Train to Busan, lo zombie-cult coreano arriva al cinema e non potete perdervelo

A dieci anni dalla realizzazione, il film di Yeon Sang-ho esce per la prima volta nelle sale italiane, proponendosi a vecchi e nuovi fan.

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Sembra incredibile che uno dei film sui morti viventi più significativi e celebrati dello scorso decennio non sia mai passato nei cinema italiani, sbarcando direttamente nel mercato home video. Questa grave lacuna è stata finalmente colmata dalla partnership tra Tucker Film e BIM Distribuzione, che hanno deciso di portare finalmente Train to Busan in sala a dieci anni dalla sua uscita.

Per chi ha già visto e amato questo cult coreano l'occasione è di quelle irripetibili, data anche la versione 4K scelta per l'occasione, mentre chi ancora fosse vergine della visione avrà il piacere di scoprire un blockbuster in piena regola, che agli ottimi effetti speciali e "trucco e parrucco" accompagna un'emotività avvolgente, tipica di molte produzioni giungenti da tali latitudini. Il film ha lanciato definitivamente anche la carriera del regista Yeon Sang-ho, diventato poi un guru delle produzioni a sfondo fantastico non soltanto al cinema ma anche nel panorama seriale, basti pensare a Hellbound o Human Vapor, dove in qualche veste - produttore o sceneggiatore - mette sempre lo zampino.

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Un treno da prendere a ogni costo

Eppure il percorso che porta a Train to Busan non è stato affatto un salto nel buio, ma è passato attraverso un fondamentale passaggio intermedio, che risponde al nome di Seoul Station, prequel d''animazione diretto sempre dallo stesso autore e distribuito pressoché in concomitanza. Una sorta di film d'accompagnamento, pensato per completare in forma di disegni l'inizio di quell'epidemia che per l'appunto ha preso di mira in tale occasione la capitale sudcoreana.

Ma andiamo con ordine e concentriamoci ora sul titolo qui al centro dell'articolo, che racconta la storia di Seok-woo, uomo d'affari ossessionato dal lavoro e separato dalla moglie che accetta di accompagnare la figlioletta Su-an in quel di Busan per festeggiare il compleanno della piccola. Il viaggio sarà effettuato su un treno ad alta velocità in partenza proprio dalla stazione di Seoul. Peccato che poco prima della chiusura delle porte, una ragazza già infetta riesca a saltare a bordo e nel giro di pochi minuti il convoglio finisca per trasformarsi in una trappola fatale per i passeggeri, che dopo essere morsi si trasformano ovviamente a loro volta in zombi affamati di carne umana, veloci e scattanti.
Insieme a Seok-woo e alla bambina si stringe un manipolo gruppo di individui che cercheranno di unire le forze, almeno inizialmente, per rispondere a quelle minaccia sempre più incombente, che vagone dopo vagone continua ad aumentare le proprie fila su un treno in corsa ormai difficile da fermare.

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Tutti per uno, uno per tutti...o forse no?

Il legame con Seoul Station è la chiave per comprendere l'operazione nella sua totalità. Laddove il prequel animato raccontava l'origine dell'epidemia dal punto di vista di chi la società aveva già dichiarato come un reietto, Train to Busan sceglie di spostare il focus su una vera e propria lotta di classe all'interno del treno, parzialmente sulla scia di quanto fatto da un altro classico proveniente dalle medesimi latitudini, ovvero l'altrettanto memorabile Snowpiercer (2013) di Bong Joon-ho.

Non è un caso che il film sia uscito in patria proprio a ridosso dell'epidemia di MERS che nel 2015 aveva messo in ginocchio il sistema sanitario nazionale e generato una sfiducia crescente verso le istituzioni: quasi duecento persone contagiate e trentasei vittime che hanno profondamente segnato il Paese asiatico. Train to Busan ha intercettato quell'ansia collettiva per trasformarla in un film avvincente ed emozionante, con un roster di personaggi principali nei quali ogni spettatore troverà un suo punto di riferimento: dagli studenti ai ricchi borghesi, dai giganti dal cuore d'oro - il film segna uno dei primi ruoli di peso del massiccio Don Lee, ormai star conosciuta anche all'estero - a quella bambina che, disperata, invoca l'aiuto del padre.

Qui ogni porta che si chiude per impedire che il numero di infetti aumenti inesorabilmente finisce anche per condannare a "morte certa" anche chi suo malgrado è rimasto dalla parte sbagliata del vetro. La bellezza della sceneggiatura è il premurarsi di fornire a praticamente ogni figura su schermo una distinta personalità, e di non rendere i personaggi mera carne da macello come in molti horror a tema hollywoodiani. E poi naturalmente eccoci all'impatto estetico, a quell'anima horror che esplode prorompente in numerose scene madri, con una violenza gustosa ma mai gratuitamente disturbante, un make-up ed effetti speciali di assoluto livello e uno spaventoso numero di comparse, con scene di massa da far impallidire anche classici del genere ben più costosi.

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Sequel ed eredità

Sul finale sfidiamo lo spettatore a non versare qualche lacrimuccia per il destino di alcuni di questi sopravvissuti, con quell'epilogo che apre le porte a una continuazione. Continuazione poi effettivamente realizzata quattro anni dopo con Peninsula (2020), un sequel che ha provato a fare le cose ancora più in grande ma che ha smarrito l'anima dietro il prototipo. Non un film mediocre, ma sicuramente al di sotto delle potenzialità che poteva esprimere, paradossalmente più freddo e limitato a dispetto di un'ambientazione e di un budget che concedevano maggior campo di manovra.

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Ma quella rimane in ogni caso un'altra storia e se i completisti vorranno giustamente recuperarsi la trilogia nella sua totalità, il pubblico più casual può tranquillamente godersi Train to Busan anche come semplice stand-alone, in quanto la storia trova comunque una sua appagante chiusura del cerchio, giustificando ampiamente il prezzo del biglietto e le due ore spese per la visione.

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