Se non hai ancora visto A Knight of the Seven Kingdoms, hai mancato la prima serie imperdibile del 2026
Quella di A Knight of the Seven Kingdoms è una storia di TV che vorremmo raccontare più spesso: un franchise che si perde e poi si ritrova, ascoltando i fan e trovando le giuste soluzioni per espandersi.
Ora che l’ultimo episodio di A Knight of the Seven Kingdoms è arrivato su HBO Max e i lacci degli spoiler sono meno stringenti, si può finalmente analizzare nel dettaglio perché questo spin-off di Il trono di spade abbia funzionato così tanto, regalando agli spettatori (fan e non della saga originale di George R.R. Martin e della prima “storica” serie) un vero gioiello. Quella di A Knight of the Seven Kingdoms è una storia produttiva che dà speranza in un mondo dell’intrattenimento, ormai lo sappiamo bene, che anche per la nostra pigrizia di spettatori finisce per essere ingabbiato nella logica dei franchise. Vediamo pochi prodotti originali, tendiamo a cercare storie e personaggi con cui abbiamo una certa familiarità: da qui deriva l’esigenza per chi detiene i diritti delle grandi saghe di successo di ampliarle ben oltre i loro confini iniziali, dandoci contenuti da consumare, nuovi e al contempo già familiari.
A Knight of the Seven Kingdoms funziona molto meglio di House of the Dragon
Il mondo letterario di Westeros, in questo senso, si presta molto meglio di altri a quest’operazione, potendo spaziare su interi continenti, nazioni, genealogie e accennando già nella saga principale a millenni di storia pregressa (e potenzialmente successiva). Eppure House of the Dragon, la prima costola di Il trono di spade, procede con qualche difficoltà e ha incontrato parecchi problemi nel calibrare il suo ritmo e a conquistare gli spettatori al di fuori del bacino degli appassionati di questioni di draghi di Targaryen.
A Knight of the Seven Kingdoms invece si è mosso in direzione opposta, facendo scelte così radicalmente differenti per tono, approccio e produzione che sembra a malapena imparentato con le due serie già ambientate a Westeros. Anzi, la vera mossa vincente di A Knight of the Seven Kingdoms è quella di funzionare come una serie a sé stante, del tutto originale, in cui riecheggiano cognomi e famiglie altisonanti, ma del tutto fruibile a chi Il trono di spade non l’ha mai visto. Mi duole ora dare un dolore ai fan dello stesso ricordando loro che sono già passati ben undici anni dalla messa in onda del primo episodio della prima stagione e abbiamo tutti un decennio in più sulle spalle. Tanto che il piccolo Dexter Sol Ansell, l’interprete rivelazione della nuova serie nel ruolo di Egg, non ha visto un singolo episodio di quella serie per limiti anagrafici, essendo nato dopo la sua messa in onda.
A Knight of the Seven Kingdoms è un’operazione accorta, che mira a espandere il pubblico di Westeros, a tirar dentro nuove generazioni, garantendogli longevità televisiva. Tuttavia non è un’operazione fredda e distaccata, anzi: parte proprio dall’ascolto dello zoccolo duro di fan, senza però assumere una posizione di sudditanza rispetto agli stessi. È infatti Ira Parker, un grande lettore ed estimatore dei libri di George R.R. Martin, lo showrunner di A Knight of the Seven Kingdoms e secondo eroe di questo successo televisivo, che nelle ultime puntate ha raggiunto i picchi di ascolto della compagna di emittente The Pitt, vera serie fenomeno dell’ultimo biennio. Parker è stato chiamato a espandere il trio di novelle di fine anni ‘90 su cui si basa la serie, lavorando gomito a gomito con Martin. Stavolta però HBO ha consentito di portare il materiale originario su piccolo schermo mantenendone intatto lo spirito, l’ironia, la dimensione terrena e gioviale che si alterna nei libri dello scrittore alla drammaticità degli eventi.
Piccolo in scala, ma prodotto con grande cura
A Knight of the Seven Kingdoms è insomma la prima serie in cui si sente il respiro della prosa di Martin, la sua attenzione equamente divisa tra grandi giochi di potere e piccole beghe del popolino, la cui complessità psicologica e caratteriale non è mai da meno a quella di chi lo comanda e spesso vessa. Ci sono gli intrighi tra principi e le questioni d’onore tra cavalieri, ma è tutto locale, provinciale, lontano dagli epici scontri tra draghi e tra fatti degni dei libri di storia che appesantiscono i costi e l’incedere di House of the Dragon. Libero da costosi effetti speciali e dalla necessità di dover ricreare scene di grande portata, A Knight of the Seven Kingdoms ha puntato tutto su un pugno di scene: le giostre medioevali e i cruenti duelli del Processo dei Sette, che raggiungono il loro drammatico climax proprio nei due episodi finali.
La serie dunque è contenuta, locale, ma non per questo povera, anzi: la produzione è impressionante per scala e qualità, con un intero accampamento di tende ricreato con insieme a set materiali e tangibili, costumi ricchissimi (tra armature e abiti di corte c’è davvero di che gioire per i fan del genere) e parrucche molto realistiche. Tutti comparti in cui invece House of the Dragon è molto carente. La regia delle scene d’azione e dei duelli a cavallo e tra spade è adrenalinica, avvincente, con un uso dell’effettistica visiva ridotto al minimo in favore di stuntman e di trucchi da vecchio cinema. Una metafora splendida della serie la fornisce la carovana di artisti viandanti che mette in scena le storie dei re Targaryen per la popolazione locale, in un tripudio di costumi e burattini semoventi. Mentre l’AI insedia il realismo delle produzioni cinematografiche, A Knight of the Seven Kingdoms punta su un’estrema matericità, sul fatto bene e per davvero.
Se la confezione dunque è impacchettata con grande cura, ovviamente è il contenuto a fare la differenza e ancora una volta A Knight of the Seven Kingdoms intercetta le esigenze e lo spirito del momento. La serie ripesca dal passato un ritmo più cadenzato da serie vecchia maniera, con una grande economia di minutaggio: gli episodi sono sempre sotto i cinquanta minuti, per un totale di appena sei puntate. Lo stretto necessario per raccontare e bene la propria storia, senza strafare o allungare inutilmente. Il tempo necessario però per farci affezionare a Ser Duncan The Tall, Egg e a una schiera di Targaryen e Baratheon minori che, ancora una volta, sono interpretati da un folto gruppo di ottimi caratteristi anglosassoni. Il fatto che nessun membro del cast sia particolarmente famoso, ma abbiano tutti molta esperienza tra cinema, televisione e teatro aumenta ulteriormente la qualità degli scambi. Anche perché a differenza de Il trono di spade, ad eccezione di Egg, qui la componente degli intepreti giovani è ridotta all’osso e, per una volta, si sono scelte non le facce bellocce, ma quelle giuste e gli interpreti più capaci. Un piccolo gruppo di veterani capaci di dare spessore a personaggi che a malapena vengono citati nella fonte letteraria originaria e che qui, pur con poco spazio, colpiscono l’immaginario dello spettatore, vedi l’ottimo lavoro dei comprimari Daniel Ings, Bertie Carvel e Sam Spruell.