande fan della serie originale e conosco la passione del fandom. Volevo davvero rendere giustizia al materiale, soprattutto al Cavaliere errante. La cosa che mi rende più orgoglioso è che siamo rimasti il più fedeli possibile al libro: non amo quando la letteratura viene “corrotta” nel passaggio allo schermo.


Il tono della serie è molto ironico, pur restando fedele all’universo di Game of Thrones. Come avete lavorato su questo equilibrio?

La storia è raccontata dal punto di vista di un cavaliere errante, qualcuno che viene dalla strada, dalla polvere. Questo porta naturalmente molto umorismo nei rapporti con gli altri popolani. Ira voleva spingere su questo aspetto senza perdere la brutalità e la durezza tipiche di Westeros. Il risultato è un equilibrio tra epica e ironia, che secondo me definisce perfettamente la serie.

Com’è stato lavorare con un compagno di scena così giovane come Dexter Sol Ansell?

Quando l’ho conosciuto aveva nove anni. Pensavo che avrei dovuto proteggerlo e guidarlo, invece mi ha colpito subito per la sua maturità. È stato un onore recitare con lui e vederlo crescere: ora ha undici anni e sento un legame molto forte, anche con la sua famiglia. Ha un futuro enorme davanti a sé.

Sam Spruell – Maekar I 

La serie abbraccia un’idea molto fisica e quasi caotica del Medioevo, soprattutto nelle scene di eccesso, violenza e festa. Come hai lavorato per incarnare questa energia “medievale” sul set?
Una delle cose che amo di questo mondo è quanto sia concreto, diretto. La vita vale poco e c’è un umorismo da forca che attraversa ogni cosa. I contesti medievali spesso richiedono personaggi grandi, sopra le righe, ma quello che mi interessava davvero era il disordine: corpi che sudano, bevono, ballano, perdono il controllo.

Finn Bennett - Aerion Targaryen

Molti attori dicono che interpretare un villain è divertente. È stato così anche per te?

In parte sì, perché ti permette di liberare aggressività. Ma allo stesso tempo significa convivere con sentimenti molto oscuri, e questo a volte mi ha tolto il sonno durante le riprese. Inoltre i villain di Game of Thrones e House of the Dragon sono così iconici che ho sentito una forte pressione nel non essere all’altezza.

Hai sentito il peso dell’eredità dei Targaryen?

Sì, moltissimo.

Qual è stata la parte più difficile del ruolo?

Paradossalmente… andare a cavallo. Non ero mai salito su un cavallo prima. Sono animali splendidi, ma quando sentono “azione” partono subito. A volte mi ritrovavo a entrare nell’inquadratura senza che fosse il mio turno.


Tanzyn Crawford – Tanselle

Cosa ti ha colpito di Tanselle come personaggio?

Mi piace perché è molto introspettiva e valorizza competenze che in quel mondo spesso non vengono considerate. È consapevole di ciò che sa fare e di ciò che vale.

Come ti sei preparata per il ruolo?

Ho cercato di entrare in una dimensione più calma e osservatrice. Ho iniziato a usare i pastelli a olio per stimolare la creatività, anche se non sono una pittrice. In realtà sono molto più brava a cucire. La chiave per me è stata imparare ad ascoltare e osservare: è lì che vive Tanselle.

Entrare in un universo con un fandom così forte ti ha spaventata?

Un po’. Non avevo mai visto Game of Thrones prima dell’audizione, ho recuperato qualche episodio per prepararmi. Ma la mia idea era essere onesta con il personaggio. Sono orgogliosa del lavoro fatto e spero che il pubblico lo apprezzi.

Daniel Ings – Lyonel Baratheon

Cosa ti ha convinto ad accettare il ruolo?

Il soprannome: The Laughing Storm. Mi hanno preso subito. Poi ho letto che era descritto come “Jack Sparrow incontra Ernest Hemingway” e a quel punto ero completamente conquistato.

Le tue scene sono spesso molto caotiche, al tuo personaggio piace festeggiare. Quanto spazio c’è stato per l’improvvisazione i suoi colpi di testa?

 Il caos che si vede sullo schermo è in realtà costruito con estrema precisione ed è proprio questa struttura a permetterti, come attore, di essere completamente indisciplinato al suo interno. Coreografi il movimento quel tanto che basta, poi lasci spazio all’istinto. È un privilegio poter portare quel caos e avere una troupe pronta a catturarlo.